Suoni, immagini, Manchester e il resto del mondo: riecco gli Elbow

Suoni, immagini, Manchester e il resto del mondo: riecco gli Elbow
Come ai tempi dello Ufo Club, o della Factory di Andy Warhol. Musiche e immagini prodotte in simbiosi, e in tempo reale, da un gruppo di “performer” riuniti in una stanza. I promotori di questo happening multimediale sono gli Elbow di Manchester, il loro nuovo album “Leaders of the free world” è una raccolta di undici canzoni e di altrettanti video confezionati dai concittadini Soup Collective, congrega di giovani artisti dediti alle arti visuali: il prodotto è un “film” gemello del disco che dopo la prima a Londra, il 6 luglio scorso, è circolato pubblicamente in diverse sale inglesi e verrà abbinato come Dvd alla prima tiratura del Cd, nei negozi ai primi di settembre. “I nostri Blueprint Studios, appena fuori dal centro di Manchester, dispongono di una sala enorme, grande come un campo da calcetto. Soffitti alti, molta luce, belle panoramiche sul cielo sovrastante: ci è sembrato giusto approfittare della situazione” spiega a Rockol il cantante del quintetto, Guy Garvey. “Abbiamo invitato i Soup Collective, amici di vecchia data, lasciandogli carta bianca nel fare ciò che gli veniva in mente. Il leader del gruppo, Mark Thomas, si è portato dietro altri artisti locali, specializzati in campi come la computer art e i bozzetti grafici, e anche qualche studente della scuola d’arte e letteratura”. “E’ una cosa che avevamo in mente da anni”, aggiunge il bassista Pete Turner. “Mentre noi suonavamo, Mark e i suoi proiettavano immagini su un grande schermo, e telecamere sparse un po’ ovunque inquadravano la scena”. “Un po’ come doveva succedere alla Factory di Warhol”, azzarda Garvey. “Noi registriamo, e in fondo alla sala c’è gente che lavora ad un’animazione che ha per oggetto un trenino elettrico, altrove qualcuno disegna schizzi a matita o ricava immagini dal computer… Si è subito creata un’atmosfera calda e accogliente, un pungolo per la nostra creatività. Musica e immagini sono diventate inestricabili, la parte visuale del lavoro ci ha indicato nuove direzioni in cui sviluppare il suono e, crediamo, merita altrettanta attenzione di quella musicale”. Una novità assoluta, per gli Elbow? “Siamo abituati a pensare alla nostra musica in termini di spazi, di luoghi, di viaggio, soprattutto dopo aver girato il mondo in tour. Molte canzoni di questo disco sono state concepite e scritte all’estero: ‘Leaders of the free world’ a Berlino, ‘The stops’ a Roma, ‘Mexican standoff’ a L’Avana. Ci piace costruire i nostri album come ambienti in cui il pubblico si trova immerso per tutta la durata dell’ascolto”.
Il viaggio a Cuba (2004), soprattutto, sembra aver lasciato un segno sui cinque inglesi. “Abbiamo suonato a L’Avana ma anche all’Anfiteatro di Varadero, un posto dove non c’era mai stato un concerto rock, prima. E’ stato entusiasmante, perché la gente del luogo ama moltissimo la musica. Certo, Cuba è succube di una dittatura che fa sparire dalla circolazione chiunque parli male di chi sta al potere. Ma noi ci siamo goduti lo stesso il viaggio in un bellissimo paese”. Castro non è dunque uno dei leader del “mondo libero” a cui hanno dedicato la title track dell’album… “Lo si può leggere come una specie di avvertimento. Il ritornello della canzone dice che i leader del mondo libero si comportano come bambini che lanciano pietre, ed è facile ignorarlo finché non vengono a bussare alla porta di casa tua. Voglio dire che le cose non sono sempre quel che sembrano: la comunità islamica è stata vittima di persecuzioni, come quella gay. I nostri leader politici sono causa primaria delle turbolenze mondiali e noi ce ne accorgiamo solo quando le grane arrivano a casa nostra (profetico, Guy: l’intervista è stata realizzata prima degli attacchi terroristici a Londra). La canzone parla dell’attualità e dei personaggi ridicoli che ci governano in questo momento. Che quel cowboy ritardato sia l’uomo più potente del pianeta la dice lunga sulla situazione in cui ci troviamo. Quando entra in una stanza lo presentano pomposamente come il leader del mondo libero, il comandante in capo, il presidente degli Stati Uniti d’America: e poi arriva quella nullità, quel maledetto idiota di George W. Bush che agita i pugni per aria come se si trovasse di fronte ad un branco di bambini indisciplinati”.
