Charlie Watts, il gentleman dei Rolling Stones che era meglio non fare incazzare

Lo sa bene Mick Jagger, che una volta pensò di fargli una scherzo a tarda notte. Ma…
Charlie Watts, il gentleman dei Rolling Stones che era meglio non fare incazzare

La morte di Charlie Watts, il batterista dei Rolling Stones scomparso oggi, martedì 24 agosto, all’età di 80 anni, è stata pianta dall’intera comunità rock internazionale, che non ha mancato di ricordare come la misura e l’autocontrollo del motore ritmico della band di “Satisfaction” facesse da contraltare all’immagine sregolata e perennemente sopra le righe di Mick Jagger e Keith Richards, nucleo autoriale e volto pubblico di quella che è stata - e probabilmente è ancora, ma mai come in queste ore, parlando dell'immediato futuro, la cautela è d’obbligo - una delle più grandi rock band che si sia mai affacciata sulle scene internazionali.

Il “gentleman” che in tanti - Paul Weller compreso - hanno ricordato in queste ore era sì un compassato e impeccabile professionista in grado di scandire il ritmo a una delle più formidabili macchine da guerra che la storia della musica ricordi, ma non era affatto schiacciato dall’ingombrante personalità dei suoi compagni di gruppo.

A ricordarlo, nel 2014, fu Massimo Cotto, critico, giornalista e speaker radiofonico, che nel suo libro “Rock Bazar” edito da Vololibero Edizioni - raccolta di 575 racconti tratti dall’omonima trasmissione radiofonica di Virgin Radio che narra storie vere e leggende, eccessi e follie delle rockstar - riferì un episodio (che riportiamo qui integralmente) molto indicativo di quello che è stato il carattere del “volto gentile” - ma che non si faceva mettere i piedi in testa da nessuno - dei ragazzi più cattivi (e longevi) della storia del rock.

“Ma che ore sono? Le cinque del mattino? Ma chi cazzo è che telefona a quest’ora della notte?”

Ottobre del 1984, siamo ad Amsterdam. Charlie Watts, il batterista dei Rolling Stones è nella sua stanza d’albergo quando riceve una telefonata. Accende la luce, guarda l’ora e si stupisce. Lui non è come gli altri Stones. Sempre fedele alla moglie Shirley, è l’unico a rifiutare le groupies, anche se Mick Jagger e Keith Richards continuano a ripetergli che è pazzo, che la vita è una sola e quella degli Stones è la migliore delle vite possibili. Persino quando sono stati invitati nella villa di Hugh Hefner, il boss di Playboy, durante il tour americano del 1972, Watts è stato l’unico a trascorrere tutto il tempo nella sala giochi invece che con le conigliette. Insomma, non è normale che qualcuno lo chiami alle cinque del mattino, a meno che sia successo qualcosa di grave. Così va a rispondere.

È Mick Jagger. Lui e Keith Richards, ma questo Charlie Watts lo saprà soltanto in seguito, sono appena tornati da una notte di alcol ed eccessi vari ed eventuali. “Perché non chiamiamo Charlie?”, dice a Keith. “Beh, lo conosci. A quest’ora dorme”. “Chiamiamolo lo stesso”, dice Mick. Jagger fa il numero della stanza di Watts.

“Ehi, dov’è il mio batterista?”, chiede. “Perché non trascini il tuo culo fino a qui?”

Charlie Watts non dice una parola, appende la cornetta, va in bagno, si fa la barba, si mette lo smoking, lucida le scarpe, le indossa. Esce dalla stanza, raggiunge Jagger nella camera di Keith, si avvicina e gli sferra un sensazionale pugno in faccia. Jagger finisce sopra un piatto di salmone affumicato, Keith Richards lo afferra per una gamba impedendogli così di precipitare dalla finestra aperta al ventesimo piano. Jagger non accenna a rialzarsi, guarda Charlie Watts con aria interrogativa.

E Charlie Watts gli dice: “Non mi chiamare mai più il mio batterista. Sei tu il mio fottuto cantante del cazzo!”.

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