L'ultimo album di Chester Bennington con i Linkin Park

Quattro anni fa si toglieva la vita il cantante della band statunitense
L'ultimo album di Chester Bennington con i Linkin Park

Nel maggio 2017 i Linkin Park davano alle stampe il loro settimo album in studio, "One More Light". Non potevano immaginare che solo due mesi più tardi Chester Bennington si sarebbe tolto la vita all'età di 41 anni. Con oggi sono quindi quattro anni che il frontman della band statunitense non è più tra noi. "One More Light" rimane l'ultimo disco di inediti pubblicato dal suo gruppo. Per ricordare Chester vi riproponiamo la recensione che al tempo scrisse per noi Andrea Valentini.

Il nome Linkin' Park, dopo 17 anni di onorata carriera e nonostante una spiccata attitudine a sperimentare, è per alcuni versi legato a doppio filo al concetto di genere nu metal. Ebbene, con questo settimo disco si è compiuta del tutto la rivoluzione copernicana: Chester Bennington e i suoi hanno… cancellato il metal dal nu metal. O, almeno, ci hanno provato.

È vero, la band dopo gli esordi più canonici ha giocato davvero a spiazzare il proprio pubblico in ogni modo possibile – rap? Fatto. Electro? Idem. Electro rock? Pronti. DJ remix? Non ci facciamo mancare nulla – ma con “One More Light” si tuffa di testa, e senza esitare manco per un istante, nell’oceano del pop contemporaneo. Lo fa con convinzione e dedizione, sia ben chiaro, tanto da risultare praticamente irriconoscibile: è davvero arduo, sentendo casualmente uno di questi brani, ipotizzare di essere di fronte a nuova musica dei Linkin’ Park.

Ormai le chitarre e il rock (più o meno duro) sono solo un ricordo. Perché si gioca sul terreno del pop contemporaneo di alto profilo, con tinte electro, EDM, rap, grime e hip-hop… a farla da padroni sono i synth e le melodie ariose radio-friendly. Una mossa davvero azzardata, che a tratti suona quasi liberatoria, come se i Linkin’ Park percepissero il bisogno incontrastabile di cambiare radicalmente: una sorta di addio al passato, con uno stacco netto, così netto da lasciare basiti. Come un amante che ti lascia durante la festa di compleanno che ha organizzato per te, per usare una similitudine pop.

Premiamo dunque il coraggio della band, senza dubbio. Il punto è che un album pop in grado di competere coi colossi contemporanei del genere che dominano nelle classifiche parrebbe – almeno al momento – ancora fuori dalla portata di Bennington & soci. In più, a volere scavare ancora di più, il problema non è semplicemente che questo è un disco pop al 100% – anzi. A lasciare questa sensazione di incompiutezza è una diffusa mancanza di emozione e catarsi, due elementi che nella musica dei Linkin’ Park, a dispetto delle varie sperimentazioni, non sono mai stati latitanti.

Non sarà facile per i fan digerire una simile scelta. E anche la critica specializzata, al momento, non reagisce benissimo, con commenti in un certo senso divertenti, anche se affilati – “Questa roba fa somigliare Ed Sheeran agli Extreme Noise Terror” (“Classic Rock”), “Un disco a tratti piatto come una tavola” (“Kerrang!”), “Una mossa commerciale debole e artificiosa” (“NME”)… e anche noi non ci sentiamo di dar del tutto torto a chi ha espresso questi giudizi.

Menzione per il coraggio e per la sensazione di liberazione che l’album trasuda. Ma probabilmente per sfornare un disco pop all’altezza delle ambizioni ci vorrà ancora un po’, per i Linkin’ Park. Che magari cambieranno direzione nel frattempo…

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