Il ritorno dei dEUS: 'Finalmente una band in cui non si litiga'

Il ritorno dei dEUS: 'Finalmente una band in cui non si litiga'
Sei anni di silenzio discografico, riempiti e punteggiati da avventure parallele, parentesi, litigi, addii. Con l’affacciarsi di altri gruppi e di altri compagni di viaggio, con i musicisti che entravano ed uscivano dalla band come dalla porta girevole di un grande albergo internazionale. Ad un certo punto qualcuno ha cominciato a chiedersi se dei dEUS, punta di diamante (in fin dei conti arrivano da Anversa…) della scena euro-indie anni ’90, si sarebbe ancora sentito parlare. La risposta è affermativa: in questi giorni esce finalmente “Pocket revolution”, quarto album di canzoni inedite in undici anni, e la nuova formazione – un quintetto con tre “reclute”, il batterista Stéphane Misseghers (ex Soulwax), il bassista Alan Gevaert (già con Chris Withley e Arno) e il chitarrista Mauro Pawlowski (Evil Superstars) - è stata qualche giorno prima in Italia, a Palermo, per presentarlo in concerto (altre date sono programmate a fine novembre: Rimini, Roma e Milano). “E’ vero che sei anni sono tanti, e sicuramente la prossima volta non aspetteremo tutto questo tempo” spiega Tom Barman, leader naturale della banda dopo gli stravolgimenti e le defezioni che hanno segnato la storia del gruppo (ma nel nuovo disco ci sono sia Stef Kamil Carlens che Craig Ward, vecchie colonne della formazione belga). “Però”, aggiunge subito il trentatreenne cantante, “questo album non va letto come il ritorno dei dEUS, perché in realtà non si è mai parlato di sciogliere la band. Certo, ci sono state tensioni e frustrazione quando Craig ci ha lasciati dopo ‘The ideal crash’ per poi tornare e andarsene di nuovo. Ma per il resto è stata la vita a portarci altrove: io ho diretto un film, Klaas (Janzoons, violinista) ha avuto una bimba, Danny Mommens era andato in tour con i Vive La Fête. Il periodo sabbatico che ci eravamo presi ha cominciato ad allungarsi a dismisura finché, nel 2004, ci siamo detti che era ora di ricominciare. Non è stato facile, perché nel frattempo ognuno aveva fatto cose diverse ed era cambiato. Io per esempio ho scoperto che solo concentrandomi al massimo riesco ad essere creativo e produttivo. Dalla mia esperienza cinematografica, soprattutto, ho imparato cosa vuol dire sentire il senso di responsabilità nei confronti di quello che si fa, ho capito che per raggiungere un obiettivo devo lavorarci sodo. Non è più tempo, per me, di arrivare alle prove con un’ora e mezzo di ritardo. Ci sono stati scontri e frizioni, perché nel gruppo c’era chi voleva continuare con l’atteggiamento nonchalant e ‘rock&roll’ di una volta mentre per me questo non era più possibile: ero l’unico a sentire la pressione, a prendermi sulle spalle il peso di portare avanti la band, l’unico a fare interviste e a tenere in piedi i contatti. Rilassati, mi dicevano… e io rispondevo: col cavolo, non ce lo possiamo più permettere, dobbiamo andare avanti!”. I dEUS e Barman sono diventati la stessa cosa, dunque? “Assolutamente no. Ogni personaggio forte, una volta uscito dal gruppo, è sempre stato rimpiazzato da una personalità altrettanto marcata. I dEUS non sono i miei musicisti di accompagnamento ma persone che hanno una precisa visione delle cose: il che, dal mio punto di vista, è ovviamente una medaglia a due facce. Tutti partecipano in qualche modo alla stesura dei pezzi, e comunque ogni nostro disco è nato da una formazione diversa. Questo, per esempio, è stato registrato da due line up differenti, i nuovi membri sono arrivati quando eravamo già a metà delle sedute di registrazione. Hanno portato maturità, calma, professionalità. Mauro (Pawlowski), il nuovo chitarrista, è un ottimo musicista: era difficile sostituire uno strumentista col talento melodico di Craig Ward, uno che ha come modelli Robert Fripp e Jimmy Page. C’è riuscito, a lui e ad Alan (Gevaert) devo dare atto di aver saputo entrare nella band senza stravolgerne il suono. La cosa bella è che ora non ci sono più conflitti interni: gli scontri spesso sono produttivi ma stancano anche, prosciugano le energie. Abbiamo fatto dei concerti in Francia, a novembre, per il festival di Les Inrockuptibles, ed è andata benissimo. L’estate scorsa, con la formazione precedente, eravamo stati costretti a far saltare uno show a Edimburgo, uno a Bologna e altri ancora perché Craig aveva cominciato a stare molto male. Tutto era andato a farsi fottere, a quel punto, e tra noi c’era molta tensione. Quando siamo tornati, eravamo determinati a fare dei buoni concerti per farci perdonare dal pubblico. E ora non vedo l’ora di tornare a suonare dal vivo, voglio dedicarmi anima e corpo ai dEUS. Saremo noi cinque, magari con qualche corista. Ma niente effetti speciali o ballerini, stavolta”.
