David Bowie, "Hunky Dory" ha 50 anni: la storia dell'album (3)

Ricorre oggi 17 dicembre 2021 il cinquantesimo anniversario della pubblicazione dell'album "Hunky Dory"; dopo averlo raccontato canzone per canzone nei giorni scorsi, raccontiamo la storia dell'album
David Bowie, "Hunky Dory" ha 50 anni: la storia dell'album (3)

In studio di registrazione David iniziò a imporre agli altri la sua idea di come dovesse suonare il pezzo finito. Forse la circostanza fu facilitata dal fatto che in cabina di regia non aveva qualcuno con un
punto di vista forte a condizionarlo: Tony Visconti, non sopportando più DeFries, si era chiamato fuori.

A sostituirlo come bassista, Ronson chiamò un ulteriore figlio di Hull e dello Yorkshire: Trevor Bolder. Mai stato prima in uno studio di registrazione ma solido operaio del rock e, quel che più conta, rapido a inserirsi nel gioco di sguardi che i futuri Spiders From Mars erano soliti scambiarsi per assecondare il loro frontman. Appena arrivato da Hull, Bolder si ritrovò con gli altri componenti della band a dormire a casa del cantante in un sacco a pelo. Il suo primo impatto, in uno show radiofonico per la BBC, non fu dei migliori: unitosi al gruppo da soli due giorni, con tante canzoni nuove da imparare, fece qualche errore e Bowie lo rimproverò in diretta. Peraltro, il primo materiale che si ritrovò a suonare non lo esaltava: “Mi diede l’impressione di essere uno di quei cantanti folk che suonano per cinquanta persone a sera. Solo quando iniziammo a lavorare a HUNKY DORY mi accorsi di quanto David fosse bravo”.

Come produttore invece Bowie promosse sul campo Ken Scott, tecnico di fiducia dei Beatles. Aveva già collaborato con lui nei due album precedenti e aveva appena finito di lavorare a ALL THINGS MUST PASS di George Harrison. “Pensavo che Bowie fosse bravo ma non credevo che sarebbe diventato una superstar. Così avrei fatto pratica come produttore, e se avessi fatto casini non sarebbe stato un grosso problema. Ma ascoltando quei demo iniziai a pensare: ‘Per la miseria, questa roba funziona’”.
Nei crediti la produzione è attribuita a “Ken Scott assistito dall’attore”.
“David non era un rocker, era un attore”, ha spiegato Woodmansey a Ken Sharp, autore del libro "Kooks, Queen Bitches and Andy Warhol". “In quel periodo insisteva che stava solo recitando. E in effetti era diverso da Jimmy Page o Robert Plant. Loro erano rocker, lui invece cambiava forma,
come se premettesse: ‘La settimana prossima potrei essere tutt’altro’”.

Scott fu colpito dall’urgenza con cui Bowie cercò di mettere la musica su nastro: “Pensavo fosse per avere più tempo alla fine per le sue parti vocali, invece per queste bastarono una o due esecuzioni.

Lui è l’unico cantante, tra quelli con cui ho lavorato, al quale basta cantare un pezzo una volta sola, due al massimo, e si può già mettere sul master”. Woodmansey: “Lavoravamo sotto pressione. Spesso David cambiava idea sul pezzo che voleva registrare e dovevamo farne uno che non avevamo provato. Suonavamo tesissimi perché sapevamo che non avrebbe voluto fare più di tre tentativi. Quasi tutti i pezzi che ho inciso con David erano un primo, secondo o terzo tentativo, e lui stabiliva quale fosse quello giusto. Anche se noi dicevamo: ‘Eh, ma c’è un punto con un errore del basso’, lui ribatteva: ‘È quello giusto’”. Ancora Scott: “Dovevamo essere sempre pronti. Sapeva cosa voleva ottenere ma non sempre lo diceva agli altri”. Nel 1973 Bowie spiegò alla rivista "Cavalier": “Mick Ronson fa da interprete tra me e i ragazzi, perché io non sono così abile nel far capire che cosa voglio”.

In questo modo, nei piccoli studi Trident dove è passata tanta storia (nello studio accanto, per esempio, i Genesis stavano registrando NURSERY CRIME) ci vollero solo due settimane per incidere HUNKY DORY e due per mixarlo. Il più sollecitato fu Ronson, che Bowie spinse a fare gli
arrangiamenti per le parti orchestrali.

Nei mesi prima del disco si era fatto insegnare i rudimenti di teoria musicale da un’insegnante di musica di Hull, ma secondo Ken Scott “Ronno non conosceva le regole, non sapeva cosa ci si aspettava che facesse un arrangiatore, per cui era molto più immaginativo. Come i Beatles, poteva fare cose che quelli tecnicamente più bravi non avrebbero mai tentato”. In preda all’ansia, Ronson si chiudeva in bagno con carta e penna e ne usciva con i fogli da consegnare all’orchestra. Alla chitarra lo si sente un po’ meno: è nelle lievi folate di slide in "Eight Line Poem"; nella drammatica chitarra acustica di "Andy Warhol", nella smargiassa invadenza di "Queen Bitch", nella gentilezza con cui si apre la poi inquietante "The Bewlay Brothers". Secondo Woodmansey, “David diceva a Ken Scott di registrare anche quando Mick pensava non lo stesse facendo. Quando provava sei assolo, noi quasi sempre tenevamo il primo o il secondo”.

