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Pink Floyd, i 50 anni di “Meddle”: la storia dell'album (1)

“Meddle” dei Pink Floyd è stato pubblicato il 31 ottobre del 1971. Per celebrarne il cinquantesimo compleanno lo abbiamo presentato nei giorni scorsi canzone per canzone, oggi raccontiamo la storia dell'album.
Pink Floyd, i 50 anni di “Meddle”: la storia dell'album (1)

MEDDLE
Registrazione: EMI Studios, Morgan Sound Studios, Air Studios, Londra; gennaio-agosto 1971;
mixaggio versione quadrifonica Command Studios, Londra, 21-26 settembre 1971 (la versione quadrifonica non fu pubblicata e i nastri giacciono ancora negli archivi della EMI)
Produttore: Pink Floyd • Fonici: Peter Bown, John Leckie (EMI Studios e Air Studios); Rob Black,
Roger Quested (Morgan Sound Studios)
Pubblicazione: USA 30 ottobre 1971 • UK 5 novembre 1971


Centinaia di spettacoli in giro per il mondo, dischi in studio e colonne sonore a ripetizione, duro lavoro di gruppo e una certa ansia da avvenire: gli ultimi tre anni dei Pink Floyd erano stati un concentrato di grandi sacrifici per settare a puntino gli ingranaggi di una macchina sempre più affidabile, per quanto le incertezze nel percorso non fossero certo mancate. La suite "Atom Heart Mother", ad esempio: un tentativo in stile barocco che aveva comportato numerosi problemi e non soddisfatto del tutto le aspirazioni del gruppo, deciso a ripartire dalla composizione di musica più semplice e vicina al proprio stile. Le intenzioni parvero chiare già dalle dichiarazioni rilasciate alla stampa prima del nuovo lavoro in studio. Gilmour: “Sarebbe davvero forte poter cambiare completamente direzione e godere della libertà di lavorare solo tra noi quattro, senza i condizionamenti dell’orchestra e del coro”. E ancora: “Nel giro di pochi mesi si potrà sentire probabilmente un lato del tutto diverso del gruppo. 'Atom Heart Mother' è stato l’inizio della fine”.


Detto, fatto. La prima svolta segnò il commiato dal produttore Norman Smith, ormai ai margini delle operazioni, considerato che il gruppo (anche grazie ai suoi insegnamenti) aveva ormai acquisito le competenze necessarie per prodursi autonomamente. Fu lo stesso Smith a raccontare questa fase in un’intervista del 2008: “A quel punto sapevano che cosa volevano, e sarebbe stato stupido da parte mia continuare a contribuire in qualsiasi modo. Mi sembrava di aver
fatto la mia parte insieme a loro e li incoraggiai a produrre da soli, dato che già lo facevano in casa con i loop che poi portavano da me.

Per me era ormai tempo di ritirarmi con dignità, pur rendendomi disponibile a consigliarli in qualsiasi momento. Ma non mi chiesero mai niente, perché Roger Waters (un po’ come Paul McCartney) aveva tutte le qualità richieste a un buon produttore, e anche Dave Gilmour dimostrò grandi capacità”. .

Con la EMI concentrata sulla promozione di "Atom heart mother", il gruppo poté progettare il nuovo disco con inusuale tranquillità, e senza pressioni si diresse in studio già dai primi giorni del gennaio 1971. La prima idea che solleticò l’immaginario dei musicisti fu quella di abbandonare gli strumenti musicali e operare attraverso suoni prodotti da oggetti di uso quotidiano, come utensili domestici e di lavoro.
Mason, agli albori del progetto: “A tutt’oggi abbiamo tirato fuori quattordici idee diverse per l’album, tra cui quella di un pezzo in cui si utilizzano oggetti per ottenere effetti acustici: bottiglie, asce che spezzano qualcosa, seghe... quel genere di oggetti”. Il tecnico John Leckie, in studio con la band, ricorda quelle sedute di registrazione: “Hanno trascorso giorni e giorni di lavoro su quello che la gente ormai chiama il progetto 'Household Objects'. Strappavano un giornale per ottenere un ritmo e spruzzavano con una bomboletta spray per riprodurre il suono del charleston”. Molto spesso le sedute si concludevano con un nulla di fatto, senza che fosse stato inciso neanche un solo secondo di musica. 