Sarà anche la prova del nove per le canzoni di “Pocket Revolution”: “L’ho voluto chiamare così, il disco, per restare nel solco della tradizione dei nostri titoli che contengono sempre accostamenti paradossali: ‘The ideal crash’, ‘In a bar under the sea’… Il periodo trascorso a registrarlo, più o meno l’ultimo anno, non è stato dei più facili per me, e la canzone parla proprio di questo: del mio cambio di atteggiamento nei confronti di me stesso e del mondo esterno. Amo molto l’arrangiamento d’archi scritto da Klaas”. E che c’entra, quella copertina in stile spaziale? “Riproduce un disegno di un noto cartoonist inglese, Don Lawrence, intitolato ‘Storm’. Fin dall’inizio avevo in mente di mettere una vecchia navicella spaziale sulla busta del disco. Un amico mi ha suggerito quest’opera, ci siamo messi in contatto con l’autore, abbiamo concordato la cifra e ottenuto il permesso di usarla. Mi sembra che descriva bene l’atmosfera generale del Cd, molte delle canzoni hanno un suono ‘spaziale’ ma analogico: una specie di ‘vintage space music’, insomma. E il futuro a cui fanno riferimento è un futuro a suo modo riciclato”.
Barman, loquacissimo, è prodigo di dettagli sulle canzoni. “Bad timing”, la traccia di apertura: “L’ho messo all’inizio perché lo ritengo un pezzo forte, diretto e molto intenso: chitarra, basso e batteria incisi dal vivo in una sola take, mentre la seconda è servita per le sovraincisioni. E’ l’ultimo brano che abbiamo scritto: quando negli uffici newyorkesi della V2 (nuova casa discografica dei dEUS) hanno avuto in mano il master e si sono resi conto che l’album iniziava con una canzone di sette minuti di durata mi hanno chiesto se ero pazzo, e se proprio ci tenevo a non vendere neanche una copia…Gli ho risposto di dargli almeno un ascolto, prima”. “7 days, 7 weeks”: “Per me è una canzone pop perfetta e invece la casa discografica ha scelto un singolo diverso (in Europa è ‘If you don’t get what you want’). E’ sempre così, quando penso di aver scritto qualcosa di accessibile la gente mi dice che ci vogliono dieci ascolti per coglierne il senso, quando credo di aver creato qualcosa di complesso ecco che tutti lo individuano come un singolo potenziale…In Italia tutti i giornalisti che sto incontrando mi segnalano ‘What we talk about’ come pezzo più accattivante dell’album. Musicalmente, in questo disco, ci sono sicuramente tracce di quel che è successo dopo ‘The ideal crash’: con i Magnus e Cj Bolland, per esempio, avevo esplorato un suono molto più orientato alla dance e al funk, e credo che qualcosa sia rimasto anche in ‘Pocket revolution’. In generale volevo che il nuovo album suonasse più live, più caldo, meno meccanico. La volta scorsa, con il produttore David Bottrill, avevamo voluto ‘costruire’ il disco, pezzo per pezzo; solo ‘Stop start nature’, questa volta, è nata in un modo simile, in studio di registrazione. Per il resto, se vuoi, l’approccio è più simile all’action painting di Jackson Pollock, grandi getti di vernice su una tela. Se ci sono ancora tante cose dentro, tanti dettagli e tanti suoni, è perché mi piace l’approccio massimalista. Come nei dischi di Captain Beefheart, il mio musicista preferito: c’è il tema della canzone, ma intorno succedono un sacco di cose. Solo in qualche occasione, ‘The real sugar’ per esempio, abbiamo cercato di essere minimalisti. Io volevo metterci