David Bowie, "Hunky Dory" ha 50 anni: la storia di "Andy Warhol" (2)

Ricorre il 17 dicembre il cinquantesimo anniversario della pubblicazione dell'album "Hunky Dory"; lo raccontiamo canzone per canzone
David Bowie, "Hunky Dory" ha 50 anni: la storia di "Andy Warhol" (2)

Il brano si apre con un dialogo in studio di registrazione con Ken Scott che annuncia: “Questa è 'Andy Warhol', tentativo numero uno”.

Al che Bowie puntualizza un po’ gratuitamente che il nome va pronunciato “War­hol come in holes”, ridacchiando e comunicando un certo qual nervosismo, sottolineato da un sottofondo elettronico che sparisce prima che il brano, del tutto acustico, decolli: forse un’ulteriore allusione a una sorta di Factory musicale. Ma la spontaneità dell’introduzione è del tutto costruita da Scott, con registrazioni successive e sovrapposte. “Vorrei essere una mostra d’arte e mettervi tutti nel mio spettacolo” canta quindi Bowie, per poi sentenziare nel ritornello: “Andy Warhol. Lo schermo d’argento. Non li puoi realmente distinguere”. Non può immaginare che il suo omaggio verrà accolto malissimo dal destinatario. Anche se proprio lui notoriamente consigliava: “Se volete conoscere tutto di Andy Warhol guardate la superficie dei miei dipinti e delle mie pellicole: lì ci sono io. Non c’è niente dietro” (intervista al "Los Angeles Press", 1967). E guarda caso: “Non dovreste cercare in profondità nelle mie canzoni. Non c’è nient’altro che quello che si può sentire al primo ascolto” (prima intervista di Bowie al "New Musical Express", 1969).

La seconda trasferta di Bowie a New York, a settembre, per firmare il contratto con la RCA portò all’incontro con Lou Reed e Andy Warhol. A organizzare l’appuntamento con quest’ultimo fu Tony Zanetta, l’attore che interpretava Warhol in "Pork". “Diventai l’amico americano di Bowie e del suo entourage”, ha raccontato Zanetta, che divenne poi tour manager del cantante. “Uno dei pretesti per l’incontro era che Tony DeFries discutesse della possibilità di aprire una filiale della Factory Films in
Europa con Paul Morrissey, che gestiva gli affari di Warhol”.

L’artista diede udienza a David, Angie e DeFries nella sua Factory, ospitata nel Decker Building di Union Square. Sempre secondo Zanetta, “Warhol non era un gran conversatore, e nemmeno David, che all’epoca era tranquillo, non era una personalità debordante. Fu imbarazzante. Nessuno prendeva la parola. Così si giravano attorno. Bisogna ricordare che Bowie non era famoso: per quel che ne sapeva Warhol, era un tipo che veniva dalla strada. Ma trovarono un interesse comune, le scarpe di David: un paio di Mary Janes gialle. Così iniziarono a parlare di scarpe”.
Nel 2003 in un’intervista a "Performing Songwriter" Bowie confermò:


“Erano piccole e gialle, con una cinghietta sopra, come certe scarpe da ragazzina. Le trovò adorabili. Poi scoprii che quando era più giovane aveva disegnato diversi modelli di scarpe e aveva una certa forma di feticismo. Questo ruppe un po’ il ghiaccio”. Warhol mise mano alla fida Polaroid e fotografò le calzature. Malauguratamente a quel punto David tirò fuori una copia in acetato di HUNKY DORY e gli fece sentire la canzone. Che Andy detestò. “Mormorò: ‘Oh, uh­uh, okay’. Poi semplicemente andò in un’altra stanza, piantandomi lì. Qualcuno mi si avvicinò per spiegarmi: ‘Gee, a Andy non è piaciuta’. Io dissi: ‘Mi spiace, voleva essere un atto di stima’. ‘Sì ma hai detto che ha un’aria strana. Sai che Andy ha questa ossessione per il suo aspetto? Ha una malattia della pelle e pensa che tutti se ne accorgano’”.

Probabilmente è da quel punto che iniziano i tredici minuti di immagini in bianco e nero, molto amatoriali, riprese da Andrew Netter e recentemente recuperate dal Warhol Museum di Pittsburgh. Bowie – presentatosi con un abnorme cappello nero sui capelli lunghissimi – mima la laconica estrazione delle proprie viscere, fino al cuore, poi chiude con un classico del mimo, il muro invisibile che si stringe intorno a lui. Alla fine torna ad avvicinarsi a Warhol ma è abbastanza evidente che non c’è alcuna possibilità di interessarlo.
Anche Paul Morrissey fu molto negativo: “DeFries mi disse: ‘La RCA mi ha dato un sacco di soldi per promuovere questo tizio in America’, e mi indicò Bowie, un tipo buffo ed esile dalla faccia pallida seduto in un angolo. ‘La mia idea sarebbe mandare Andy in tour insieme a lui’. Non riuscivo a crederci: perché la RCA non pagava direttamente noi per promuovere l’album come per i Velvet Underground? Così gli dissi: ‘Non credo proprio che sarà possibile’”. Sembra che in seguito Warhol gli abbia chiesto se c’era la possibilità di farsi pagare i diritti sull’utilizzo del suo nome nella canzone.

In seguito i due si videro di nuovo ma non si sa in che termini.

