“Let it be – Special Edition”: l’ascolto in Dolby Atmos

L’album è stato completamente remixato da Giles Martin, figlio del mitico George
“Let it be – Special Edition”: l’ascolto in Dolby Atmos

Entro da Pinaxa – erano sei mesi che non accadeva, e si era trattato di un altro appuntamento con la rivisitazione della Storia – e mi accomodo nel centro del suo studio, circondato dal suono di “Let it be – Special Edition”, la versione aggiornata sfornata da Giles Martin che si colloca a metà tra l’originale del ’70 e la versione “Naked” del 2003, ossia a metà tra la visione di Phil Spector e quella di Paul McCartney. E per 35 minuti rivivo l’epica di un album controverso ma gigantesco che, qui, suona divinamente.

Leggi qui la descrizione dei contenuti e la tracklist di “Let it be – Special Edition”

Rewind

Con Brian Epstein morto da un paio d’anni e i concerti abbandonati da tre, i Beatles erano smarriti. Vicende personali a parte, erano ancora grandi amici come vari episodi di questo disco rivelano, ma erano una band in stallo creativo. “Sgt Pepper” era ormai storia, e sarebbe stato leggenda, e nella testa di Paul McCartney c’era un solo modo per serrare le fila e ritrovare la magia dissipata: tornare alle basi. 
Nacque così il progetto “Get back”: il gruppo fece ingresso nei Twickenham Studios per scrivere un pugno di canzoni nuove e musicalmente essenziali per trarne un concerto. Dopo poco, George Harrison – trattato come un ragazzo di bottega e deriso da Lennon che lo chiamava “Harrisongs” – lasciò il gruppo. Dopo un altro po’ rientrò, l’accampamento si spostò dai Twickenham Studios alla sede della loro Apple e qui i Beatles completarono diversi pezzi e li suonarono a favore di telecamere il 30 gennaio 1969 in un concerto improvvisato sul tetto dei loro uffici che avrebbe fatto epoca.

Il grande fonico Glyn Johns, fedele alle consegne, impiegò poco per consegnare loro la versione definitiva (anzi, più versioni) di ciò che gli avevano chiesto: dei pezzi “as is”, scarni e con la produzione tenuta al minimo. 
Ai Beatles il pacchetto che era diventato “Get back” non piacque: il risultato finale pareva suonare un po’ troppo… essenziale. “Attento a ciò che chiedi, perché potresti ottenerlo”, potrebbe essere la morale.
La produzione fu allora affidata a Phil Spector. 
Ora: Phil Spector - lo ha dimostrato la storia - era un pazzo criminale, ma come produttore non scherzava.

Per “Let it be” la vulgata vuole che fece solo danno. Quegli archi eccessivi in “The long and winding road” sono presi a simbolo di tutto ciò che secondo Macca Spector era stato capace di rovinare. Ma, come avrebbe messo in luce la versione ‘Naked’ dell’album curata da Paul nel 2003, non tutti i pezzi denudati erano validi come quelli che erano stati trasmessi ai posteri nel 1970. Le accuse di "over production" sono fondate nella misura in cui non si accetta l’idea che, se affidi un album alle cure dell’uomo del Wall of Sound, il suo ego vorrà farne un disco di Phil Spector, e non dei Beatles.

E comunque: in quei primi mesi del 1969 i Beatles erano sì tornati alle basi del rock ma, alla fine, non avevano più ritrovato la magia agognata. Così erano passati oltre, incidendo e pubblicando “Abbey Road” (il loro vero ultimo album, prodotto da un George Martin non più ostracizzato) e, quando l’album “Let it be” (non più “Get back”) uscì nel 1970, il gruppo era già stato sciolto.
(Per la cronaca, il singolo “Get back” – che chiude sia il concerto sul tetto sia l’album - era uscito nell’aprile 1969, in una versione post-prodotta da McCartney e Glyn Johns e tratta da un edit di due take perfettamente incollate dopo avere sostituito quella originariamente completata da Jeff Jarrett, giudicata non all’altezza; e il singolo “Let it be” era uscito poco prima dell’album – ma con la produzione di George Martin).

“Let it be Special Edition” 

A me pare che l’approccio di “Let it be - Special Edition” riparta da una vetriolica definizione del ‘quinto Beatle’: “prodotto da George Martin e sovraprodotto da Phil Spector”. E che il singolo prodotto dal padre – con gli archi e l’assolo di chitarra più in secondo piano nel mix – sia la linea guida adottata dal figlio d’arte Giles Martin nel remix dell’intero album. 

