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"Rosso relativo" compie vent'anni

Tanto è trascorso da quando approdò sul mercato l'album di esordio di Tiziano Ferro
"Rosso relativo" compie vent'anni

Che bella età i vent'anni. E anche i ventuno. Venti sono gli anni trascorsi da quando venne pubblicato, il 26 ottobre 2001, l'album "Rosso relativo". Ventuno sono quelli che aveva Tiziano Ferro quando con questo disco esordì nel mondo della musica. Un album di successo, primo passo di una carriera di grande successo, che ad oggi conta sette dischi di studio, l'ultimo dei quali, "Accetto miracoli", risale al 2019. "Rosso relativo" è stato un disco importante e ha rivelato uno dei talenti che risplendono ancora oggi sul panorama della nostra canzone. Riportiamo più sotto l'impressione che dell'album ne ebbe, venti anni fa, Valeria Rusconi quando scrisse per noi la recensione dell'album.

Qualche cantante già ci aveva provato ad introdurre in Italia la musica nera, quella soul, gospel e R&B, magari impostando un po’ la voce. Forse qualcuno si ricorderà ancora di Jenny B, vincitrice al festival di Sanremo 2000 nella categoria dei giovani emergenti; oppure ad altri verrà in mente Giorgia, che ancora esordiente cantava in un gruppo dal nome alquanto significativo, i Vorrei La Pelle Nera, come corista. Nessuno, però, ha pensato di trasporre qui da noi lo spirito della musica nera in modo davvero radicale. Con grande passione – e magari anche con un po’ di furbizia – Tiziano Ferro ha capito che la musica che lo emozionava aveva buone probabilità di trovare terreno fertile in un paese dove ancora mancavano (veri) artisti neri.

Tiziano è giovane, carino e dotato di una buona voce. E poi, le ultime statistiche dicono che in Italia la febbre per le ritmiche d’Oltreoceano sta prendendo piede, spingendo addirittura orde di casalinghe ad iscriversi a corsi di danza hip-hop, vera e propria arte originaria dei ghetti di New York. Ma forse, da quando la sua “Xdono” è salita in testa alle classifiche italiane vendendo oltre 75.000 copie, certi appunti non sono più necessari. Perché Tiziano piace e basta: quella sua faccia “un po’ così”, da ragazzo di periferia emerso dal nulla, e quel suo mescolare l’italianità più spiccata al sogno americano – come succedeva negli anni ’80 – ha conquistato tutti.

Tiziano Ferro, in fondo, ti fa sentire così normale. E la sua musica, contaminata da potenti gorgheggi e impennate vocali, e da “sfumature colorate di un rosso relativo”, il colore dei sentimenti dell’amore, è pregna di passionalità; non è altro che il riflesso della sua anima, un’anima senza macchia. Lo dice lui, che sembra molto sincero, e noi ci crediamo.

Però, la normalità rassicurante di certe parole, trovate musicali o di arrangiamento, a volte suonano davvero troppo “italiane”.

Un po’ come l’idea che i tedeschi si sono fatti di noi quando Toto Cutugno cantava “L’italiano”, anche se – è vero – in quel testo Toto diceva anche “buongiorno Italia con i tuoi artisti/con troppa America sui manifesti”. Santa verità! Già, perché nel disco di Tiziano Ferro, pur essendoci qualcosa di orecchiabile e piacevole, c’è davvero troppa America: e mal scimmiottata. Naturalmente Tiziano ha subito detto che il rispetto per i cantanti che ama, da Erykah Badu fino a D'Angelo, Sisqò e Usher, è così forte che non si permetterebbe mai di voler competere. Insomma, Tiziano è sincero. Fa ciò che ama. E anche se un po’ fa ridere sentirlo cantare in inglese, singhiozzando come Michael Jackson mentre tutt’intorno il super coro gospel Big Soul Mama infiamma l’atmosfera (“Soul-dier”), Tiziano rimane sempre uno di noi. Un italiano vero.

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