David Bowie, "Hunky Dory" ha 50 anni: la storia di "The Bewlay Brothers" (2)

Ricorre il 17 dicembre il cinquantesimo anniversario della pubblicazione dell'album "Hunky Dory"; lo raccontiamo canzone per canzone
David Bowie, "Hunky Dory" ha 50 anni: la storia di "The Bewlay Brothers" (2)

Bewlay era una marca di articoli per fumatori ma anche un nome che richiamava “Bowie”.

“L’unica pipa che io abbia mai fumato era una Bewlay da poco prezzo. Un oggetto comune alla fine degli anni ’60, e per questa canzone ho usato il suo nome al posto del mio. Non è solo una canzone sul rapporto tra fratelli, perciò non volevo usare quello vero” (viene da chiedersi: si riferisce a Bowie o a Jones?). “Avevo un mucchio di parole che avevo accumulato durante la giornata. Quella sera mi sentivo distante e inquieto, c’era qualcosa che mi si era insinuato nella mente”.
Il brano è uno dei più amati dai fan, a cominciare da Lou Reed. Nel 1973, in una conversazione con il critico Lester Bangs, che abitualmente lo provocava irridendo Bowie, sbottò: “Hai mai sentito 'The Bewlay Brothers', imbecille?”. La stessa cosa aveva consigliato l’anno prima al critico del "Guardian" Geoffrey Cannon. 

Sicuramente il tema portante della canzone sembrerebbe quello dell’evoluzione del rapporto di David con Terry Burns, il fratellastro che con i suoi libri e i suoi gusti musicali lo avviò verso il sogno di uscire dal quartiere di Bromley per diventare un artista. Prima c’è la fase della complicità, del fronte comune: “Eravamo così eccitati dalla vostra mancanza di conclusioni. I fratelli Bewlay, nella debolezza e nel male. I fratelli Bewlay, nella Beatitudine e nel Freddo. Eravamo così eccitati”. Poi, con una certa gelida anticipazione del suicidio di Burns nel 1985: “Mio fratello giace sulle rocce. Potrebbe essere morto, potrebbe non esserlo, potrebbe essere te”. Ma potrebbe essere anche Bowie stesso, che alla schizofrenia del fratello sovrappone la propria, dapprima esorcizzata nell’arte ma sempre paventata come destino familiare, come si è visto anche per "All The Madmen".

La frase “Lui è camaleonte, comico, Casanova e caricatura” (in inglese il termine 'corinthian', fin da Shakespeare, è sinonimo di libertino) sembra un’autodescrizione: i fratelli potrebbero essere in realtà il solo David Bowie, che alla vigilia dello sdoppiamento in Ziggy Stardust coglie un sottinteso preoccupante di tutto questo ricorso a degli alter ego, incluso Arnold Corns, l’artista fittizio che aveva pubblicato "Moonage Daydream" due mesi prima.

Nell’intervista inedita del 1971 che John Swenson ha pubblicato sulla rivista "Offbeat" poco dopo la morte di Bowie si legge un passaggio inquietante che riassume in modo molto semplice la sua convinzione di quel periodo: “Sono schizoide. Come lo è mio fratello, solo che io lavoro nel music business e posso farla franca molto più di quanto potesse farlo mio fratello col lavoro che aveva. Lo hanno messo in un manicomio per il fatto che è come me. Questo è ciò che rende fantastico il nostro ambiente”.

Ci vollero trent’anni perché David si decidesse a cantare in pubblico "The Bewlay Brothers": avvenne nel settembre 2002 in una BBC Session.
Bowie annunciò: “Questa preferirei non farla, a meno che non la conoscano tutti. Risale a tanto tempo fa e non l’abbiamo mai eseguita su un palco”. Dice il titolo della canzone e il pubblico applaude. “Siete una manica di ermetici, lo sapete?”. Poi, sfoderando un foglio col testo: “Forse non l’ho mai cantata del vivo perché contiene più parole di 'Guerra e pace' di Tolstoj”.

Pochissimi hanno azzardato una cover di un pezzo così personale e intenso; meritano di essere menzionati due artisti di culto. Il primo è Peter Murphy, che ne ha incluso un’eccellente versione dal vivo in BAREBONED AND SACRED (2017) con la dedica “David Bowie RIP” nel titolo. Il secondo è Momus, la cui rielaborazione apre le diciotto cover bowiane incluse in TURPSYCORE (2015); la voce fragilissima dell’artista scozzese non è per tutti i palati ma l’arrangiamento cerca di ricreare alcune delle intenzioni “spettrali” dell’originale.

Il testo completo di questa scheda è pubblicato nel libro "David Bowie" di Paolo Madeddu, edito da Giunti, per gentile concessione dell'autore e dell'editore. Il libro racconta tutte le canzoni pubblicate da David Bowie nella prima parte della sua carriera, dal 1964 al 1976: tutti i brani contenuti negli album, i singoli con i relativi lati B e gli inediti apparsi sui live e, in due apposite appendici, gli abbozzi di canzone, i provini, gli inediti pubblicati ufficialmente dopo la scomparsa dell'artista.


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