Schubert e punk: la lezione di libertà di Ezio Bosso nel film " Le cose che restano”

Arriva a ritratto di un musicista ribelle e libero da qualsiasi schema, a firma di Giorgio Verdelli. In sala solo per tre giorni, il 4, 5 e 6 ottobre: lo abbiamo visto in anteprima, ecco la recensione.
Schubert e punk: la lezione di libertà di Ezio Bosso nel film " Le cose che restano”

Punk, prima di tutto. E non solo perché figlio, a suo modo, della scena Mod della Torino degli Anni ’80, quella che si sviluppò intorno a locali come il Centralino, il Big, Radio Flash e a gruppi come i Negazione o gli Statuto, nei quali militò per tre anni, dal 1986 al 1989 (incidendo con la band pure un album, “Vacanze”). Con il cantante Oscar Giammarinaro, è lui stesso a ricordarlo nel film, si conobbero nei corridoi del Conservatorio: “In quei locali suonavano eccellenti band di tutti i generi: dal rock duro al reggae. Il fatto che noi studiassimo musica classica non ci precludeva la passione per gli altri generi musicali”. Ezio Bosso era punk per attitudine, soprattutto. Cosa c’è di più punk, in fondo, che passare da Bottesini a una cover in chiave ska de “La pelle nera” di Nino Ferrer? “Ezio Bosso. Le cose che restano” è il ritratto di un musicista ribelle e libero da qualsiasi schema. Il film è diretto da Giorgio Verdelli, ormai specializzato in monografie dedicate a musicisti, dopo i lavori su Pino Daniele, Vasco Rossi e Paolo Conte: è stato presentato in anteprima nella sezione Fuori Concorso della 78esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, sarà al cinema solo per tre giorni il 4, 5 e 6 ottobre (distribuito da Nexo Digital: l’elenco delle sale è disponibile qui).

Immagini d’archivio e interviste a personaggi più o meno vicini a Bosso, scomparso l’anno scorso a causa dell’aggravarsi della malattia neurodegenerativa da cui il musicista torinese era affetto dal 2011, ne ricostruiscono la storia: tra gli altri, intervengono il fratello Fabio Bosso, la sorella Ivana, gli amici Paolo Fresu, Angela Baraldi e Gabriele Salvatores e Carlo Conti, che lo volle come ospite al Festival di Sanremo nel 2016. Sul palco dell’Ariston, ancora poco conosciuto al grande pubblico (molti si appassionarono alla sua storia proprio dopo quel passaggio), Bosso offrì un quarto d’ora di emozioni potenti, una lezione di musica e di vita. Suonò la sua “Following a bird”, fece commuovere pure gli orchestrali e alla fine si prese la standing ovation del teatro, per l’artista e per l’uomo: “Ricordatevi sempre che la musica, come la vita, si può fare solo in un modo: insieme”.

È Bosso stesso a scandire il ritmo della narrazione, nel film. I suoi ricordi, selezionati attraverso un lavoro minuzioso di ricerca tra le tante interviste audio e video che il musicista ha rilasciato negli anni, accompagnano gli spettatori. Ci sono aneddoti, ma anche pillole: “Per me la musica è un’esperienza dolorosa”, “L’ispirazione è una cellula che gira dentro di me e io la devo risolvere: la risolvo sulla carta, così diventa materia”. E ancora: “La tecnica ci serve per poter essere liberi di sprigionare un’energia non nostra, ma di un altro”. Poi, certo, c’è la musica: quella grandiosa delle rassegne internazionali e dei concerti, ma anche quella intima delle prove, dello studio, della ricerca stilistica. Quella che ha composto e quella che ha diretto, in particolare gli amati Schubert e Beethoven: “Con Paolo Bonolis decidemmo di invitarlo come ospite di un programma che sarebbe andato in onda su Canale 5, intitolato semplicemente ‘Music’ – ricorda il direttore artistico Gianmarco Mazzi – ci disse che sarebbe venuto, ma ad una sola condizione: ‘Voglio suonare la mia versione di ‘Al chiaro di luna’ di Beethoven, che dura sei minuti’. Gli lasciammo carta bianca. Il passaggio segnò, credo, il picco di share di quella puntata”.

Dai colleghi musicisti del Conservatorio fino agli Statuto e ai primi spettacoli teatrali: il film-documentario ricostruisce anche quelle che furono le origini di Bosso, nato e cresciuto in un quartiere operaio composto quasi solo da immigrati (la sua famiglia era “la sola piemontese di tutto il caseggiato). Si parte dalla Torino creativa degli Anni ’80, “grigia, sporca, quella degli ultimi anni delle contestazioni”, appunto, e si arriva ai successi al Regio, all’Arena di Verona con i “Carmina Burana”, alla Fenice di Venezia, alle colonne sonore registrate per Salvatores a Londra agli Abbey Road Studios. Il film contiene anche un brano inedito, “The things that remain”, un ultimo messaggio di Bosso al suo pubblico: “Ognuno si racconterà la propria storia e io posso solo suggerire la mia”.

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