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Gaia: “Noi donne dobbiamo dare il sangue per essere definite ‘cantautrici’”

L’artista pubblica il nuovo disco “Alma”: “Al Festival di Sanremo sono stata male, ho perso la voce. Questo album mi ha rimesso in contatto con la mia parte più spirituale”.
Gaia: “Noi donne dobbiamo dare il sangue per essere definite ‘cantautrici’”
Credits: Ilaria Leie

L’italiano è stato scelto per i brani più spontanei mentre il portoghese per le tracce che viaggiano sui temi più profondi. Gaia, con il suo nuovo e secondo album “Alma”, esplora mondi sonori e linguistici, offrendo tante sfaccettature della sua musica e della sua persona, ma allo stesso tempo aggrappandosi con forza a delle radici. È come un albero piantato a terra, in profondità, ma dai rami tutti diversi che sembrano pregare verso il cielo. Un disco tropicale, urban, pop, cantautorale, un concentrato di colori che, nella sua molteplicità, definisce una cifra stilistica. “In questo disco ci sono tante ‘me’ che possono coesistere. Nessuno, per fortuna, mi ha ancora chiesto che genere faccia, non saprei rispondere – racconta la cantautrice italo-brasiliana - penso che tutti noi custodiamo una molteplicità”. Ma un aspetto preciso lo rivendica: quello di essere donna e cantautrice.

Spirito guida

Il cuore delle quindici tracce è la title track, una sorta di preghiera che fa da spirito guida a un album intriso di significati. “‘Alma’ è la canzone che mi ha fatto capire che il disco stava prendendo forma – ricorda l’artista, 24 anni - È come un mantra, una preghiera. Questo brano penso non sia stato scritto da me, sono stata un semplice tubo vuoto che ha fatto fluire delle parole con dell’intensità che in quel momento non mi apparteneva, per questo ho ricercato un perché spirituale a queste parole. In quel periodo avevo finito il Festival di Sanremo che mi aveva regalato tanto, ma mi aveva messo in discussione perché non l’avevo vissuto come me lo aspettavo. Il terzo giorno sono stata male, ho avuto delle reazioni psicofisiche che ho interpretato come campanelli d’allarme: dovevo fermarmi e ricordare che cosa è giusto per me”.

È stata necessaria una ripartenza. “Probabilmente ‘Alma’ l’ha scritta il mio angelo custode, da questa canzone è ripartito tutto – sottolinea - alla fine del brano c’è una voce di bambina. Quando abbiamo registrato c’erano le mie sorelle: Frida, di dieci anni, ha capito il mio viaggio, mi ha abbracciato e io sono scoppiata a piangere. Il disco è tutto ciò che sono e tutto quello in cui credo”.

La crisi al Festival di Sanremo

L’ultima edizione del Festival di Sanremo è stata fondamentale per Gaia, nel bene e nel male. Uno spartiacque che le ha permesso di trovare maggiore consapevolezza dopo alcuni momenti non semplici. Si presentò con il brano “Cuore amaro”, classificandosi diciannovesima. “Arrivavo a Sanremo dopo la pubblicazione del mio primo disco – ricorda - ero su di giri, ma fuori era tutto bloccato, c’era il lockdown. Questo ha creato uno scompenso molto pesante. Andavo a velocità disumane, perdendo pezzi. Mi mettevo a piangere dal nulla. Il terzo giorno a Sanremo il mio corpo mi ha detto ‘non hai più voce, fermati’. E questo è successo in uno dei festival più importanti della mia vita. Non avevo più voce. Non ho vissuto bene il rapporto con me stessa. Il Festival è stato figo, ho imparato tanto, ma non l’ho vissuto come avrei voluto. È stata la tappa di un percorso, anche con le sue difficoltà. Subito dopo quel momento difficile, ho scritto le canzoni più importanti del disco”.

