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Gli anni '80 e il ritorno di Bob Dylan

La storia di uno dei (tanti) periodi controversi di his Bobness, nel nuovo volume delle Bootleg Series, che copre la "rinascita" dopo la fase religiosa di fine anni '70, attraverso la storica collaborazione con Mark Knopfler
Gli anni '80 e il ritorno di Bob Dylan

La carriera di Bob Dylan è un romanzo ricco colpi di scena, un "viaggio dell'eroe" in cui non solo il protagonista della storia viene messo alla prova dagli eventi, ma anche i suoi ascoltatori. Dylan cambia direzione, prende svolte improbabili e inaspettate, sparisce, per poi ritornare trionfante, o quasi. Per Dylan le canzoni e la sua stessa identità sono oggetti in continua evoluzione, che cambiano nel giro di pochi giorni, sul palco come in studio. Un disco esce in una forma, ma ne ha altre fino a pochi giorni prima di essere terminato, come ci ha insegnato la storia di "Blood on the tracks" e la recente pubblicazione del box con le sessioni di studio.

Il nuovo volume delle "Bootleg series", il 17°, racconta uno dei suoi ritorni: quello degli anni '80, dopo uno dei suoi periodi più cupi e più odiati dai fan, la conversione di fine anni '70. "Springtime in New York" è un box meraviglioso con una montagna di canzoni mai sentite e di versioni inedite di "Infidels", il disco dell'83 inciso con Marl Knopfler e Mick Taylor e del successore "Empire Burlesque", in cui provò ad aggiornare il suo suono secondo le regole del periodo. Imperdibile per i fan e non solo, a partire da due delle canzoni più belle della produzione del premio Nobel, "Blind "Willie Mc Tell" e "New Danville Girl".

Da "Shot of love" a "Infidels"

Nel 1981 "Shot of love" concluse la cosiddetta "trilogia religiosa" che alienò una buona parte dei fan, assieme al tour degli anni precedenti in cui -come racconta il dettagliato booklet - Dylan si concentrava sulle sue nuove canzoni. Poi sparì per quasi due anni - non un concerto, non una notizia - per tornare con "Infidels", accolto con sollievo da critica e fan. "Springtime in New York" inizia il racconto da dove lo aveva interrotto quattro anni fa sul 13° volume delle bootleg series, "Trouble No More", quello che aveva riabilitato il periodo religioso. 

Si comincia con alcune outtake di "Shot of love" - tra cui la meravigliosa "Angelina", in una versione diversa da quella recuperata nel primo volume delle "Bootleg series". Ma il suo cuore  è il racconto di quello che successe negli anni dopo.
La primavera del titolo è quella del 1983, quando Dylan si rinchiuse in uno studio di New York a incidere il suo nuovo disco, lontano dai riflettori. Con lui c'era Mark Knopfler, alla produzione: Dylan si era deciso a cambiare approccio, a passare più tempo a lavorare alle canzoni invece che entrare, registrare fino ad ottenere la take giusta, e via.

Il leader dei Dire Straits venne scelto dopo avere preso in considerazione David Bowie, Frank Zappa ed Elvis Costello. Dylan gli affiancò l'ex Rolling Stone Mick Taylor alla chitarra e il duo reggae Sly & Robbie alla sezione ritmica, per una formazione tanto inedita quanto improbabile. Furono sessioni inusualmente lunghe, con un grande lavoro di sovraincisioni e rielaborazioni delle tracce, una pratica che Dylan aveva sempre evitato preferendo un lavoro in presa diretta o quasi. Il disco uscì a fine 1983 e venne ben accolto, anche perché Dylan era tornato quello "secolare" che fan e giornalisti aspettavano da anni. Ma quasi subito si diffusero bootleg con registrazioni di studio che facevano capire che in quelle sessioni erano successe cose davvero notevoli e che, come per "Blood on the tracks", esisteva un disco alternativo e forse migliore di quello pubblicato. 

