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I Kiss e la polemica sui protocolli Covid dopo la morte di un tecnico: è scambio di accuse

La band rispedisce al mittente le denunce di leggerezze nelle procedure sanitarie. E contrattacca: ‘Alcuni membri del nostro staff avevano certificati vaccinali falsi’
I Kiss e la polemica sui protocolli Covid dopo la morte di un tecnico: è scambio di accuse

Non c’è pace per i Kiss, che in questi giorni si sono visti costretti a rinunciare alla loro residency in programma il prossimo febbraio a Las Vegas per una presunta diserzione del pubblico al botteghino: la band di New York capitanata da Gene Simmons e Paul Stanley è finita nell’occhio del ciclone dopo un’inchiesta dell’edizione americana di Rolling Stone pubblicata dopo la scomparsa di Francis Stueber, il tecnico delle chitarre che seguiva il gruppo in tour.

Stueber, 53 anni e padre di tre figli, è morto in un albergo di Detroit lo scorso 17 ottobre, appena due giorni dopo essere finito in quarantena perché trovato positivo al Covid-19. “Era un nostro amico e collega da vent’anni, siamo addolorati per la sua perdita, e non ci sarà modo di sostituirlo”, fecero sapere i Kiss in una nota consegnata proprio a Rolling Stone: “Milioni di persone hanno perso qualcuno di speciale a causa di questo orribile virus, per questo incoraggiamo tutti a vaccinarsi. Per favore, proteggete voi stessi e i vostri cari”.

Pochi giorni dopo, tuttavia, la testata fondata nel 1967 da Jann Wenner pubblicò una serie di testimonianze - anonime - di alcuni elementi dello staff del gruppo. “Nessuno era sottoposto a tampone, e adesso ci facciamo delle domande”, accusarono roadie e backliner dopo la morte di Stueber: “Il tour è diventato un super-diffusore? Abbiamo sparso il virus di città in città? Quello che è successo a Fran è orribile, così come è orribile il protocollo adottato per questa tournée. Diventerà normale chiudere un contagiato in albergo e, in caso di morte, ‘avanti il prossimo’? Non potevamo credere quanto pericoloso fosse, e quanto lo sia ancora. Per avidità abbiamo visto morire il nostro amico giorno dopo giorno, senza che nessuno facesse niente”.

Stanley e Simmons, entrambi risultati positivi al Covid durante il tour, lo scorso mese di agosto, hanno rigettato le accuse, passando al contrattacco: “L’End of the Road World Tour ha protocolli Covid che non solo soddisfano, ma molto spesso superano gli standard sia federali che statali e locali”, si legge in una nota ufficiale diramata al proposito, “Purtroppo questa è ancora una pandemia globale, e non esiste una modalità per organizzare un tour senza correre rischi”.

Poi l’affondo: “Benché i protocolli fossero rimasti in vigore per tutto il tour, ci era impossibile controllare il comportamento di ogni singolo elemento dello staff minuto per minuto”, prosegue il comunicato: “Se qualcuno decide di uscire a cena durante un giorno libero e bersi una birra in un bar a fine serata, e di farlo senza usare la mascherina o seguire i protocolli, c’è ben poco da fare. Sappiamo anche che diversi nostri collaboratori hanno cercato di nascondere i sintomi della malattia, e - una volta scoperti - hanno rifiutato le cure mediche. Ci è stato fatto notare, poi, che alcuni elementi del nostro staff hanno fornito certificati vaccinali falsi: un fatto, questo, che se verrà effettivamente accertato non solo troviamo moralmente riprovevole, ma rischia di mettere in pericolo l’intero tour”.

L’End of the Road World Tour riprenderà il prossimo 19 marzo da Melbourne, in Australia, per poi fare rotta in sudamerica tra aprile e maggio e sbarcare in Europa a inizio giugno: l’unica tappa italiana prevista dall’itinerario della tournée è fissata per il prossimo 11 luglio all’Arena di Verona. Secondo quanto riferito da Paul Stanley lo scorso luglio, l’ultima data del tour d’addio dei Kiss potrebbe essere fissata a New York all’inizio del 2023, a cinquant’anni esatti dal debutto della formazione nei locali della città: “Credo che per l'inizio del 2023 sarà finito”, aveva spiegato Stanley, “Penso che l'ultimo concerto lo faremo a New York. Fu lì che la band cominciò a suonare, di fronte ad appena dieci persone, nei club. Sarà una sorta di chiusura del cerchio”.

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