David Bowie, "Hunky Dory" ha 50 anni: la storia di "Queen Bitch" (1)

Ricorre il 17 dicembre il cinquantesimo anniversario della pubblicazione dell'album "Hunky Dory"; lo raccontiamo canzone per canzone
David Bowie, "Hunky Dory" ha 50 anni: la storia di "Queen Bitch" (1)

Queen Bitch
David Bowie: voce, chitarra • Mick Ronson: chitarra, voce • Trevor Bolder: basso • Woody Woodmansey: batteria
Registrazione: giugno-luglio 1971
Produttori: Ken Scott, David Bowie


Con la penultima traccia del disco si chiude la sequenza di omaggi a quegli “amici americani” che Bowie ancora non aveva incontrato. Omaggi, en passant, a tre anime diverse di New York, che in futuro diventerà la sua città. A dire il vero, in questo caso, prima che uscisse l’album una specie di incontro c’era stato. In occasione del suo viaggio oltreoceano all’inizio del 1971 David era andato a verificare com’era quell’ambiente torbido descritto nei dischi dei Velvet Underground: “A New York fui molto colpito dai travestiti: avevano qualcosa che ricordava i quadri dei preraffaelliti, Dante Gabriel Rossetti o Edward Burne­Jones”.

Dopo di che, andò a vedere la sua band di culto all’Electric Circus di New York. Al termine di uno spettacolo per pochi intimi che lo aveva emozionato moltissimo si era intrufolato nel backstage per conoscere Lou Reed. In una ricostruzione del 2001 di "Record Collector", andò così:
“Bussai e chiesi: ‘C’è Lou Reed? Vengo dall’Inghilterra, sono un musicista anch’io e lui è un po’ il mio eroe, vorrei parlargli’.

Il tipo che era lì mi disse di aspettare; Lou arrivò e per un quarto d’ora parlammo di come scriveva canzoni, di com’era essere Lou Reed eccetera. Tornai in albergo galleggiando su una nuvola. Una volta a Londra, mi vantai con un tale che conoscevo: ‘Ho visto i Velvet Underground e a fine concerto ho parlato con Lou Reed!’. E quello mi disse: ‘Guarda che ha lasciato la band un anno fa, mi sa che ti hanno preso in giro’. ‘Ma sembrava Lou Reed!’. ‘Forse era Doug Yule, che è entrato al suo posto’”.

Yule ha poi confermato: “Mi ricordo quel ragazzo inglese. In effetti mi comportavo da personalità di spicco e mi sentivo molto importante, il leader della band. Era ovvio che lui avesse pensato che fossi Lou Reed, non ricordo se gli spiegai che Lou non c’era. Sta di fatto che qualche anno fa ho sentito raccontare questa storia e ho capito che quello sconosciuto era David Bowie”. Che dovette prenderne atto: “Incredibile, che impostore! Eppure, per quanto mi riguardava, io avevo parlato con Lou Reed e mi ero portato dietro quel ricordo. Così scrissi 'Queen Bitch' come omaggio”.

Le note di copertina su HUNKY DORY dicono: “Un po’ di 'White Light' dei Velvet Underground restituita con gratitudine”. A dirla tutta, c’è anche un po’ di Eddie Cochran, perché il riff è molto simile a quello di "Three Steps To Heaven", il n. 1 postumo del rocker inglese scomparso in un incidente d’auto nel 1960; qualche anno dopo Bowie citerà il titolo della canzone nel testo di "It’s No Game". Come nel pezzo di Cochran, qualcuno dà il tempo – in questo caso la voce di Bowie – e una chitarra
acustica parte col riff.

Pochi secondi dopo, l’ingresso di Mick Ronson che lo raddoppia con la chitarra elettrica trasforma la canzone nel primo brano veramente glam rock di Bowie: se fosse stato inserito in ZIGGY STARDUST oggi nessuno ci troverebbe niente di strano, a parte forse la possibile parentela con "Hang On To Yourself". Il cantato riprende le cadenze tipiche di Lou Reed, comprese alcune pieghe ai limiti della stonatura, spesso ulteriormente accentuate nelle versioni dal vivo.

Il testo corre libero come mai era successo nei primi sette anni di tentativi, raccontando di un torbido tradimento tra gelosia e lussuria, marciapiedi e ambiguità, il camp inglese un po’ démodé fatto di merletti e cappelli frou­frou e il cruising aggressivo delle metropoli americane.
Dimostrando di aver fatto propria la lezione di Lou Reed, Bowie sfodera una tagliente definizione delle queens: “Lei è una regina, e le regine sono fatte così, le vostre risate vengono risucchiate dal loro cervello”.

Nel mare di infatuazioni artistiche del giovane David, quella per il rocker americano era tra le più solide e datava al 1966, quando il manager Ken Pitt gli aveva portato dall’America due acetati di album in corso di stampa: uno era il secondo dei Fugs, che gli piacque abbastanza da meritarsi nel 2013 l’inclusione in una lista dei suoi venticinque vinili preferiti.

Ma ancora di più gli piacque l’altro, THE VELVET UNDERGROUND & NICO: “Tutto ciò che sentivo insieme a ciò che non conoscevo ancora nella musica rock mi si schiuse all’improvviso”. Folgorato soprattutto da "I’m Waiting For The Man", il diciannovenne cantante impose ai componenti dei Buzz di impararla rapidamente e iniziò a eseguirla dal vivo persino prima che fosse pubblicata ufficialmente dagli stessi Velvet Underground.
“Tipico di un mod essere così avanti”, commentò poi ironicamente.

Il testo completo di questa scheda è pubblicato nel libro "David Bowie" di Paolo Madeddu, edito da Giunti, per gentile concessione dell'autore e dell'editore. Il libro racconta tutte le canzoni pubblicate da David Bowie nella prima parte della sua carriera, dal 1964 al 1976: tutti i brani contenuti negli album, i singoli con i relativi lati B e gli inediti apparsi sui live e, in due apposite appendici, gli abbozzi di canzone, i provini, gli inediti pubblicati ufficialmente dopo la scomparsa dell'artista.


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