"Empire burlesque" e il suono degli anni '80

Dopo "Real live" - registrato durante il tour europeo dell'84 con Santana - arrivò "Empire burlesque". Venne registrato in un periodo ancora più lungo, prima con Dylan alla produzione, poi con la presenza di uno dei produttori più in voga del periodo, Arthur Baker. Venne scelto per "svecchiare" il suono di Dylan - alla sua casa discografica lo conoscevano bene perché aveva prodotto un (terribile) remix di "Dancing in the dark" di Springsteen, che nell'84 era arrivato al successo planetario. Baker arrivava da tutt'altro mondo - aveva lavorato con i New Order - e fu per sua stessa ammissione in imbarazzo in quelle sessioni, perché era stato chiamato per un compito in cui non credeva del tutto: non voleva stravolgere Dylan, di cui era un fan. Il risultato fu una via di mezzo, con ottime canzoni ma con un suono invecchiato molto male, ricco di quella batteria con riverbero tipica del periodo.

Cosa c'è nel box

"Springtime in New York" è disponibile in due versioni: una doppio CD con 25 canzoni (quella che si trova anche sulle piattaforme streaming), e una da 5 CD con libro fotografico con 54 canzoni (che però si possono comprare in download a 15€ su iTunes o Amazon). Nella versione estesa sono compresi anche reharsal di tour e qualche outtake in più, con i due CD centrali dedicati alle registrazioni di "Infidels", comunque sempre versioni diverse rispetto a quelle pubblicate per esempio nei primi volumi delle Bootleg Series.  

La versione doppia perde inevitabilmente qualche pezzo, ma rimane comunque imperdibile: le versioni delle canzoni sono outtake e reharsal che suonano più asciutte rispetto agli originali: le versioni definitive di "Infidels" hanno un suono frutto di settimane di lavoro di post-produzione. Il risultato è che si sentono di più le chitarre di Knopfler e Taylor, e soprattutto la ricerca sonora di Dylan, uno capace di incidere la stessa canzone in un modo e 5 minuti dopo in modo completamente diverso, esattamente come le stravolge sul palco.
Come giustamente notano le ricche note di copertina, questo è un periodo in cui Dylan cercava una strada, per tentativi ed errori: non è detto che le versioni pubblicate siano le migliori, anzi...

Le canzoni imperdibili

Sono soprattutto due. "Blind Willie McTell" è da 30 anni, da quando emerse nel primo volume delle "Bootleg series", considerata una delle migliori canzoni di Dylan, con i fan che ancora dibattono sul perché sia stata lasciata fuori da "Infidels". La versione del 1991 è solo piano e voce mentre qua si sente con tutta la band (e ce n'è una seconda uscita solo su 45 giri). È davvero un capolavoro, anche se Dylan ha raccontato di non essere mai riuscito ad inciderne una versione in studio che ritiene soddisfacente. 
Poi c'è "New Danville girl", altrettanto leggendario brano: un epico racconto di quasi 12 minuti scritto con Sam Shepard, inciso per "Empire burlesque" ma non pubblicato.

Una versione successiva, reintitolata "Brownsville girl" venne infine pubblicata nell'86 in "Knocked out loaded" - ma ecco finalmente la versione originale, che è più asciutta e intensa di quella pubblicata anni dopo. Attenzione, però: anche la versione a 2 CD è ricca di versioni notevoli di brani memorabili come "Sweetheart like you" e soprattutto "I and I", che ricorda in maniera esplicita i Dire Straits. Da brividi.

Se potessi scegliere, vorrei che il prossimo volume delle Bootleg Series ricostruisse il 1989 di Dylan in maniera filologica come questo volume fa con l'81-85 e come il 14° ha fatto con "Blood on the tracks". Il capolavoro di questo periodo è "Oh mercy",  un'altra delle rinascite di Dylan: nelle precedenti bootleg series sono uscite parecchie outtakes, ma il disco dell'89 con Daniel Lanois si meriterebbe un volume e un racconto specifico.

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