David Bowie, "Hunky Dory" ha 50 anni: la storia di "Song for Bob Dylan" (2)

Ricorre il 17 dicembre il cinquantesimo anniversario della pubblicazione dell'album "Hunky Dory"; lo raccontiamo canzone per canzone
David Bowie, "Hunky Dory" ha 50 anni: la storia di "Song for Bob Dylan" (2)

Tuttavia, esattamente come era capitato con Andy Warhol, l’incontro con Dylan non fece scoccare una scintilla, anzi. Non che Bowie fosse strettamente un fan: riconosceva l’importanza del cantautore e – come tanti altri, a cominciare da Beatles e Rolling Stones – ne era stato influenzato come compositore. Del resto, ancora prima dei Velvet Underground, era stato Dylan a far nascere la sua curiosità per New York.
Dall’intervista a "Filter" del 2003: “Avevo comprato il suo secondo album, quello sulla cui copertina c’è lui che attraversa, mi pare, Bleecker Street con la sua ragazza al fianco.

Notai com’era vestito, era figo. Poi ho ascoltato l’album. La musica era grandiosa, vera dinamite. Era come la voce di un uomo di sessant’anni in un ragazzo così giovane. Pensai: questi sono i beat. In quest’album c’è tutto quanto l’America ha di grande. E subito iniziai a sentire affetto per Bleecker Street e tutto il resto”.

Dal punto di vista personale però, come David rivelò nel 1976 a Cameron Crowe di "Playboy": “Tra noi andò malissimo. Ci siamo trovati a casa di qualcuno, non ricordo di chi, dopo un concerto in un club. Ero in uno stato... molto verboso. Gli parlai per ore, ore e ore, e non so se l’ho divertito o spaventato o schifato, non so proprio: non ho aspettato che me lo dicesse. Ho parlato per un’eternità, poi ho detto buonanotte. Non mi ha mai telefonato. Non mi ha impressionato molto. Mi interessava solo sapere il suo parere su di me. Per il resto ero fermamente convinto di essere io ad avere delle cose importantissime da dire. Per la verità mi capita spesso”. 

Dylan non si è mai pronunciato pubblicamente.

In base alla ricostruzione della modella Winona Williams, nel dicembre 1974 un gruppo piuttosto interessante di cui facevano parte Bowie, la sua assistente Corinne “Coco” Schwabel, Bette Midler, i Manhattan Transfer e Bob Dylan si ritrovò a New York a un concerto di Dana Gillespie, la protetta di Bowie. La Williams invitò tutti quanti nella casa che condivideva con Shep Gordon, manager di Alice Cooper; una volta lì, stando alla Williams, Bowie avrebbe messo sul piatto "Young Americans" sperando di fare colpo su Dylan, che invece “non lo apprezzò per niente. David ci restò molto male e lo portai nella mia stanza per cercare di calmarlo. Mi posò la testa in grembo come un bambino. Appena si sentì meglio, iniziò ad allungare le mani per provarci”.

L’ultimo dettaglio è abbastanza credibile. Non si sa invece quanto possa esserlo quello fornito nel 1978 da Bowie a "Melody Maker" a proposito delle parole rivoltegli dal futuro premio Nobel: “Ero un po’ fuori di testa se ricordo bene, e gli parlavo della sua musica, di ciò che lui avrebbe dovuto o non dovuto fare, e di ciò che la sua musica era o non era; alla fine della conversazione si è voltato verso di me e – spero scherzasse ma credo di no – mi ha detto (imitazione della voce di Dylan): ‘Aspetta di sentire il mio prossimo album’. Pensai: ‘Oh no, da te questo no! Per favore, tutto ma non questo!’. Forse non ero nelle condizioni giuste ma quella è stata la prima e unica volta che ci siamo incontrati. In seguito non mi ha mai più cercato. In lui non trovai niente di speciale, ecco qual è il punto. D’altra parte, anche quando le persone incontrano me di solito non mi trovano così speciale come credevano. Comunque per lui ho perso ogni interesse già qualche anno fa. Un tempo avevo un debole per lui”.

Negli anni ’80 ci fu certamente un altro incontro, testimoniato da alcune foto del 1985 che paiono gridare la distanza tra i due: Dylan ha l’aria tipicamente restia e stropicciata dietro gli occhiali scuri; Bowie è impeccabilmente vestito e pettinato e sorride a tutta dentatura. Secondo alcuni studiosi dylaniani, tre anni prima il folksinger – che evidentemente non leggeva "Melody Maker" – aveva pensato a Bowie come produttore per il suo album del 1983 INFIDELS; ma l’eventuale proposta si sarebbe scontrata con le sedute e la promozione di LET’S DANCE, uscito lo stesso anno.

Il trait d’union più concreto tra i due fu invece Mick Ronson, che a metà degli anni ’70 fu il chitarrista nel tour Rolling Thunder Revue di Dylan. A quell’epoca Bowie aveva smesso da tempo di eseguire "Song For Bob Dylan", portata in tour solo nel 1972, e poi rimossa. In compenso nei concerti con i Tin Machine avrebbe proposto una galoppante cover di "Maggie’s Farm", inclusa anche in un EP del 1989. È lecito presumere che il nome della tirannica padrona contro la quale il protagonista si ribella sia stato usato anche per alludere al primo ministro del Regno Unito dell’epoca, Margaret Thatcher.


Il testo completo di questa scheda è pubblicato nel libro "David Bowie" di Paolo Madeddu, edito da Giunti, per gentile concessione dell'autore e dell'editore. Il libro racconta tutte le canzoni pubblicate da David Bowie nella prima parte della sua carriera, dal 1964 al 1976: tutti i brani contenuti negli album, i singoli con i relativi lati B e gli inediti apparsi sui live e, in due apposite appendici, gli abbozzi di canzone, i provini, gli inediti pubblicati ufficialmente dopo la scomparsa dell'artista.


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