David Bowie, "Hunky Dory" ha 50 anni: la storia dell'album (2)

Ricorre il 17 dicembre il cinquantesimo anniversario della pubblicazione dell'album "Hunky Dory"; dopo averlo raccontato canzone per canzone nei giorni scorsi, raccontiamo la storia dell'album
David Bowie, "Hunky Dory" ha 50 anni: la storia dell'album (2)

Quasi tutte le canzoni dei due album HUNKY DORY e THE RISE AND FALL OF ZIGGY STARDUST AND THE SPIDERS FROM MARS erano nate nello stesso periodo di pausa lavorativa per Bowie. I provini e le esecuzioni dal vivo mostrano che, fatta eccezione per The Bewlay Brothers, composta in studio,
Bowie si era presentato ai Trident Studios con parecchi pezzi già scritti.

A quel punto doveva sceglierli bene. Su HUNKY DORY sarebbero potuti finire per esempio alcuni pezzi come "Moonage Daydream" e "Hang On To Yourself", diventati poi momenti chiave di ZIGGY STARDUST. Il loro vulcanico autore scelse invece di inciderli con lo pseudonimo Arnold Corns, il gruppo fittizio per il quale aveva usato il suo sarto Freddie Burretti come finto frontman.

Per tutta la produzione di quel periodo la spinta propulsiva era stata il primo viaggio negli Stati Uniti, tra gennaio e febbraio. Bowie era andato rigorosamente in nave, avendo paura dell’aereo, aveva conosciuto Iggy Pop e visto i Velvet Underground. E intanto che era là aveva iniziato a scrivere alcune canzoni che avrebbero cambiato la sua vita. Dirà a "Beat Instrumental" nel 1972: “Ero andato per promuovere THE MAN WHO SOLD THE WORLD e quando sono tornato avevo cambiato completamente il mio modo di guardare alle cose e di scrivere canzoni. L’America mi aveva riempito di adrenalina. Sono diventato molto preciso e veloce. E anche più produttivo”.

La seconda facciata di HUNKY DORY è ispirata quasi del tutto da artisti americani, e in modo molto esplicito. Un brano intitolato "Andy Warhol", una "Song For Bob Dylan", una “Song For Lou Reed” (cioè "Queen Bitch") e a questo trittico si può aggiungere anche "Fill Your Heart", che le precede tutte quante: cover di un pezzo di Biff Rose, brillante entertainer di New Orleans.
Costretto a una pausa dalla transizione contrattuale, momentaneamente abbandonato da Tony Visconti e dai suoi musicisti, confluiti nel progetto Ronno di Mick Ronson, Bowie si ritrovò solo al timone della propria nave.

Ma l’America aveva estirpato da lui le incertezze. Prima di tornare a Londra aveva detto a "Rolling Stone": “Mi rifiuto di essere considerato mediocre. Se sarò mediocre, lascerò questo mestiere”. Una volta rientrato iniziò a concentrarsi su se stesso, e soprattutto sul vecchio pianoforte della villa di Haddon Hall. Dirà a "Mojo" nel 2003: “Obbligai me stesso a diventare un buon autore di canzoni. Fu il mio obiettivo principale in quel periodo”.

Nella foto di copertina realizzata da Brian Ward, all’interno del progetto grafico curato dal fido George Underwood, Bowie – in posa alla Greta Garbo – sembra guardare verso un altrove indecifrabile. Non pare particolarmente interessato a quanto succede nella società attorno a lui, alla cronaca, ma forse molte delle fortune di HUNKY DORY nei decenni successivi si devono a testi che possono comunicare qualcosa sul mondo anche a chi li ascolta oggi.
Quanto alla musica, si concesse di tutto: folk, rock alla Velvet Underground, recitati, music hall, pop, country americano, jazz da night club.


