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Samuele Bersani: “Lo steccato dell’impegno non mi è mai piaciuto”

“Cinema Samuele” è il miglior disco italiano al Tenco, nell’anno in cui la storica rassegna rinuncia alla definizione “canzone d’autore”: “Sono sempre andato contro ogni tipo di steccato”, racconta Bersani. “Sono cresciuto con la musica leggera".
Samuele Bersani: “Lo steccato dell’impegno non mi è mai piaciuto”
Credits: Paolo De Francesco

Senza giri di parole: “Cinema Samuele” è uno dei migliori lavori italiani degli ultimi anni. È uscito giusto un anno fa: giovedì 21 verrà premiato al Tenco come “Album dell’anno in assoluto”. Bersani ha già vinto la targa altre 4 volte ed è uno di quei (pochi) artisti capaci di frequentare l’Ariston tanto in autunno quanto a febbraio, al Festival, dove ha vinto due premi della critica.

Bersani premiato nell’anno in cui il Tenco rinuncia alla storica definizione “canzone d’autore”: tutt'altro che una fortunata coincidenza. Le canzoni di Bersani uniscono il cantautorato classico alla leggerezza, l’accessibilità alla profondità. Sono tra quelle che, da sempre, mandano in crisi una definizione controversa come "Canzone d'autore", che per risolvere un problema (dare dignità alla musica "leggera"), ne creava spesso uno ancora più grosso, uno steccato tra canzoni ed autori di serie A e di serie B. Nella serie minore finivano per essere retrocessi artisti che facevano scelte non necessariamente più semplici - perché la leggerezza richiede un lavoro tanto importante quanto l’impegno, come spiega Bersani. "Musica leggera lo si diceva quando ero bambino e cercavo di fare questo mestiere. Me la sono andata un po’ a cercare. Non mi dispiace in realtà".

Quest’anno il Premio Tenco parla di “Canzone senza aggettivi”, abbandonando la storica definizione “d’autore”. Si parla di “belle canzoni, d’evasione o politicamente impegnate che siano”. 
Perché prima cosa poteva essere? Una canzone menosa e una di intrattenimento più leggero?

Immagino si volesse separare il pop dall’impegno, anche se tutte le canzoni hanno un autore, con la A maiuscola o meno…
Io personalmente sono sempre andato contro ogni tipo di steccato.

Finisce per essere non solo una riserva degli indiani, ma un’auto riserva: un modo per tenersi separati dagli altri, anche con una forma di pregiudizio.  Poi il termine “cantautore”, se continua ad essere d’uso comune, significa autosufficienza, uno si scrive da solo le storie che poi canta. Ma anche qua ci sono dei precedenti della musica considerata d’autore e d’eccellenza in cui si lavorava a più mani: basta pensare alle cose che hanno fatto assieme Bubola e DeAndré.
Lo steccato dell’impegno non mi è mai piaciuto, è come mettere i due punti prima di dire una cosa. Quei due punti diventano spaventosi, più della cosa che segue…

La famiglia Tenco sostiene invece che “il nome di Luigi Tenco, rappresenta in modo indiscusso prestigiosi valori musicali ed umani che son ben lontani dal qualunquismo musicale”.
Nel rispetto dei familiari e di chi lo ha conosciuto davvero, posso pensare che hanno ragione: se uno fa un’analisi dei suoi testi, ne viene fuori il ritratto di un uomo intenso e impegnato. D’altra parte siamo onorati di trovarci in un contenitore del genere che ha sempre lanciato progetto nuovi che non riuscivano a passare nel mainstream. Io a 21 anni ho partecipato senza neanche avere pubblicato un album, in una serata in cui cantavano DeAndré e Charles Trenet… 

Niccolò Fabi, parlando dei vostri colleghi cantautori più giovani, mi ha detto che secondo lui che spesso tendono a indugiare in intimismo e quotidianità.
Credo di poter sottoscrivere. Le canzoni oggi sono diventate meno racconto, con meno prospettive. La musica è sempre musica ma è diventata un’altra cosa, non solo nel consumo ma nella produzione e nel canto. Oggi non solo è legittimo ma pure figo dire che non sai cantare e aggiustarti con l’autotune, che è un suono anche affascinante.
Ma credo sia difficile comprendere il mondo di chi ha 20 anni in meno di te, e ha diritto alle parole di oggi.

Il mio primo disco, appena ristampato, si chiamava "C’hanno preso tutto", avevo 21 anni e non c’era stata nemmeno una pandemia di mezzo. Al posto loro forse anche io oggi sarei così smarrito e fragile come ci appaiono.

All’opposto di “canzone d’autore”, si usa ancora la definizione "musica leggera", spesso in maniera un po’ svilente.
La si diceva quando ero bambino e cercavo di fare questo mestiere. Me la sono andata un po’ a cercare. Non mi dispiace in realtà.

Nella tua musica una componente “leggera” c’è quasi sempre, è una delle cose che spesso ti distinguono dai tuoi colleghi.
Non so se posso considerarlo un valore, ma è un petalo del mio fiore. È un modo per lasciare delle vie d’uscita nelle mie canzoni. Se non sto attento, potrei essere pesante e non c’è cosa peggiore che rendersi conto di esserlo. Cerco di trovare dei momenti più elementari e meno cervellotici nella mia scrittura.

