NEWS   |   Pop/Rock / 21/07/2005

Tornano i Simple Minds, cinici e romantici

Tornano i Simple Minds, cinici e romantici
Le cronache musicali narrano le nuove gesta di New Order e di Depeche Mode, di Duran Duran e di Tears For Fears manco fossimo nel bel mezzo degli anni ‘80: il tanto vituperato decennio dell’edonismo reaganiano è tornato a galla e sta consumando con gusto la sua vendetta. Mancavano all’appello giusto i Simple Minds, mai definitivamente scomparsi di scena ma da tempo lontani dai riflettori importanti. Come non detto: il gruppo di Jim Kerr e di Charles Burchill, ormai cittadini italiani d’adozione (il primo risiede a Taormina, il secondo a Roma), ha un nuovo, gagliardo disco in uscita a settembre per l’onnipresente Sanctuary (“Black & White 050505” il misterioso titolo), ma non ci tiene più di tanto a giocare al revival. “La nostra intenzione era chiara fin dall’inizio”, spiega a Rockol un rilassato Kerr di passaggio a Milano, accomodandosi nel bel giardino di un prestigioso hotel del centro. “Volevamo fare un disco che avesse il suono classico dei Simple Minds migliori ma anche un’energia nuova: il problema era come riuscirci senza cadere nella parodia o in quegli esercizi rétro che oggi sembrano andare tanto di moda. Non si può tornare indietro nel tempo, però abbiamo volutamente rinunciato alle possibilità che computer e tecnologia offrono oggi ai musicisti di lavorare a distanza. Ci siamo riuniti in una stanza a suonare, noi quattro, inizialmente proprio a Taormina (le registrazioni sono proseguite più formalmente in uno studio nei dintorni di Amsterdam, mentre i missaggi finali sono stati realizzati dal “mago” Bob Clearmountain a Los Angeles). Insieme abbiamo scritto i pezzi, improvvisato, discusso e litigato. Come ai vecchi tempi, insomma: ma è molto più difficile tra persone mature che quando si hanno 19 o 20 anni e si va d’amore e d’accordo condividendo fino in fondo obiettivi e aspirazioni. Ventidue anni dopo, ci sono molte più sfumature nei rapporti interpersonali”. Soprattutto tra Kerr e Burchill, coppia indissolubile dai primi tempi della band: “Da molto prima, in realtà, andavamo a scuola assieme quando avevamo otto anni”, precisa il vocalist della celebre band scozzese. “Mia madre mi rammenta sempre che il rapporto tra me e Charles è durato molto più dei miei matrimoni (con le cantanti Chrissie Hynde e Patsy Kensit). E scherza dicendo che se avessi sposato lui forse le cose sarebbero andate meglio… Perché funziona tra di noi? Mah, credo perché ognuno di noi ha i suoi punti forti e le sue debolezze, perché siamo diversi e ci completiamo a vicenda. Non siamo proprio come Jagger e Richards ma io, per esempio, amo andare a letto presto e lui è un nottambulo…In comune abbiamo l’amore per questa band. Ci piace quel che facciamo, non abbiamo mai voluto alzare bandiera bianca e non ci siamo mai sentiti completamente soddisfatti dei risultati raggiunti. Entrambi abbiamo trovato in Italia l’ambiente ideale per vivere, e anche questo non sarà un caso. Siamo molto amici, ovviamente, anche se ci capita di azzuffarci: l’ultima volta pochi giorni fa al Festivalbar…”.