“Era inutile che mi cercassi un genere”, spiegherà a "Classic Rock" nel 2011. “Non ero un artista rhythm’n’blues, non ero un artista folk. Mi piaceva l’idea di mettere insieme Little Richard e Jacques Brel e i Velvet. Come poteva suonare una cosa del genere? Non lo sapevo, nessuno stava provando a farlo”. Alla fine riuscì a ottenere un disco con molti stili diversi eppure sorprendentemente bilanciato, lontano dall’incoerenza interna di SPACE ODDITY. Uno dei motivi era la decisione di costruire il nuovo album sul pianoforte più che sulla chitarra. Per la natura intrinseca dello strumento e la condizione di autodidatta di Bowie, l’artista seduto al suo piano malandato dovette tentare soluzioni meno ovvie, e melodicamente più inusuali (anche perché, a quanto pare, uno dei tasti centrali era bloccato). Ma in molti casi ebbe bisogno di una mano anche per adattare alcuni brani nati alla chitarra.

“Mi chiamò al telefono per invitarmi a casa sua. Fu una delle esperienze più mirabili della mia vita”, ha raccontato Rick Wakeman, che nel parlare di Bowie tende a perdere la sua ribalda vanagloria per sciogliersi in devozione pura. “Tirò fuori una chitarra 12 corde ammaccata e mi suonò delle cose una dopo l’altra; io ero semplicemente inebetito nel sentire quella sequenza di pezzi fantastici. Tra questi c’era "Life On Mars?", semplicemente la canzone più bella che io avessi mai sentito. Mi disse che l’album si sarebbe basato sul pianoforte e che avrei avuto libertà completa. Ricordo che tornato a casa dissi a mia moglie che quell’album sarebbe stato un classico. In quegli anni partecipavo a due, tre session al giorno, ogni giorno. Non lo avevo mai detto prima di allora e non l’ho più detto dopo di allora”.

Mick Ronson è più che presente in HUNKY DORY; ma se tra i musicisti c’è un protagonista, questo è probabilmente Wakeman, che di lì a poco diventerà la principale attrazione degli Yes.

Poiché al momento era ancora impegnato con gli Strawbs, Bowie e DeFries avevano pensato di ingaggiare Dudley Moore, attore comico (diventerà famoso con i film "Arturo" e "10") ma anche pianista jazz. Bowie però si era trovato molto bene con Wakeman per Space Oddity e aveva bisogno di qualcuno di cui fidarsi: voleva una controrivoluzione rispetto al suono fortemente rock di THE MAN WHO SOLD THE WORLD. Molto di quel sound fu dato dal centenario pianoforte Bechstein che Paul McCartney aveva usato per "Hey Jude". Per il produttore Ken Scott, “era una delle attrattive degli studi Trident. Quel piano è nei primi dischi di Elton John, lo hanno usato anche Queen, Genesis e Supertramp. Uno strumento fantastico”.

Non che in HUNKY DORY manchino il rock e le chitarre elettriche: in diversi pezzi, su tutti "Queen Bitch", si sentono forte e chiaro ma “sostanzialmente gli altri suonavano in base a come io avevo strutturato i suoi pezzi al piano”, ha raccontato Wakeman. “All’inizio la band lo deluse. Qualcuno non aveva imparato i pezzi. Lui li sgridò. Disse: ‘Avete una grande opportunità e siete pagati bene. Se preferite tornare a Hull e mettere su una piccola band, potete dirlo’”. Il gruppo fu spiazzato dal
nuovo, determinato Bowie: non era quello svagato delle sedute di THE MAN WHO SOLD THE WORLD. Per Woodmansey “le canzoni erano più strutturate. Sinceramente, non pensavo che potesse scrivere cose del genere”. Ancora Wakeman: “Era molto attento ai dettagli. Lavorando con Bowie ho imparato più che da chiunque altro”.

Il testo completo di questa scheda è pubblicato nel libro "David Bowie" di Paolo Madeddu, edito da Giunti, per gentile concessione dell'autore e dell'editore. Il libro racconta tutte le canzoni pubblicate da David Bowie nella prima parte della sua carriera, dal 1964 al 1976: tutti i brani contenuti negli album, i singoli con i relativi lati B e gli inediti apparsi sui live e, in due apposite appendici, gli abbozzi di canzone, i provini, gli inediti pubblicati ufficialmente dopo la scomparsa dell'artista.


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