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Pink Floyd, i 50 anni di “Meddle”: la storia di "Echoes" (3)

“Meddle” dei Pink Floyd è stato pubblicato il 31 ottobre del 1971. Per celebrarne il cinquantesimo compleanno lo presentiamo canzone per canzone.
Pink Floyd, i 50 anni di “Meddle”: la storia di "Echoes" (3)

Al termine della seconda strofa la suite aumenta d’intensità, sorretta da una parte ritmica più vibrante e dal manico sempre più ispirato di David Gilmour, sino a sfociare nella sezione funky (minuto 7:02), che sembra rimandare alla "Funky Dung" della precedente "Atom Heart Mother".

Sono circa quattro minuti di impasto sonoro in cui emerge un equilibrio sopraffino fra le peculiarità strumentali di ogni esecutore, a partire dal potente basso di Roger Waters. È il preludio alla parte mediana, quella più oscura e misteriosa: dal minuto 11:04 prende infatti corpo una sezione onirica e carica di effetti eco vicina alla "Quicksilver" di due anni prima; l’ascoltatore è sperduto in vacui territori abitati da corvi e presenze tenebrose, con uno stridulo lamento (che alcuni interpretano come il verso dei gabbiani) che sembra provenire dagli abissi profondi. .

L’effetto nasce da un errato cablaggio del pedale wah-wah da parte di David Gilmour, come testimoniato da Richard Wright: “Uno dei roadie aveva bloccato il pedale wah-wah al contrario, e la cosa creò quell’effetto Larsen. David si mise a suonare con quell’effetto, creando suoni davvero stupendi”. John Leckie, tecnico del suono per "Meddle": “I Floyd erano appena tornati dagli Stati Uniti e ricordo che Dave Gilmour aveva appena comprato lo stesso wah-wah utilizzato da Jimi Hendrix. Il suono del gabbiano che si sente su 'Echoes' è quello, ottenuto con il Cry Baby”. Ancora Leckie, in un’altra intervista: “Passammo un sacco di tempo a sperimentare la tecnologia a disposizione. Avevamo due registratori a nastro che distavano quasi due metri l’uno
dall’altro, con uno sfasamento di dieci secondi che ci permise di creare quei lamenti che sembravano provenire da creature abissali. Abbiamo portato al limite tutte le potenzialità tecniche dei nostri giocattoli. Cercavamo di sperimentare, producendo suoni che nessuno aveva mai sentito prima”.

Il “ping” di Richard Wright riaffiora al minuto 14:40 aprendo una delle sezioni emotivamente più coinvolgenti della suite: come a evocare l’alba che a passi lenti trionfa sulle tenebre, il brano cresce di intensità sino a elevare il suono a livelli di armoniosità assoluti. La terza e ultima strofa cantata riporta la composizione sulle atmosfere iniziali; segue circolarmente una parte strumentale più movimentata con una chiusura in tonalità maggiore, quasi trionfale. La coda del brano è un dolce fraseggio in cui la musica diminuisce di intensità, fino a diventare morbida ed eterea: un coro di voci in multitraccia, orchestrato dalle tastiere di Richard Wright, chiude a sfumare il capolavoro.

I testi sono tratti dal libro di The Lunatics “Pink Floyd. Il fiume infinito”, pubblicato da Giunti, per gentile concessione degli autori e dell’editore; al libro rimandiamo per la presentazione delle canzoni di tutti gli altri album del gruppo.

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