Ci tenevano tanto, a questo ritorno, che la data di completamento dei lavori (05/05/05, 5 maggio 2005) è finita nel titolo del disco: “Già, la cabala non c’entra, non c’è nulla di esoterico o di misterioso in quei numeri: era solo un modo di ribadire il nostro ritorno e quel che siamo oggi. In copertina c’è anche un cuore tracciato da due mani, il nostro vecchio simbolo: ma devo ammettere che il grande cuore dei Simple Minds aveva quasi cessato di battere, negli ultimi dieci anni. Non è stato un periodo di crisi quanto di incertezze: su noi stessi, sull’industria in cui ci troviamo a lavorare, sulla difficoltà di trovare motivazioni. Quando hai 18 anni pensi solo a lavorare e non esiste nient’altro, in seguito le cose cambiano e ci sono stati momenti in cui sono stato preoccupato per il nostro futuro”. Un tentativo di riagganciarsi al circuito principale del music business, qualche tempo fa, fu legato ad una campagna televisiva abortita con la Vodafone (era appena uscito un remix di “Don’t you”, il loro brano più famoso: vedi News). Si era anche parlato, allora, di un loro impegno discografico con un’etichetta italiana, la Carosello. “Poi la cosa è finita all’italiana, con una di quelle cause legali di cui non si vede mai la fine e in cui per fortuna non siamo stati coinvolti direttamente. Peccato, alla Carosello abbiamo incontrato gente per bene, ma a un certo punto abbiamo dovuto guardarci intorno e trovare una soluzione. Oggi ci autofinanziamo e siamo indipendenti. E alla Sanctuary a quanto pare c’è ancora gente che ama la musica”. Le prime canzoni della raccolta, “Stay visibile” e “Home” (primo singolo), riportano in auge il tipico suono epico alla Simple Minds. “Big music”, potrebbe chiamarla il loro conterraneo Mike Scott dei Waterboys, inventore del termine: una cosa che ha a che fare con il carattere degli scozzesi, per caso? “Direi di sì. Gli inglesi, per esempio, sono soliti fraintendere. Ci criticano confondendo la grandezza con la pomposità. Ma non si tratta di questo: noi scozzesi siamo abituati alla grandiosità dei paesaggi, non siamo intimiditi dai grandi spazi e dalle grandi proporzioni. E non c’è bisogno di vivere nelle Highlands per provare questa sensazione. Io per esempio sono cresciuto a Glasgow, in una giungla d’asfalto: ma vivevo al ventiduesimo piano di un condominio, potevo quasi toccare il cielo. E poi solitamente gli scozzesi sono gente grande e grossa, con una notevole considerazione di se stessi. Insomma, Mike Scott ci aveva visto giusto: c’è in noi una tendenza al grandioso che è anche degli irlandesi, pensa alla musica degli U2. Ma non è un sentimento mal riposto, non è come pensare di costruire Buckingham Palace”.
Come ha superato l’impasse creativo, Kerr, dopo questi anni vissuti in sordina? “In passato ho scritto canzoni ovunque, nelle camere degli hotel più lussuosi come negli scantinati più schifosi. E in qualunque stato d’animo, quando ero sereno e quando mi sentivo spaventato. Ma negli ultimi due o tre anni, vivendo in Sicilia, ho raggiunto uno stato di benessere che mi spinge di nuovo a fare gli straordinari. Non sono il tipo che se vede un bel sole al mattino decide di trascorrere tutta la giornata in spiaggia. Quando sto bene mi viene voglia di lavorare: il posto dove vivo aiuta, basta che mi dimentichi per un attimo i titoli dei quotidiani e quel che succede in Palestina. Non sono di quelli che trovano stimolo nell’infelicità e nella sofferenza, anche se a sostegno delle loro tesi loro possono sempre citare Lord Byron…Però a pensarci bene anche lui è stato a Napoli e in Sicilia…Tutti i grandi poeti sono anche viaggiatori, sempre alla ricerca di qualcosa. Non so bene perché sono finito in Sicilia, ma so che ci ho trovato quel che cercavo, una specie di grande pace interiore. ‘Different world’, sul nuovo album, parla proprio di questo, è una canzone che descrive le emozioni provate nel guardare il cielo siciliano. Ho