Nuovamente Leckie: “Le sedute di registrazione dei Pink Floyd avevano fama di essere noiose.

Potevano iniziare alle 2 del pomeriggio e finire intorno alle 4 o alle 5 del mattino, senza aver fatto un bel niente. Non s’era mai visto un qualsivoglia tipo di contratto; solo il manager della Harvest Records compariva ogni tanto con un paio di bottiglie di vino e si metteva a rollare due o tre canne. In studio avevano un piccolo cocktail bar, con tanto di frigo, e bevevano quella che per loro era la giusta quantità di Tequila e Southern Comfort. Ma non giravano droghe chimiche. L’atmosfera non era pesante, però ogni tanto subentravano interminabili silenzi, una noia infinita. Altre volte la frustrazione si faceva palpabile ed erano tutti lunatici”.

Il progetto "Household Objects" venne accantonato ma di fatto aleggiò nel gruppo ancora per qualche anno, riaffiorando a fasi alterne; la band tornò a concentrarsi sulla musica suonata e a febbraio cominciò a ragionare su trentasei piccoli contributi in ordine sparso. Mason: “Quando abbiamo cominciato a lavorare a "Meddle" lo abbiamo fatto in modo completamente diverso rispetto a qualsiasi album precedente. Siamo andati in studio per un mese senza nulla in mano, e abbiamo passato il tempo a fare quelli che chiamavamo i ‘Nothing’, cioè delle semplici idee che buttavamo giù in maniera più che grezza. Potevano essere solo un paio di accordi, oppure l’idea di un ritmo, o altro ancora. Tutto veniva semplicemente buttato giù così com’era e poi lo esaminavamo. 'Echoes' venne fuori da quel lavoro, così come 'Fearless' e 'One Of These Days'”.

Ogni componente del gruppo incise separatamente idee ed esperimenti, guizzi di fantasia estemporanei e bozze da sviluppare: con una progressiva scrematura si giunse da trentasei accenni musicali (e non) a poco più di una ventina, numerati ed etichettati come "Nothing 1-24".

Gilmour: “Certe idee erano davvero stupide e assurde ma le buttammo giù lo stesso solo per ridere. Facevamo cose tipo. sceglievamo una tonalità per un pezzo, registravamo, poi ce ne andavamo e chi entrava aveva come unica indicazione la tonalità. Registrava anche lui sullo stesso nastro senza avere ascoltato quel che gli altri avevano suonato”. John Leckie: “Registravano tantissime piccole idee. Le chiamavano 'Nothing 1', 'Nothing 2' e così via, fino, mi pare, alla numero 36. Potevano essere dei riff o degli strani rumori, oppure suoni con il piano registrati dal Leslie. Il lavoro delle prime due settimane consisteva nel prendere quei piccoli spunti e metterli in ordine; la maggior parte finì in 'Echoes'”. .

Con un certosino lavoro di intelaiatura, i frammenti andarono a creare un nuovo brano capace di occupare l’intero lato del nuovo disco; a fine marzo la suite poteva dirsi assemblata, per quanto in forma non ancora definita. I Pink Floyd rodarono il brano dal vivo con il titolo provvisorio di "The Return Of The Son Of Nothing", apportando le necessarie modifiche in previsione delle incisioni de!nitive in studio. Il resto del disco era costituito da pezzi “normali”, come avvenuto in "Atom heart mother"; questa volta però si decise di occupare il lato B con la suite e il lato A con le canzoni.

I testi sono tratti dal libro di The Lunatics “Pink Floyd. Il fiume infinito”, pubblicato da Giunti, per gentile concessione degli autori e dell’editore; al libro rimandiamo per la presentazione delle canzoni di tutti gli altri album del gruppo.

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