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Pink Floyd, i 50 anni di “Meddle”: la storia di "Echoes" (2)

“Meddle” dei Pink Floyd è stato pubblicato il 31 ottobre del 1971. Per celebrarne il cinquantesimo compleanno lo presentiamo canzone per canzone.
Pink Floyd, i 50 anni di “Meddle”: la storia di "Echoes" (2)

La suite esordisce lentamente attraverso un prologo frutto del genio e della sensibilità artistica di Richard Wright, ennesima conferma della sua centralità nelle avvolgenti atmosfere musicali del gruppo. Ciò che colpisce sin dai primi tocchi di plettro è però il contributo di Gilmour, specie se si considera il suo percorso fino a quel momento: il chitarrista si era guadagnato spazio negli anni sino a uscire allo scoperto, liberandosi di una certa soggezione del passato in favore di una decisa presa di consapevolezza. Nella suite si avverte un amalgama compiuto e raffinato in cui la sublime tastiera di Wright si mescola con estremo sapore al piglio rinnovato della chitarra. 

Il brano è una tappa cruciale nella storia del gruppo, il crocevia di quel Pink Floyd Sound che a stretto giro diventerà un marchio inconfondibile per la scalata al successo planetario. Gilmour: “Echoes fu davvero un’idea geniale. Secondo me c’è stato un grosso balzo tra "Atom Heart Mother" e "Meddle", e proprio in "Echoes" in particolare. E poi, di nuovo, c’è un altro grosso salto da qui a "Dark side of he moon", da cui è possibile vedere la direzione che stavamo prendendo. All’epoca noi stessi ci rendemmo conto che stavamo trovando la nostra strada. E Rick, che per vari aspetti è l’anima dei Pink Floyd, lo dimostrava più di chiunque altro. Direi che l’ottanta per cento della musica di 'Echoes' è o mia o di Rick”.

Struggente l’immagine del volo d’albatro librato al di sopra del mondo sommerso, in un continuo saliscendi fra cielo e abissi corallini.

L’intreccio vocale di Gilmour e Wright rende il cantato una delizia assoluta, impreziosendo ulteriormente la poesia del testo. Nella seconda strofa emerge la direzione concettuale che stava traghettando il gruppo sul “lato oscuro della luna”, come confermato da Roger Waters: “Cercavo di trovare il modo di esprimere il bisogno che sentivo: cioè che noi, in quanto esseri umani, dovremmo imparare a entrare ancor più in sintonia con gli altri. Questo pensiero viene esplicitato dai versi: ‘strangers passing in the street, by chance two passing glances meet / And I am you and what I see is me’. È un pensiero che sarà fondamentale in 'Dark side'; per intenderci, 'Echoes' è autobiografica, come 'Time'”. .

L’ispirazione del bassista traeva origine non solo da esperienze strettamente personali ma anche da squarci di vita altrui rubati attraverso una finestra: Waters si era trasferito con la moglie in un appartamento a Shepherd’s Bush, a nord di Londra, da cui si godeva una visuale privilegiata sul continuo brulicare di passanti lungo Goldhawk Road. Nelle ore di punta la fiumana di gente che andava e tornava dal lavoro assumeva proporzioni tali da portarlo a ragionare su certi aspetti di alienazione e solitudine dell’uomo contemporaneo. Il ponte ideale con la futura "Us And Them" di "The dark side of the moon" appare più che mai evidente.
Ancora Waters: “Se a formare la quintessenza del sound dei Pink Floyd era la combinazione tra lo scoraggiamento innato di Wright e lo stile tormentato di Gilmour, il mio piccolo mondo stava in 'Echoe's, che racchiude il tema centrale di tutto il mio lavoro: la capacità che hanno gli esseri umani di provare empatia verso il prossimo”.

I testi sono tratti dal libro di The Lunatics “Pink Floyd. Il fiume infinito”, pubblicato da Giunti, per gentile concessione degli autori e dell’editore; al libro rimandiamo per la presentazione delle canzoni di tutti gli altri album del gruppo.

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