Colapesce e Dimartino: “La musica indie è uscita dalla riserva indiana”

Intervista al duo di “Musica leggerissima” in tour quest’estate: “Il brano con la Vanoni? No, non potevamo mantenere parole come lattice e dildo…”
Colapesce e Dimartino: “La musica indie è uscita dalla riserva indiana”
Credits: Mattia Balsamini

Colapesce e Dimartino sono la coppia goal della musica italiana. Hanno sfondato la rete con la sanremese “Musica leggerissima”, contribuendo a trascinare l’indie fuori dai vicoli stretti di quel mondo, e allo stesso tempo sono anche abili rifinitori, autori di assist, cioè di canzoni per altri. Il loro è un pop d’autore, figlio di tanti anni di gavetta e sacrifici. In queste settimane Lorenzo Urciullo e Antonio Di Martino sono in tour. “Quello che stiamo proponendo è un live molto suonato, in cui c’è un forte legame con la band – racconta Dimartino – sembra quasi un live pre pandemia. È molto divertente ascoltarlo e da musicista suonarlo”. Come è stato il ritorno alla dimensione dal vivo? “Non è stata per nulla una passeggiata – continua Colapesce – siamo tornati a un certo tipo di produzione dopo quasi tre anni, l’anno scorso avevamo fatto delle date, ma erano state più raccolte. La prima data di questa tournée è stata strana, abbiamo avuto bisogno di un po’ di tempo per ambientarci, il palco rimane comunque il nostro habitat naturale, dove riusciamo a esprimerci al meglio”.

Incontro fra generazioni

Il loro ultimo brano si intitola “Toy Boy” e vede la partecipazione di Ornella Vanoni. La canzone, in un primo momento, era nata per scherzo, in una puntata dell'ultima stagione di "Propaganda Live", il talk show di La7 condotto da Diego "Zoro" Bianchi, che dopo il successo a Sanremo della loro "Musica leggerissima" ha visto Colapesce e Dimartino ospiti fissi, in video. Il testo originale era un po’ più spinto, conteneva parole come “dildo” e “lattice”, che nella versione finale non compaiono. La canzone non sta avendo l’eco del tormentone sanremese che ha spalancato le porte del mainstream al duo e allo stesso tempo si inserisce nel filone “abbraccio fra generazioni” che sta contraddistinguendo l’estate: da una parte loro con la signora della canzone italiana, dall’altra Fedez e Achille Lauro con Orietta Berti, senza dimenticare Al Bano e i Sud Sound System.

“Il brano nasce proprio per segnare un ‘dopo’ rispetto a ‘Musica leggerissima’ – sottolinea Dimartino – non ci interessava inseguire l’idea di un tormentone, anzi volevamo proprio fare qualche cosa di diverso. Tutto, tra l’altro, nasce da una serie di coincidenze, a dimostrazione della mancanza di qualunque pianificazione. Mi ricordo che eravamo a cena con Luca Guadagnino che ci disse ‘se fate un pezzo con la Vanoni, il video lo giro io’. Come non cogliere un’occasione del genere? Tutto è arrivato spontaneamente. Per quanto riguarda il mix di generazioni al centro di questa estate, credo che sia qualche cosa di bello e positivo. Quando i linguaggi si mischiano con stile e il tutto non diventa grottesco, la musica ne beneficia. A me fa piacere vedere in classifica un pezzo di Gianni Morandi scritto da Jovanotti”.

Storie di dildi, latex e pubblicità

E sull’edulcorazione del testo? “Il linguaggio televisivo è diverso da quello di una definitiva scrittura di una canzone – ammette Colapesce – abbiamo avuto l’esigenza di cambiarlo perché con l’ingresso di Ornella era inevitabile che alcuni aspetti si modificassero. Lei è entrata come voce e autrice di alcune parti del testo. Ci sembrava giusto avvicinarci di più al suo mondo e al suo immaginario, evitando parole che non l’avrebbero rappresentata”. Il pop negli anni sta cambiando, spesso fra le sue pieghe si inserisce in modo smaccato la pubblicità. Uno degli ultimi casi è la Coca-Cola del brano “Mille”, citata anche nel ritornello dalla stessa Orietta Berti. “Devo dire che noi siamo molto fortunati – continua Dimartino – non abbiamo qualcuno che ci dice quello che dobbiamo fare, non siamo ragazzini. Le proposte commerciali all’interno dei nostri pezzi non fanno parte di quello che siamo. Non accusiamo chi le fa, ma noi seguiamo un’altra strada. A noi interessa mettere dei concetti dentro musica di larga scala, l’aspetto testuale, essendo anche autori, è fondamentale”.

Dall’indie al mainstream

Quando una canzone diventa un simbolo, un tormentone, in alcuni artisti subentra un sentimento di “amore e odio”. “No, per noi non è così – ribatte Colapesce – ‘Musica leggerissima’ continuiamo solo ad amarla. La soddisfazione più grande arriva dai messaggi delle persone: ci scrivono che il pezzo li ha aiutati in momenti di difficoltà, ha permesso di vedere la vita da un altro punto di vista”. Ma come è stato il passaggio dall’indie al mainstream? “Siamo sempre uguali – dice Dimartino – con ‘Musica leggerissima’ non siamo cambiati noi, ma il mondo intorno a noi. La sera della finale degli Europei stavamo guardando la partita, diverse persone ci hanno riconosciuto, hanno messo il pezzo di sottofondo e sono venute a chiederci delle foto. L’exploit della canzone si è verificato grazie a Sanremo: alcuni passano sul palco dell’Ariston e non succede nulla, ad altri cambia tutto. È quello che è successo a noi. Ma ripeto: noi facevamo pop con un certo contenuto anche prima di ‘Musica leggerissima’. Non siamo passati al metal”.

Fuori dalla riserva indiana

Colapesce e Dimartino sono, da anni, anche autori di canzoni per altri artisti. Fra gli ultimi brani scritti insieme c’è “La mia felicità” di Rovazzi con Eros Ramazzotti. “Il lavoro dell’autore per noi è come un’opera di sartoria: cuciamo un pezzo addosso all’interprete – dice Colapesce – per noi è sempre una grande sfida perché permette di confrontarci sempre con artisti dai linguaggi diversi. Con questo lavoro rimaniamo sempre agganciati alla contemporaneità. Io credo che l’onda del grande cantautorato degli anni ’70, a un certo punto, si sia spenta proprio perché non ha saputo rinnovarsi. Si è protratta a lungo, senza mai cambiare e quindi ha perso il suo potere: basti pensare alla canzone politicizzata che oggi è scomparsa. Con Antonio, con il disco ‘I mortali’, ci siamo posti sin da subito una sfida: far uscire la musica indie dalla riserva indiana. Volevamo fare un disco popolare colto, ma non autoreferenziale. Il nostro modello di riferimento è sempre stato ‘La voce del padrone’ di Franco Battiato”.

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