L’ascolto

Sedendomi al centro dello Studio Pinaxa, a pochi secondi dall’inizio dell’ascolto di “Let it be” secondo Giles Martin, avverto una certezza e provo un dubbio. 
La certezza: con l’ascolto spaziale l’esperienza è meravigliosa, quasi trascendentale e sicuramente il disco suona diverso a prescindere dal nuovo remix. Ne dovrò tenere conto.
Il dubbio: la grande qualità dell’impianto mi concentrerà troppo sul fattore tecnico o riuscirò comunque a lasciarmi prendere (o deludere) dal disco in sé? Sinceramente, alla fine non l’ho del tutto sciolto.

Ecco che iniziamo con “Two of us”, con il suono della sua chitarra acustica, con le sue le armonie vocali: se non è la suggestione a giocarmi un brutto scherzo, la nitidezza qui è decuplicata.

Mentre “Dig a pony” fa emergere un’altra sensazione che ricorrerà lungo l’intero ascolto: che de-spectorizzando l’album, il miglior servigio il buon Giles l’abbia reso a Ringo, qualcuno che nei primi anni ’60 a Londra passava per il migliore su piazza ma che nei decenni la critica si è divertita a ridicolizzare. Il batterista, e con lui l’intera dinamica della sezione ritmica che formava con Paul, ne esce risarcito.
Un po’ come tutto questo album, che fu largamente stroncato dalla critica dell’epoca nel confronto con i suoi predecessori – nel frattempo, annotiamolo: il pubblico se ne strafotteva incollandolo per settimane in testa alle classifiche come i suoi predecessori – e che oggi, invece del patchwork di out-takes che veniva accusato di essere, suona più come una gemma grezza che come un vinile invecchiato. Non è solo il potere del tempo che passa e della nostalgia. E’ che in questa versione i Beatles ci vengono restituiti come una grande live band. Qualcosa che erano stati per anni prima di diventare troppo altro per continuare ad esserlo. Qualcosa che prova a riemergere in “One after 909”, un tuffo nei 50’s, un pezzo che nel 1970 deve essere sembrato una scelta banale forse proprio perché citava a suo modo i Beatles stessi (quelli che Paul desiderava ritrovare nello spirito e nella creatività).

“Across the Universe” è una parentesi. Ingombrante, ma una parentesi. Il pezzo, un capolavoro, è del 1968, risale al periodo del “White album”, doveva uscire come singolo ma era stato sostituito da “Lady Madonna” ed era poi stato pubblicato solo su una compilation benefica per il WWF. Da qui Phil Spector l’aveva ripescato e… imbottito a dovere, con overdub abbondanti. Nella versione di Giles Martin è una ballata più scarna ma molto più toccante, per me commovente, con voce in primissimo piano, una ritmica elegantemente sconnessa e un coro quasi angelico. Gli archi? Solo dopo, con calma, e quel pedale wah wah di George al mio orecchio suona quasi nuovo. In un certo senso giustizia è stata fatta a quello che è, secondo il suo autore John Lennon, “forse il mio miglior testo”: a questo guizzo di poesia pura viene effettivamente riservato un trattamento sonoro più appropriato.

“I me mine” è un brano di George Harrison dicotomico e dissociato quasi quanto “Layla” dell’amico Clapton, con una partenza malinconica da ballad e una seconda metà da rocker: in questa sua seconda parte, come in molte altre sue creazioni, è stilisticamente quanto di più affine al concetto di “Wall of sound” si possa trovare nell’album. Eppure, a chirurgia avvenuta, anche qui il suono delle chitarre viene reso diversamente, quasi fosse più acuto, più urlante. Qualcosa che mi fa pensare forse per la prima volta ai Beatles come a una guitar band. 
Già.

Più che ammazzarmi di fatica sulle differenze che qui si potrebbero evidenziare tra i due pezzi più celebri ed i loro ‘originali’ – la title track e quello che doveva esserlo – chiuderei con una meritata menzione di “I've got a feeling”, un altro personale momento-Eureka non appena mi entra in testa come la continuazione di “Helter Skelter”. Il suono delle chitarre, quasi la seconda parte di una specie di anelito pre-punk di Paul McCartney, con il gruppo colto in una grande jam session potente, credibile e sgangherata come quelle degli Stones.

“I hope we passed the audition”…

… disse Lennon sul tetto, e Spector non si lasciò sfuggire la prelibatezza incollandola in coda a “Get back” sull’album.
Un’audizione di 35 minuti abbondanti, con una manciata di brani semplici intorno a tre gemme d’autore, eseguita da una band che suona. Rispetto all’hype che stava seppellendoli, roba semplice.
E semplificare per risorgere era l’obiettivo che Paul McCartney voleva centrare con “Let it be”.
Oggi, forse, il DNA di un album che resta imprescindibile è un po’ più chiaro.

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