Elbow viaggiatori e terzomondisti, d’accordo: ma c’è molta Manchester nel loro nuovo album. “Abbiamo registrato qui, e per questo si percepisce una situazione molto più rilassata rispetto ai tempi di ‘A cast of thousands’. Eravamo vicini ai nostri amici e alle nostre famiglie. Le prime tre canzoni del disco parlano proprio di Manchester e della sensazione di tornare finalmente a casa, dopo tutto quel tempo passato altrove all’inizio ci sentivamo quasi degli estranei nella nostra città”. E infatti il disco sfoggia un suono decisamente più aperto, meno dark e claustrofobico dei precedenti. Garvey concorda: “Mark (Potter) ha imbracciato raramente la chitarra elettrica, preferendo rivolgersi all’acustica. Molte delle chitarre più dure che si ascoltano nel disco le ho suonate io, e questa è una novità. Anche Craig (l’altro Potter) ha suonato molto più organo e piano che i sintetizzatori, e credo che si possa prenderla per un’indicazione di tendenza: il nostro prossimo disco probabilmente suonerà ancora più spoglio di questo. Quasi completamente acustico, tre o quattro chitarre, un pianoforte e un drum kit ridotto all’essenziale”. “Non abbiamo mai avuto tanta voglia di scrivere canzoni come in questo periodo”, aggiunge Turner. “Approfittando del fatto di avere a disposizione un nostro spazio per provare e incidere cominciavamo presto la mattina e finivamo tardi la sera, una cosa abbastanza inusuale per noi. Stavamo così bene in quell’ambiente che non ci veniva mai voglia di andarcene via”. I missaggi, complice il rinomato Tom Rothrock (Beck, Elliot Smith ecc.) sono avvenuti però a Los Angeles: “Lui abita lì e ha insistito che fossimo noi a muoverci. E’ andata bene così perché cambiando punto di osservazione ne abbiamo ricavato una prospettiva diversa sul nostro lavoro. Non c’è stata nessuna intenzione di boicottare Ben Hillier, con cui avevamo collaborato in precedenza: semplicemente ai tempi non era disponibile”.
Qualcuno, soprattutto ascoltando i brani più acustici, si sentirà in dovere di rispolverare un’altra volta il termine progressive. La cosa li infastidisce? “No, ma forse quell’etichetta era più adatta ai due dischi precedenti. Abbiamo conservato elementi che possono rimandare agli anni ’70, il gusto per certi pieni sonori, l’attenzione a certi dettagli intricati, l’intrusione di rumori ed effetti. Ma la costruzione delle canzoni è molto più classica questa volta, fondata sulla struttura tradizionale strofa-ritornello-strofa. In questo modo, crediamo, abbiamo portato a galla le differenze che esistono tra gli Elbow e le altre band a cui veniamo spesso paragonati”. Tra queste ci sono gli amici e concittadini Doves: protagonisti, tra l’altro, di un percorso di carriera simile, con il debutto discografico in età relativamente avanzata e una lunga gavetta alle spalle (nel caso degli Elbow ci fu anche un album affossato dalla Island e successivamente reinciso da capo a piedi: “Non crediamo che abbiano ancora i master, glieli abbiamo rubati noi”, scherzano loro). “Dopo che la Island scisse il contratto”, ricordano, “dovemmo tornare a fare lavori di merda per due o tre anni, neanche dal nostro manager riuscivamo ad avere in prestito venti sterline. Per fortuna Pete Jobson, il bassista degli I Am Kloot, aveva un amico che gestiva una piccola etichetta, la Uglyman Records, e lo convinse a prestarci 1000 sterline con cui pubblicammo il nostro primo Ep. Con il successo in radio e le buone recensioni della stampa arrivò anche il contratto discografico con la V2”. Sì, ma i Doves? “Sono nostri amici e sono stati un’ispirazione perché hanno cominciato un anno o due prima di noi”. “A me”, aggiunge Garvey, “è anche capitato spesso di essere scambiato per Jimi Goodwin, soprattutto quando avevo la barba… E’ successo anche un paio di settimane fa alla stazione ferroviaria. Un ragazzo si è avvicinato dicendomi che ‘M 62’ è la sua canzone preferita perché gli ricorda i King Crimson. Ma quello è un pezzo dei Doves… Anche nel loro ultimo disco ci sono molte canzoni che parlano di Manchester, e pezzi come ‘Shadows of Salford’ che hanno atmosfere simili alle nostre”. “Ricordo quando abbiamo avuto in mano uno dei primissimi demo di ‘Lost souls’”, aggiunge Turner. “Ci piacque moltissimo e vi riconoscemmo subito cose che appartengono anche al nostro mondo musicale”. “Ci capita spesso”, riprende Garvey. “La mia scrittura musicale, per esempio, è stata influenzata anche da John Bramwell degli I Am Kloot. Quanto a Jimi (Goodwin), io e lui stiamo scrivendo delle cose insieme anche se non sappiamo ancora che sbocco avrà questa collaborazione. Veniamo dallo stesso posto e credo che si senta. Siamo molto orgogliosi della nostra città, è migliorata molto negli ultimi anni ed ora è diventato un bel posto dove vivere. Dobbiamo solo badare a che il boom attuale di Manchester non si ritorca contro i suoi abitanti”.
Ora è tempo che altri riconoscano negli Elbow una fonte di ispirazione: persino i Coldplay, per cui hanno aperto un concerto in luglio. “Lo hanno detto in alcune interviste con la stampa inglese ed è stato molto carino da parte loro. Crediamo che i loro fan possano apprezzare alcune delle nostre canzoni. Non avevamo mai suonato prima in uno stadio da football, solo nei grandi festival all’aperto”. Niente Glastonbury, però, quest’anno… “Ci siamo stati da spettatori”, precisa Garvey. “Il giovedì c’era un tempo bellissimo, poi è arrivata la tempesta che mi ha portato via la tenda. La musica? Mah, la maggior parte del tempo l’abbiamo passata a prendere droghe”.
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