cercato di non esagerare col sentimentalismo, ma non è stato facile. Mi sento diverso da un tempo. Anche se il disco nuovo andasse al numero uno in classifica, io continuerei a starmene a Taormina a mangiarmi un bel piatto di pesce”. Nessuna nostalgia per il periodo in cui dominava il mondo dorato del pop, con i Simple Minds? “No. Non mi fraintendere, mi è piaciuto vivere quel periodo anche se a volte gli eccessi legati al successo mi spaventavano e abbiamo commesso la nostra buona dose di sciocchezze. Abbiamo anche fatto buoni dischi, però, e siamo diventati uno dei gruppi di riferimento della nostra generazione. Non avrebbe senso chiedere di più, oggi: ma se dovesse arrivare certo non lo rifiuteremo!”. E l’impegno civile nelle canzoni? Sembra essere rimasto (“Black & white”, la canzone, parla di olocausti che si perpetuano nel mondo), eppure Kerr e soci dopo le stagioni di Mandela e del Live Aid sono scomparsi dall’orizzonte del rock “politico” internazionale. “Il motivo principale”, abbozza Kerr, “è proprio quello di cui si parlava prima: non siamo più i numeri uno e io non sono più lì con un microfono ad arringare le folle. Ma mi piace ancora interessarmi di quel che succede al mondo. Canzoni come ‘Black & white’, auspicabilmente, dovrebbero funzionare su piani differenti: ho cercato di confrontarmi con alcune delle cose che ho detto o fatto in passato, con alcuni miei stati d’animo negativi. Nel periodo in cui la scrivevo i media celebravano i sessant’anni dalla liberazione di Auschwitz e sui principali giornali, anche italiani, sono stato colpito da quanti continuassero a negare l’esistenza dell’olocausto. Ridicolo, con quel che succede ancora oggi in Tibet, o in Ruanda… Il pezzo non parla esplicitamente di questo ma in un certo senso queste considerazioni vi sono come incapsulate. E’ solo una canzone, naturalmente ma mi piace che il pop affronti anche tematiche serie. ‘Stay visible’, per esempio, mi è stata ispirata da un meraviglioso libro dello scrittore franco-marocchino Tahar Ben Jelloun, ‘This blinding absence of light’ (in italiano ‘Il libro del buio’, edizioni Einaudi). E’ la storia vera di prigionieri politici tenuti per dieci anni in celle sotterranee e che riuscirono a sopravvivere solo inventandosi un mondo di fantasia. Un libro brillante e poetico”. Già, ma che è successo ai Simple Minds dal Live Aid al Live 8? “Forse è solo una mia impressione, ma il mondo oggi è diventato più complicato. Allora le divisioni erano chiare e nette. Diritti umani e diritti violati. Apartheid e anti-apartheid. Il muro di Berlino, l’Est e l’Ovest. Reagan e Tatcher. Oggi invece abbiamo Tony Blair…”. Meno bianco e nero, insomma… “Esattamente. I contorni sono più sfumati. Ai tempi del Live Aid Bob Geldof chiedeva soldi alle nazioni ricche: oggi non più, perché si rende conto della complessità di gestire il denaro raccolto con la beneficenza se non si dispone delle infrastrutture necessarie. Io sono diventato più cinico. Faccio molta più fatica di prima a credere nell’onestà del processo politico, credo che non si possa essere votati senza cedere alla corruzione. I governi sono delle fottute imprese affaristiche. Mi ha messo un po’ a disagio vedere tutti quei musicisti di mezza età, bianchi e milionari, su un palco: tutti noi abbiamo una data di morte segnata, anche dal punto di vista musicale. Mi sarebbe piaciuto vedere più collaborazioni con artisti africani, che invece sono stati praticamente esclusi dai giochi. Era un’operazione commerciale, d’accordo, ma sarebbe stato bello vedere, che so, i Pink Floyd esibirsi insieme a un musicista del Senegal. Vuoi sapere se credo nella sincerità di Bono e di Bob Geldof? Certamente sì. Ma diciamoci la verità: al mondo interessa ancora qualcosa, una settimana dopo i concerti del Live8? Macchè, tutti hanno ricominciato a pensare ai fatti loro. E ad andarsene al mare”.
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