Che rapporto hai con il tuo repertorio?
Una volta rimasi  male quando chiesi a Lucio Dalla di una una sua canzone e lui con occhi sinceri disse “Ma mica l’ho scritta io”. Mi sembrava impossibile che qualcuno potesse rimuovere qualcosa nella sua carriera. Ma anche io tendo ogni tanto a rimuovere, ci sono delle cose che mi sorprendono del mio passato, ovviamente anche cose in cui trovi due milioni di difetti. Ma tendenzialmente mi ascolto solo quando devo prepararmi per un tour o quando mi sento alla radio e mi riconosco con qualche secondo di ritardo.

Una delle prime chiavi di ricerca che saltano fuori su di te su Google è “ciao ciao belle tettine samuele bersani titolo”.
Sai che sarei ancora più felice di scriverla adesso? Perché siamo in un’era in cui è diventato ancora più difficile usare le parole, specie certe. Poi a 50 anni avrei una malizia diversa a scrivere una storia del genere. In fondo me la sono un po’ cercata: quella frase e “piadina romagnola” detto velocemente erano la colonna di “Freak”. 

Invece con la stampa che rapporto hai? In “Cinema Samuele” c’è “L’intervista”, che è una sorta di “L’avvelenata” al contrario, dove è il giornalista ad essere vittima dell’artista.
Sì, è costretto di parlare bene di un artista mortifero che fa la superstar già alle 10 di mattina, poi gliela fa pagare parlandone male e così viene licenziato.

Io ho un rapporto buono con la stampa: in molti casi ho di fronte delle persone che sono cresciute con me e che come me magari si trovano a fare il mestiere che sognavano.

C’è il rispetto, in questo sogno collettivo, di chi fa ancora questo mestiere con passione, e c’è più distanza da quelli negli anni sono diventati più personaggio dei cantanti stessi. È capitato anche questo: sembrava che ad un certo punto i giornalisti avessero i manager….
C’è la consapevolezza che il peso delle parole è lo stesso: ho un sentimento di stupore quando descrivono le cose che faccio come se davvero ci conoscessimo molto, a volte con le loro parole mi insegnano cose quello su che ho appena fatto, a volte esagerano nel vederne altre, ma ci sta. Ho un grande rispetto in generale: non è facile parlare dell’ego degli altri.

Quest’estate, con un tuo post sul concerto di Salmo, hai infranto una regola non scritta - almeno tra cantautori e cantanti pop/rock - quella della diplomazia tra colleghi. 
Io non faccio dissing, ho un buon rapporto con i miei colleghi, anche se le occasioni per incotrarli sono di meno, visto che non si fa più il Festivalbar. Poi se si tratta di dire una cosa, la dico, magari anche sbagliando. Nel caso del post su Salmo non stavo parlando di lui come artista, è che mi fa specie l’uso di quella parola. Lui  conosco musicalmente dai tempi di quando scrisse “Yoko Ono”: anche se non ci siamo mai incontrati, ma lo stimo. É un momento particolare, in cui bisogna stare attenti a non strumentalizzare ed essere strumentalizzati.

Sei in grado di frequentare con soddisfazione sia il Tenco che il Festival: che rapporto hai con quest’ultimo?
Quest’anno ero ospite di un amico, Willie Peyote. Per quanto la situazione fosse impressionante, sono andato con leggerezza a interpretare una mia canzone che canto da tanti anni. Ma un conto è andare nella serata dei duetti, un conto è la gara: non è che la patisca, è che ci sono proprio delle tensioni che cominciano a giugno. L’ho fatto, la prima volta ho detto “Mai più” e ci sono tornato: non si sa mai nella vita. Ma in questo momento anche no. Non è tanto per la gara, è più per le mie tensioni.

Quando hai presentato “Cinema Samuele” sei stato molto aperto nel raccontare queste tue tensioni e la fatica nel produrre l’album.
È un disco che arrivava dopo tanti anni di silenzio e doveva essere presentato con onestà. Per me è stato una sorta di rinascita, e ne andava raccontato anche il retroscena, che in parte affiora anche nelle canzoni. È un disco a cui tengo in maniera speciale, perché arriva dal periodo di vita più estenuante. Mi ci sono dedicato totalmente, perdendo anche di vista i rapporti, la vita privata, talvolra sembrando anche troppo severo con me stesso, prendendo un po’ il rapporto con la realtà. Ripresentarsi dopo 7 anni nascondeva tantissima voglia, anche di stupire me stesso.

Dopo l’uscita di “Cinema Samuele” hai ricominciato a scrivere? 
Oggettivamente avevo bisogno di tornare a vivere, sono tornato a guardarmi attorno e recuperare quei rapporti che ho rischiato di perdere. Poi ho cominciato a pensare ai concerti, con questo tour estivo che è stato una bella sorpresa. Questo disco ha  ancora una sua vita, penso di averlo fatto ascoltare solo in modo marginale. Rischi di perdere alcune cose su cui magari hai lavorato mesi, se non le evidenzi, nel consumo di oggi.

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