una tromba, in fondo, e gli altri volevano uccidermi. Ma avevano ragione loro”. Pezzi come “Nothing really ends” sembrano perfetti per una colonna sonora, invece... “I film mi hanno sempre ispirato, titoli delle canzoni e testi sono pieni di citazioni cinematografiche. In quel brano cito esplicitamente una sequenza di ‘Badlands’ con Martin Sheen. Avrei voluto intitolare così anche la canzone ma poi mi sono ricordato che lo aveva già fatto Bruce Springsteen. Anche ‘Bad timing’ è il titolo di un film, una pellicola diretta da Nicolas Roeg (“Il lenzuolo viola”) con Art Garfunkel protagonista: la canzone racconta la sua storia, che è quella di un sospettato di omicidio. E ‘Include me out’ è una frase che Fritz Lang dice a Brigitte Bardot in ‘Le mépris’ di Godard (“Il disprezzo’) quando lei lo invita a casa sua e lui rifiuta”.
E il suo film, “Any way the wind blows”, di cosa parla? “Di 24 ore nella vita di otto persone che abitano nella stessa città, Anversa. E’ in fiammingo, la mia lingua madre, è stato distribuito in 12 paesi, l’ho presentato in 24 festival in giro per il mondo ma in Italia non è mai uscito. Si può recupare su Dvd, però. Ho studiato cinema da ragazzo, anche se non ho finito la scuola. Ma la passione è rimasta, e ripeterò l’esperienza: comincerò a lavorarci sul mio laptop mentre sono in tour. Per me musica e cinema si assomigliano: in entrambi i casi io amo molto la fase dell’editing e del montaggio, perché si tratta di dare all’opera un senso del ritmo. Nel fare un film come nel fare un disco mi piace creare una base solida su cui lavorare e poi lasciare spazio all’improvvisazione. Antonioni e Hitchcock erano registi che sapevano esattamente quel che volevano, ma ce ne sono altri come Coppola che amano vedere quel che succede sul set e lasciare una porta aperta all’imprevisto”. Ad Anversa Barman risiede tuttora: com’è cambiata la scena musicale? “E’ ancora vitale, ma oggi per le nuove band è molto più difficile procurarsi degli ingaggi fuori dal Belgio. I gruppi interessanti non mancano: ci sono gli Ozark Henry di Piet Goddaer, che suonano come una via di mezzo tra David Sylvian e Jah Wobble, che in effetti ha anche collaborato con loro. C’è un buon gruppo rock, gli Admiral Freebie, che fa ottime canzoni alla Neil Young. Sono popolarissimi in Belgio e noti anche in Olanda ma sconosciuti altrove. Ma in generale, rispetto a quando cominciammo noi nel ’94, le cose in Europa sono migliorate: allora, di gruppi non britannici in grado di suonare a Londra davanti a un pubblico di 2 mila persone c’eravamo solo noi, i Mano Negra, i Cardigans e gli Urban Dance Squad. Oggi sono molti di più, c’è una scena vitale in Germania, in Svezia, in Islanda…”. E che dischi ascolta, Barman, per ispirarsi? “ ‘Ege bamyasi’ dei Can è un disco che ho ascoltato molto durante le registrazioni del disco, ma non parlerei di influenza diretta. Poi molte vecchie cose dei Velvet Underground, naturalmente. E ‘Remain in light’ dei Talking Heads: colpevolmente non lo conoscevo, ora mi sono reso conto che mi ero perso un capolavoro!”.
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!
Scheda artista Tour&Concerti Testi

© 2019 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini fotografiche rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, quindi, libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.