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La 'Quadrophenia' di Pete Townshend

L'opera rock degli Who venne pubblicata il 26 ottobre 1973
La 'Quadrophenia' di Pete Townshend

26 ottobre 1973, esce "Quadrophenia", magistrale opera rock degli Who ambientata alla metà degli anni Sessanta, tra Londra, la grande città, e la non lontana Brighton, sulla costa britannica. Un album che è frutto del genio di Pete Townshend e del suo sguardo sul movimento mod, un gran disco che qualche anno più tardi, nel 1979, diventerà un film per la regia di Franc Roddam con l'allora frontman dei Police Sting ad interpretare un ruolo tra i principali. Nelle righe sottostanti, come da abitudine per celebrare gli anniversari dell'uscita di alcuni album, riportiamo la recensione del disco che pubblicammo qualche tempo fa.

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Erano trascorsi sette otto anni da quando l’epopea mod aveva raggiunto il proprio culmine, per poi tramontare sepolta dalla psichedelia e dal movimento hippie, e ne mancavano ancora sei al revival che ne avrebbe brevemente rigenerato la fama e la cultura in Gran Bretagna e in California; sarebbero passati tre anni prima che il punk esplodesse, mentre da due era uscito un capolavoro intitolato “Who’s next”.

Era quello il 1973 di Pete Townshend, un vecchio ventottenne che si era voltato indietro e aveva concettualizzato su un doppio LP un periodo vissuto da protagonista, ribaltandone la prospettiva. Si era trasformato in Jimmy, un tipico fan degli Who nel 1965 circa: se Jimmy con gli Who aveva scoperto un livello di decibel inaudito, conosciuto i power chords, atteso il momento della chitarra distrutta e del microfono roteante sul palco, ora toccava a Pete da lassù tornare a guardare a quell’epoca di vespe e lambrette personalizzate, di musica soul e r’n’b, di abiti italiani coperti dal parka, di chili di amfetamine.

Il sesto album degli Who uscì il 19 ottobre 1973. Dopo “Tommy” e “Lifehouse” (poi abortito), Pete era alla sua terza rock-opera e “Quadrophenia” si rivelò un progetto ancora più complesso dei precedenti. In raffronto a “Tommy”, metafora del ragazzino muto cieco sordo diventato messia, l’escamotage narrativo si faceva più sfidante: la schizofrenia al quadrato che affligge il protagonista (definita, appunto, ‘quadrophenia’) accompagna Jimmy tra alti e bassi e ha sullo sfondo la fine del movimento mod - la sua ragione di vita, il suo strumento per essere accettato dal branco.

Ma la personalità di Jimmy è dissociata in quattro parti, tante quanti sono i membri della band, ed ogni suo lato assomiglia a uno di loro. E così la parabola discendente di una cultura giovanile fatta di frenesia e edonismo si fonde con quella del rock in generale. “Rock is dead. Long live rock” avrebbe dovuto chiamarsi il doppio album (ed anche per questo, a posteriori, cedo senza remore alla tentazione di riconoscere a Townshend quelle doti di preveggenza e di visione che solo pochi altri poeti letterati del rock, come Dylan e Lennon, possono vantare).

Alla trama letteraria (l’io narrante di fantasia, il riferimento biografico e autobiografico, l’attitudine della prima generazione britannica di giovani post-bellica) si intreccia un artificio musicale, il tocco da maestro di un veterano del rock meno che trentenne. Townshend costruisce l’opera su quattro temi-pilastro: “Helpless dancer” raffigura un ‘tough guy’ (Roger Daltrey), “Is it me?” immortala un tipo più romantico (John Entwistle), “Bell boy” descrive il lunatico (Keith Moon) e “Love reign o’er me” parla dell’ipocrita accattone (Pete Townshend).

Ognuno di essi sviluppa la propria personalità musicale e sonora e di ciascuno si ritroveranno tracce e cenni negli altri pezzi; ma il capolavoro consisterà nel fonderle tutte insieme per ben due volte, una per facciata, all’interno di due brani che diventeranno delle mini-suite: si tratta della title track che, verso l’inizio del primo disco, funziona da prologo, e di “The rock” che, quasi al termine del secondo, fa da chiusa. E’ soprattutto così che “Quadrophenia” riesce a spaziare in più direzioni senza perdere mai quel perfetto senso di coesione e di unitarietà che lega i suoi diciassette episodi originali.

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