Non è escluso che Bowie abbia provato a vedere se, una volta raggiunti successo e credibilità, il rapporto sarebbe cambiato. Il giornalista Legs McNeil, fondatore della rivista "Punk" e autore del libro sull’underground "Please Kill Me", ricorda una visita di Bowie alla Factory a fine anni ’70, stavolta in pompa magna e con un cospicuo entourage: “Lo aspettavo in un corridoio e quando uscì da una stanza mi fiondai per dirgli: ‘Signor Bowie, potrebbe concedere un’intervista per 'Punk'?’. Velocissimamente, senza parlare, mi prese il disco dei Suicide dalle mani e il suo seguito lo spinse nel corridoio, poi in ascensore e poi in una limousine, immagino verso il successivo favoloso appuntamento, senza che io avessi il tempo di gridargli: ‘Ladro bastardo, il mio disco!’”. A margine si può apprezzare la veridicità di una famosa autodefinizione bowiana: “Sono un ladro di buon gusto”.

Quel che pare abbastanza accertato è che David non gli aveva fatto cambiare idea sulla canzone. “Warhol la odiava, la disprezzava, diceva alla gente che era la cosa peggiore che avesse mai sentito e io ne ero piuttosto contrariato, perché penso di aver fatto di lui un ritratto attendibile e molto contemporaneo”, ha confessato un amareggiato Bowie.

Comunque non cambiò idea nemmeno David: la sua stima per l’artista Warhol rimase inalterata.

Nel retrocopertina del disco, a mo’ di frecciatina, finse di aver sbagliato a scrivere il titolo del brano: “Andy Monument” con una riga a penna sulla seconda parola e “Warhol” sopra, come correzione (nella prima bozza il finto errore non c’era). Nelle note di presentazione del disco scrisse: “Un uomo di media e antimessaggio, con un certo stile caruccio”. Ma l’orgoglio ferito non lo spostò dal suo radar. “Quando lo incontrai per la prima volta”, ha raccontato lo scrittore Hanif Kureishi, autore di "Il Buddha delle periferie", “mi disse di quando Lou Reed lo invitò a casa sua e c’era un sacco di oggetti di Warhol. David lo ammirava immensamente a causa della sua capacità di cambiare e di rubare. E di non preoccuparsi di essere originale”. Nel 1972 Bowie aveva provato a definire quello che per lui era il punto centrale nell’approccio warholiano: “Chi si metterebbe a dipingere un barattolo di zuppa Campbell? È questo che irrita la gente. È questa la premessa che sta alla base dell’antistile, e l’antistile è la premessa del mio modo di essere”. Più diretta un’altra affermazione: “Quel tipo era famoso quanto le opere che creava”.

"Andy Warhol" fu scelta come lato B dell’unico singolo tratto da HUNKY DORY, "Changes". Bowie la eseguì in un paio di BBC Session (21 settembre 1971 e 23 maggio 1972) e in tutto lo Ziggy Stardust Tour del 1972, abbandonando il falsetto nel ritornello e concedendo spazio a un assolo di chitarra acustica di Ronson; merita menzione quello presente in LIVE AT SANTA MONICA ’72. Poi venne accantonato fino a un ritorno in stile drum’n’bass nell’Outside Tour 1995 e in altre occasioni negli anni immediatamente successivi.

Il rapporto, irrisolto quanto duraturo, culminò in una performance catartica nel 1996, quando Bowie interpretò il defunto Warhol nel film Basquiat di Julian Schnabel.

“Un’icona pop che interpreta un’icona pop”, spiegò il pittore, alla prima esperienza come regista. “Tu sai che stai guardando David Bowie ma vedi anche Warhol: direi che è una cosa da Doppelgänger”. Un invito a nozze, per Bowie. Il Warhol Museum di Pittsburgh concesse l’uso di oggetti personali dell’artista per la realizzazione del film. L’archivista John W. Smith disse a Bowie: “Non hai idea di cosa questo significhi per me”. Mettendosi con estrema attenzione una parrucca di Warhol sulla testa, Bowie rispose: “TU non hai idea di cosa questo significhi per ME”. Quando dopo il film gli oggetti vennero recuperati, nella tasca di una giacca gli addetti del museo trovarono un biglietto della lotteria dello Stato di New York con la data e la firma di David Bowie: come se avesse voluto lasciare un suo segno.

Ma poi, in una intervista del 2003 a "Filter": “Non l’ho mai conosciuto. Be’, cosa c’era da conoscere? Era molto difficile con Andy. Ancora oggi mi chiedo se nella sua mente accadesse qualcosa, a parte le cose superficiali che buttava lì. E non so se con queste nascondesse cose più profonde o fosse una di quelle furbe regine che avevano colto lo Zeitgeist ma non con il cervello. Diceva solo cose come: ‘Wooow, hai visto chi c’è lì?’ e non andava mai più a fondo di così. ‘Uuuh ma guardala, ha un aspetto fantastico, quanti anni avrà?’. Naturalmente Lou Reed conosceva Andy molto meglio e diceva sempre che nella sua testa succedevano un sacco di cose. Ma io non le ho mai viste succedere”. E quanto dev’essergli dispiaciuto.


Il testo completo di questa scheda è pubblicato nel libro "David Bowie" di Paolo Madeddu, edito da Giunti, per gentile concessione dell'autore e dell'editore. Il libro racconta tutte le canzoni pubblicate da David Bowie nella prima parte della sua carriera, dal 1964 al 1976: tutti i brani contenuti negli album, i singoli con i relativi lati B e gli inediti apparsi sui live e, in due apposite appendici, gli abbozzi di canzone, i provini, gli inediti pubblicati ufficialmente dopo la scomparsa dell'artista.


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