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Culture Club, la storia di "Do you really want to hurt me"

Tratta dal libro "Quello che le canzoni non dicono"
Culture Club, la storia di "Do you really want to hurt me"

Do You Really Want To Hurt Me?
Culture Club
Autori: Craig / Hay / Moss / O’Dowd
Anno di pubblicazione: 1982

Non è infrequente nella storia della musica pop che canzoni magari scartate, o pubblicate contro la volontà degli autori, ne diventino poi il più grande successo. È quello che è successo con "Do you relly want to hurt me" dei Culture Club, primo grandissimo successo della band di Boy George.

Dopo diversi cambi di formazione e di nomi, nel 1982 i Culture Club firmano finalmente con una etichetta importante, la Virgin, per la realizzazione di un album. Il disco, "kissing to be clever", esce nell’autunno del 1982, ma l’accoglienza del pubblico e della critica è piuttosto tiepida. I primi due singoli tratti dall’album, "White Boy" e "I’m afraid of me", sono un deciso fallimento: il primo arriva alla posizione n° 114 delle classifiche, mentre il secondo andrà leggermente meglio arrivando alla posizione n° 100. La band è sfiduciata e ancora più la casa discografica, che sta già pensando di abbandonarli al loro destino, quando qualcuno pensa di pubblicare come terzo estratto dall’album "Do you really want to hurt me", una canzone piuttosto soft sorretta da un ritmo reggae, che a prima vista non sembra avere le caratteristiche per sfondare nel panorama inglese dominato da Spandau Ballet e Duran Duran. 

Inoltre è lo stesso Boy George che si oppone alla pubblicazione di quella canzone: «I nostri primi due singoli avevano fallito. Quel singolo era la nostra ultima possibilità» - ha detto in un’intervista - «Ma ho minacciato di andarmene se l’etichetta lo avesse pubblicato. Non mi sembrava che ci rappresentasse, non era musica da club. Il nostro pubblico aveva bisogno di qualcosa su cui ballare e "Do You Really Want to Hurt Me" era troppo lenta, troppo personale, troppo lunga. Mi sbagliavo totalmente. Il suo successo è stata una grande lezione per me: ho imparato che essere personali era la chiave per toccare le persone». 

In realtà l’irlandese George Alan O’Dowd, in arte Boy George, era contrario alla pubblicazione della canzone anche per motivi personali, in quanto il testo di "Do you really want to hurt me" si riferiva alla sua relazione col batterista della band, Jon Moss, durata più di sei anni e tenuta nascosta al pubblico. «Era così personale, in un modo che le altre nostre canzoni non erano. Riguardava Jon. Tutte le canzoni riguardavano lui, ma erano più ambigue» ha detto lo stesso Boy George, raccontando però in seguito una storia diversa: «Ho scritto la canzone su un altro mio ex partner, Kirk Brandon. Ma quando scrivi canzoni su altre persone, sono comunque su di te. Interpretavo la vittima: “Oh, perché mi stai facendo questo?” Nel passato, ho trascorso così tanto tempo a cercare di cambiare le persone di cui ero innamorato, e non a cercare di cambiare me stesso». Chiunque sia l’ispiratore del testo di "Do you really want to hurt me" va detto che nel 1997 Kirk Brandon, cantante degli Spear of Destiny, farà causa a Boy George per queste dichiarazioni che avrebbero, a suo dire, danneggiato la sua carriera. Causa peraltro persa da Brandon.

Ma torniamo alla nostra storia: la struttura ritmica di "Do you really want to hurt me" nasce per opera del batterista che sta giocherellando con una drum machine, su cui il bassista di origini gamaicane Mikey Craig suona una linea di basso di chiara impronta reggae.

Ha raccontato Jon Moss: «Tutti adoravamo il reggae, così il pezzo si è trasformato in una canzone reggae. Quando l’abbiamo suonata alla Virgin, tutti durante la riunione si sono alzati e hanno iniziato ad applaudire. Sembrò ovvio che avevamo qualcosa di buono tra le mani». «Ricordo di avere scritto le parole in un appartamento nel centro di Londra» - ha aggiunto Boy George - «Gli amici di Jon fumavano erba, ed è lì che è nata l’idea. Ho annotato alcune frasi su un pezzo di carta e me lo sono messi in tasca». .

Il singolo viene quindi pubblicato come ultima chance per la band, vincendo le proteste e i dubbi di Boy George, e viene subito tramesso con regolarità dai DJ del canale 2 della BBC, ma il vero punto di svolta avviene quando il gruppo presenta la canzone alla popolare trasmissione TV "Top of the Pops", in seguito alla rinuncia di Shakin’ Stevens, che è malato, e al rifiuto di Elton John. Boy George si presenta col suo look solito, vestito con una specie di camicia da notte, truccato, e a piedi nudi, in omaggio alla cantante degli anni '60 Sandie Shaw. Va detto che il look di Boy George era autentico. George si vestiva da donna fin dai tempi della scuola e in un’intervista del 1983 spiega candidamente: «Porto i capelli in questo modo perché mi fanno sembrare il viso più lungo, porto il cappello perché mi fa sembrare più alto, i vestiti neri perché mi fanno sembrare più magro, e il trucco perché mi fa sembrare più bello». 

Il video della canzone viene diretto da uno che di videoclip se ne intende, Julien Temple - autore di video per Depeche Mode, David Bowie e Rolling Stones, tanto per dirne solo alcuni, e regista di film come "Absolute Beginners" e "Le ragazze della Terra sono facili" - che sceglie di ambientare la storia in un’aula di tribunale, in cui il cantante viene giudicato per il suo aspetto, e quindi per la sua sessualità, mostrando come viene espulso da luoghi diversi in varie ambientazioni storiche.

Il video contribuisce al successo del singolo, anche negli Stati Uniti dove arriva al secondo posto della classifica di "Billboard". Arriva al n° uno in 12 paesi, inclusa l’Inghilterra, ed entra nella Top 10 in quasi tutto il mondo, attestandosi al secondo posto anche in Italia. "Do you really want to hurt me", il singolo pubblicato contro la volontà di Boy George, sancisce la definitiva affermazione per i Culture Club e per il cantante, che negli anni dimostreranno di non essere una band da un successo e basta.

Questo testo è tratto dal libro "Quello che le canzoni non dicono - Storie e segreti dietro le nostre canzoni del cuore" di Davide Pezzi, per gentile concessione dell'autore.

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