Il titolo scelto per l’album era un neologismo rubato (tanto per cambiare) a un aneddoto del suo editore Bob Grace sul proprietario di un pub, che soleva dire: “O sarà un disastro o sarà hunky dory”. Quindi, a suo modo, una dichiarazione di ottimismo di un giovane che per di più era da poco diventato padre e che parlava continuamente di produrre altri artisti come se fosse un nome affermato: preparava il futuro a gente che conosceva pochissimo, spiegando cosa fare nei successivi due mesi. Come capì subito il nuovo bassista Trevor Bolder, “aveva tutto nella sua testa”. DeFries del resto aveva raccomandato a Bowie di comportarsi come se già fosse una star. “Lo incoraggiò a mantenere un certo distacco da chiunque. Col tempo l’ho visto fare ad altra gente, ma il primo che mise in atto questa strategia fu lui. Era affascinante vederglielo fare”, ha affermato Ken Scott.

Da hippy perplesso Bowie diventò incantatore; in poco tempo, così come fino a quel momento aveva assorbito idee da libri e dischi, iniziò ad assorbire i comportamenti significativi all’interno del mondo in cui voleva emergere, con una nuova spudoratezza di cui HUNKY DORY contiene molte testimonianze: ZIGGY STARDUST ne sarà l’approdo naturale.

Le fasi immediatamente successive vedranno la tipica perdita dell’innocenza. Per dirla con Dana Gillespie ("Mojo", 1997): “Poi diventò una macchina da soldi. Ma penso che quella sia stata la sua vera età dell’oro”. D’altra parte, forse non saremmo qui a parlarne senza il giorno in cui “incrociai una persona che mi afferrò per il portafogli vuoto e mi disse: ‘Io sono Tony DeFries e farò di te una star’”, come disse David in un’intervista alla BBC nel 1997.

Il disco ebbe una sola vera presentazione pubblica, al Friar’s Club di Aylesbury. Nei ricordi di Bolder, “Un posto molto piccolo ma pieno di gente. Non avevano mai sentito quelle canzoni ma ne erano entusiasti”.
Prima che il grande pubblico scoprisse tardivamente l’album, i critici musicali, bisogna riconoscerlo una volta tanto, erano rimasti ammirati al primo ascolto.

Se l’entusiasmo di "Melody Maker" (“La più inventiva prova autoriale che sia apparsa su disco da parecchio tempo a questa parte”) e "New Musical Express" (“Il capolavoro di una mente brillante”) non è mai stato del tutto una garanzia, specie in tema di artisti londinesi, la rivista americana "Rolling Stone" parlò di “ritorno col botto, anche se questa specie di Greta Garbo non assomiglia in nulla al pericoloso lunatico del disco precedente” e sostenne che l’album era musicalmente la migliore prova di Bowie, avvertendo l’ascoltatore che doveva prendersi il giusto spazio per familiarizzare con i suoi testi.
Il "New York Times" ritenne di essere davanti all’uomo “dall’intelletto più brillante che abbia finora scelto l’album a 33 giri come mezzo di espressione” e l’influente "Village Voice" concordò: “Un cantante e compositore con cervello, immaginazione e idee precise su come usare uno studio di registrazione presenta un tour de force versatile, tanto accattivante quanto intenso”.

A sbilanciarsi più di tutti fu "Rock Magazine": “Il suo genio può farlo diventare per gli anni ’70 ciò che Lennon, McCartney, Jagger e Dylan sono stati negli anni ’60”. Come dire: “Look out you rock’n’rollers –
pretty soon you’re gonna get older” (da "Changes").
Forse è ancora più significativo il giudizio dell’inizialmente scettico Trevor Bolder: “È il mio disco di Bowie preferito, lo ascolto spesso e lo farò per tutta la vita. È il preferito anche di tanti musicisti che conosco. Non penso che si possa chiedere un disco migliore”.

Il testo completo di questa scheda è pubblicato nel libro "David Bowie" di Paolo Madeddu, edito da Giunti, per gentile concessione dell'autore e dell'editore. Il libro racconta tutte le canzoni pubblicate da David Bowie nella prima parte della sua carriera, dal 1964 al 1976: tutti i brani contenuti negli album, i singoli con i relativi lati B e gli inediti apparsi sui live e, in due apposite appendici, gli abbozzi di canzone, i provini, gli inediti pubblicati ufficialmente dopo la scomparsa dell'artista.


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