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Il testamento musicale di Leonard Cohen

Il musicista canadese ci ha lasciato cinque anni fa, il 7 novembre 2016
Il testamento musicale di Leonard Cohen

Cinque anni fa, il 7 novembre 2016, Leonard Cohen ci lasciava all'età di 82 anni. Malato da tempo il musicista canadese sentiva la fine vicina ma, seppure affaticato, cercò di portare a termine un ultimo album, “You want it darker”, che vide la luce meno di un mese prima di morire. Il disco parla di Dio e della morte e non è errato sostenere che sia il suo testamento musicale. Oggi, nel giorno dell'anniversario della sua morte, lo vogliamo ricordare proponendovi l'ascolto di alcuni brani di quell'ultimo album e invitandovi a leggere la recensione del disco che pubblicammo al tempo della sua uscita.

Ai grandi della musica spesso si rimprovera che, passato un certo momento di grazia, non sanno più produrre dischi degni della loro fama. Anche in questi giorni, qualcuno ha provato a dire che Dylan non meritava il Nobel perché “il suo talento è esaurito da anni”. Non è vero. Non è vero che il talento di Dylan è esaurito, semmai è irregolare come l’artista. E non è vero che non ci sono artisti che nella fase avanzata della carriera producono grande musica. Pensate al Bowie di “Blackstar”. O a Leonard Cohen - che ha 82 anni e da tempo sta infilando un grande album dietro l'altro.

Cohen avrebbe meritato il Nobel quanto Dylan: magari, visto che ha iniziato come autore sulla carta, i “letterati” non si sarebbero potuti lamentare....  “You want it darker” è il 14° album in 50 anni di carriera, ma è il terzo in 4 anni e arriva a suggellare un periodo intenso: Il grande tour tra il 2008 e il 2013 e poi “Old ideas” (2012) e “Popular problems” (2014).

“You want it darker” riprende il discorso là dove “Popular problems” lo aveva lasciato. Ed è un altro grande disco, sia messo subito agli atti. Bellissima pure la copertina - è la prima da secoli per Cohen: quelle precedenti sembravano fatte da studenti di Photoshop alle prime armi. Questa esprime bene invece il chiaroscuro che è alla base della musica di Cohen, il suo stare sul confine tra mondi diversi.

“You want it darker”, la canzone, è stupenda nei suoni e nelle parole. Unisce un coro da sinagoga (quello del Cantor Gideon Zelermyer & the Shaar Hashomayim Synagogue Choir di Montreal) con il ritornello in ebraico “Hineni, hineni” (le parole di Abramo nella Bibbia) poi ripetute in inglese “I’m ready, my lord”. Una canzone ipnotica, una nuova meditazione su uno dei temi chiave della poetica di Cohen, che assume una dimensione ancora più drammatica, in questa fase della sua esistenza. La mortalità è, inevitabilmente, uno dei temi ricorrenti: è presente non solo nella title-track ("If you are the dealer/I’m out of the game") torna in “Leaving the table”, quasi con le stesse parole (I don’t need a reason/For what I became/I’ve got these excuses/ They’re tired and lame/I don’t need a pardon/There’s no one left to blame/I’m leaving the table/ I’m out of the game).

Ma non è solo questione di parole. Non lo è per Dylan, non lo è tanto meno per Cohen. Proprio il neo premio Nobel, in un bellissimo ritratto del New Yorker dedicato a Cohen, si è concesso in una rara intervista, ricordando che “Quando la gente parla di Leonard, si dimentica di ricordare le sue melodie, che per me, assieme alle sue parole, costituiscono il suo più grande genio”.

Verissimo: “Leaving the table” ha una melodia incantatrice, resa ancora più epica dalla sua voce, che con gli anni si fa ancora più scura e ruvida. E aggiungiamo, sono stupendi gli arrangiamenti del figlio Adam Cohen: i dettagli sonori del disco ci presentano un lavoro meno minimale del precedente. Ci sono accenni al passato: l’arpeggio di iniziale di “On the level” è figlio di “Hallelujah”, ma poi si apre una sorta di gospel, tema che ritorna in "It seemed a better way". "Leaving the table" si basa su un classico giro di chitarra "Alla Cohen", che si unisce ad un elettrica, in maniera emozionante.

“You want it darker” ha un solo passo falso, ed è il terribile remix EDM della canzone, da parte di Paul Kalkbrenner (un "what the fuck", per dirla con il linguaggio dei social, che per fortuna si trova solo in streaming - per decenza non ve lo linkiamo). Per il resto è  "solo" l’ennesimo grande album di uno dei più grandi di tutti i tempi, ancora e sempre in stato di grazia.

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