Se amate la musica, andate al concerto di Venerus

Omaggi espliciti ai Beatles ma anche al rock Anni '70: assoli lunghissimi, elegantissimi e potentissimi al tempo stesso, interludi, variazioni. È sul campo che Venerus si prende quelle soddisfazioni che le classifiche non danno a una proposta come la sua.
Se amate la musica, andate al concerto di Venerus
Credits: Alessandro Bosio

Tappeti persiani, bandierine. Sembra un villaggio indiano, una piccola oasi. Anche i preparativi del concerto somigliano a qualche rito ancestrale: Venerus arriva, poggia un mazzo di fiori tra la band e il pubblico e va a sedersi al pianoforte. Indossa una giacca larga e sotto un lungo abito, come se fosse uno strano sacerdotone o il capitano di una ciurma di pirati. I musicisti sono suoi simili: tuniche, camicioni, pantaloni a zampa di elefante. "Sono Venerus, siamo Venerus: bentornati alla musica", li presenta il cantautore milanese "Ogni pensiero vola", la prima canzone in scaletta, è la sua dichiarazione d'intenti: "Forse è che appartengo a un mondo un po' magico / vorrei volare via lontano da qui / e a volte sento tutto attorno un po' strano / chissà se qualcun altro è fatto così", canta, lui che al successo ci è arrivato relativamente tardi, a 29 anni, senza passare per scorciatoie e senza scendere a compromessi.

L'album ".Magica musica", uscito lo scorso febbraio (mentre "La canzone nostra" di Mace, Blanco e Salmo, che portava anche la sua firma, macinava milioni di stream sulle piattaforme), è stata la conquista di un traguardo dopo anni di gavetta, tra progetti autoprodotti, tentativi vari, esperienze all'estero: un esordio sulla lunga distanza che ha però il pregio di suonare come il disco di un'artista già maturo, dall'attitudine anticonformista, che non si accontenta di applicare alle sue canzoni formule di successo ma prova a spingersi oltre.

È sul campo che Venerus si prende quelle soddisfazioni che le classifiche, lo sa, non danno a una proposta come la sua, che non è pop, non è rap, non è elettronica, non è soul, non è indie, non è jazz: è già di per sé un miracolo il fatto che un progetto del genere abbia trovato una forma di collocazione nel panorama discografico italiano. Alla Cavea del Parco della Musica di Roma, dove ieri sera ha fatto tappa il tour estivo legato a "Magica musica", riesce a radunare più spettatori di certi protagonisti del pop classico italiano con una storia lunga, molto più lunga della sua. Venerus li prende per mano uno per uno e li accompagna nel viaggio spazio-temporale del suo concerto. Che è un trionfo di psichedelia, con omaggi espliciti ai Beatles ma anche al rock Anni '70: assoli lunghissimi, elegantissimi e potentissimi al tempo stesso, interludi, variazioni. Non si percepiscono neppure i passaggi da un brano all'altro in scaletta, come se il concerto fosse un lungo flusso di coscienza.

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La band è una piccola Svizzera con la bandiera dei pirati e suona selvaggiamente, come se il concerto fosse un rito tribale di iniziazione: "A noi piace andar fuori, fuori, fuori, fuori, fuori", canta Venerus. Alla batteria c'è Danilo Menna, al basso Andrea Colicchia, al sax Vittorio Gervasi, alla chitarra Danny Bronzini (fu scoperto a Jovanotti, che lo portò con sé in tour negli stadi quando aveva solamente 19 anni - "Questo fa paura, è un ragazzino ma suona come Steve Ray Vaughan", disse di lui Lorenzo), ai cori Arya Delgado (fu Ghemon il primo a scommettere sulla sua voce, scegliendola come corista del suo tour lo scorso anno), a tenere insieme il suono del concerto è il fonico Filippo Cimatti, nominato anche ai Grammy.

Arrangiamenti corposi e complessi, virtuosismi, sonorità che spaziano dal rock classico al soul elettronico. Ma ci sono anche momenti in cui le atmosfere si fanno più rarefatte, come quando Venerus resta solo sul palco, sdraiato, accompagnato solamente dal suono del pianoforte, nell'interludio con citazioni che vanno dai Beatles ("Norvegian wood" - un altro omaggio ai Fab4 arriverà con "Lucy", chiaro riferimento a quella nel cielo coi diamanti della canzone di "Sgt. Pepper", citata anche nel giro di basso) ai Daft Punk ("Touch").

Freak e ribelle, Venerus non bada alle barriere. È in grado di mettere d'accordo chiunque: gli amanti del rock con tecnica e virtuosismi, gli amanti del pop con le melodie ("Sei acqua" e "Love anthem, no 1" le più cantate), gli amanti del jazz con arrangiamenti stratificati, gli amanti dell'elettronica, gli amanti del soul e dell'r&b. "Insieme siamo un po' il rumore di fondo della società. Risuoniamo armoniosamente. Non per fare un discorso generalista, ma sembra che il mondo vada sempre più a puttane. Bisogna ricordarsi che la sensazione di amore e di condivisione è fondamentale per creare un cambiamento. Lo so che la musica è magica, ci fa vivere cose che sembrano più grandi del normale: ma non è una fiaba, è tutto vero. Non dimenticatevi delle emozioni che provate ai concerti, dei vostri sogni, non fatevi tarpare le ali da nessuno. Possiamo davvero cambiare le cose insieme, se ci crediamo: il mondo ha bisogno di persone che si vogliono bene", dice, seduto a bordo palco con le ginocchia incrociate, a fine concerto. Se amate la musica, la musica tutta, andate a sentirlo: il tour andrà avanti fino a settembre inoltrato.

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