Michielin e Vicario

Francesca Michielin sottolinea spesso, anche nel suo podcast “Maschiacci”, come ancora oggi ci sia una sorta di ingiustificata riluttanza nel definire una donna “cantautrice”. Il pezzo “Ginga”, in cui Gaia ha voluto la partecipazione della stessa Michielin e di Margherita Vicario, sembra la chiusura di un cerchio. Da tempo, infatti, loro tre, Madame, Ariete, Levante, Joan Thiele e altre cantautrici, tutte con uno stile riconoscibile, stanno ridisegnando, spesso più dei colleghi uomini, i confini della musica italiana nonostante diversi ostacoli.

“Ho scelto Francesca e Margherita specificatamente per la loro persona – sottolinea Gaia - In questa canzone parlo della mia santissima trinità: la natura, la figura femminile e la spiritualità. Affronto anche il tema della connessione con le persone, perché è da quella connessione che possono nascere situazioni potentissime. Francesca e Margherita hanno questa attitudine, che è uguale alla mia. Sono donne che hanno la necessità di prestare ascolto a quello che ci dà vita, cioè alla natura. Sono una loro grande fan perché la loro persona coincide con la loro personalità artistica”.

Il titolo si riferisce alla capacità di ballare, di sambare, davanti alle difficoltà della vita. “Pelè riusciva a ballare mentre giocava, trovava dei modi inusuali per fare gol. Gli dicevano: ‘Ma tu non puoi giocare così’. E Pelé li mandava a casa tutti, trovando la sua strada”, sorride Gaia.

Donne e cantautrici

Nel nuovo album sono diversi i temi affrontati. C’è una natura invadente e preponderante come quella brasiliana, ci sono le donne, le nonne, le madri, le figlie, le radici matriarcali della sua famiglia. Anche per questo Gaia si espone sul binomio donne-cantautrici. “Ci siamo aggrappate alla parola ‘cantautrici’ versando sangue perché non ci volevano definire così – continua - ho visto cantautrici screditate semplicemente perché donne. Ma stiamo andando oltre, mostrando diversi livelli artistici: podcast, visual, video, pensare alla parte live, pensare agli arrangiamenti. Tutte noi curiamo ogni aspetto. Lo sfogo artistico è completo ed è sempre più femminile. Ma la strada è ancora lunga: la rivoluzione culturale è in corso. Per me il femminismo non è mettere la donna nella posizione dell’uomo, ma rendere la società uguale. Un certo tipo di femminismo viaggia verso una donna che si atteggia e imita l’uomo di potere. E questo è molto nocivo. Per me la strada è trovare nuovi posti per tutti e credo che nell’arte questo, con fatica, stia avvenendo”.

Feat: da Tedua ai Selton

Nel suo percorso sonoro, Gaia ha diversi compagni di viaggio. “Sean Paul è l’unico artista presente nel progetto con cui non ci siamo mai visti di persona – dice - ci siamo però scritti tanto su whatsapp. Tedua l’ho conosciuto in studio da Chris Nolan, ha una sensibilità differente. Lui in un contesto rap in cui, per i principi stessi del rap, se non sei un metronomo non puoi rappare, ha trovato il suo modo. Rende le sillabe più allungate, è se stesso e sta facendo qualche cosa di nuovo. Per questo l’ho voluto nel pezzo con la scansione ritmica più difficile: Tedua il pazzo è nel brano più folle e dalla matrice afro”.

Poi prosegue: “Gemitaiz è l’uomo più femminista che conosca e l’ho inserito nel pezzo più femminista dell’album. Gem è stato fra i primi rapper italiani che ho apprezzato. Poi ci sono i Selton, i miei ‘fratelli brasiliani’. Con loro abbiamo fatto una bossa ibrida, un pezzo d’amore e libertà sul nostro cuore vagabondo. Infine J Lord: è un fenomeno. Rappa in modo forte e intenso, il brano su cui abbiamo lavorato è molto sensuale”.

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