Niccolò Fabi: "Gli artisti sono vedette che possono dire 'Terra!' prima dei comandanti"

Una conversazione sul mestiere del cantautore, da "Una somma di piccole cose" al ritorno in tour: "Le canzoni, qualcosa di poetico ma non elitario: danno una prospettiva ai sodali sulla stessa barca "
Niccolò Fabi: "Gli artisti sono vedette che possono dire 'Terra!' prima dei comandanti"

“Abbiamo due soluzioni. Un bell'asteroide e si riparte da zero o una somma di piccole cose”:  una frase che sarà ritornata in in mente a diverse persone, nell'ultimo anno.
Arriva da uno dei migliori dischi italiani dell’ultimo decennio: “Una somma di piccole cose”, di Niccolò Fabi, pubblicato nel 2016. Il cantautore romano è una sorta di grande eccezione del panorama musicale nazionale: un artista che non ama i riflettori (“sono molto
shoegaze: mi metto in controluce e sogno”, racconta), perché per indole, non si trova a suo agio con i meccanismi promozionali standard. Ben prima di quella sorta di asteroide che si è abbattuto sulle nostre abitudini, ha avuto la lucidità di dire che la semplicità è un valore, in musica e fuori. 
Lo raggiungo al telefono in una pausa del tour appena iniziato; un giro di concerti che si sarebbe dovuto svolgere la scorsa estate, dopo il tour teatrale di “Tradizione e tradimento”, terminato poco prima del lockdown. “Non mi sembra di vedere inversioni di tendenza. Sembra piuttoso che si stia vivendo una fastidiosissima parentesi in cui ognuno non ha potuto fare quello che voleva”.
Per Niccolò Fabi le parole sono importanti: le canzoni sono canzoni, e non “singoli”, cantare con un altro artista è una collaborazione, non un featuring: “Per alcuni artisti quel linguaggio va bene, per altri no: Il nostro lavoro porta a delle ripetitività sulle quali finisci per non interrogarti più”. Lo dice senza spocchia, ma come constatazione di una diversità che non è competizione con chi vive la musica in un’altra maniera. “Stare in un’arena da solo con una chitarra di fronte a 1500 persone per un’ora e mezza raccontandogli una storia è un altro mestiere rispetto ad avere un milione di stream al giorno perché la canzone è figa e te la vuoi sentire a ripetizione”, mi spiega, sottolineando che non ha senso, per la sua generazione, mettersi in conflitto con quella più giovane. 
Ecco cosa ha racccontato, in questa lunga conversazione: il mestiere del cantautore, secondo Niccolò Fabi.

Il 30 gennaio 2020 si concluse il tour teatrale di “Tradizione e tradimento”. Un mese dopo eravamo in lockdown e la musica dal vivo si fermava. Cosa hai pensato in quel momento?
Da un punto di vista personale, quell’anno di pausa non mi ha cambiato molto le cose. Per me è abbastanza abituale vivere una buona parte della mia vita lontano dal palcoscenico: lo uso quando mi serve per raccontare una storia particolare. Sul palco c’è un me stesso che racconta una storia: libera delle emozioni, ma non è quello che giustifica tutto. Quello che mi è mancato, piuttosto, è una prospettiva di vita, un obiettivo, qualcosa su cui lavorare.

Dovevi tornare in tour nell’estate 2020, il tour invece è ripartito solo adesso, un anno dopo. Che effetto ti ha fatto?
Se una cosa mi è mancata, è la tournée, non il concerto. Mi è mancata una fase della vita di cui il concerto fa parte, ma che per 22 ore su 24 è altro. È vita vissuta con altre persone, è conoscenza, è il privilegio di viaggiare in un’Italia che cambia con un palcoscenico che ti aspetta a fine giornata con strumenti pronti. 
Detto questo, ricominciare a stare insieme, con il sangue che scorre più velocemente, è stata ovviamente una sensazione potente. Abbiamo vissuto un’epoca glaciale, una piccola ibernazione.

Come hai vissuto questa ibernazione? 
Dipende dal momento in cui ti coglie. Se ti prende in un momento di pausa, rimani in pausa. C’è chi è stato colpito mentre stava prendendo la rincorsa per partire ed è stato bloccato a metà del salto. Io venivo da un periodo di tre anni di lavorazione di un disco. Non avevo voglia di scrivere e di riflettere, avevo voglia di vivere, avrei voluto continuare quel viaggio fuori da me stesso. Soprattutto non avrei mai scritto di atmosfere da quarantena: non ne potevo più di scrivere di cose introspettive… 

5 anni fa scrivevi: “Abbiamo due soluzioni. Un bell'asteroide e si riparte da zero o una somma di piccole cose”. Hai pensato a questa frase in questo periodo?
Dobbiamo far passare qualche tempo in più, ma la sensazione è che questo asteroide che è arrivato non ha fatto sufficiente paura per rivalutare il nostro modo di vivere e le nostre priorità.

Mi sembra lo stiamo vivendo come una fastidiosissima parentesi in cui ognuno non ha potuto fare quello che voleva, e che ora c’è una rincorsa al riguadagnare con gli interessi quello che si è perduto, facendolo pagare a qualcuno. Invece di abbassare le nostre richieste, mi sembra che le stiamo alzando tutti. Non mi sembra di vedere inversioni di tendenza.

5 anni fa, quando è uscito quel disco, la tua carriera - basata sul “silenziosamente costruire”, per parafrasare una tua canzone - è cambiata. Prima ti hanno sottovalutato o quello è stato il momento perfetto?
È stata una lentissima e costante rivalutazione, con delle ondulazioni, certo. Ma negli ultimi 10 anni credo che il mio lavoro sia stato riconosciuto. Forse è stato più lento riuscire ad avvicinare le persone, non avendo io un linguaggio o una condotta spettacolare e intendendo questo mestiere fuori dai movimenti promozionali, televisivi, salottieri, di moda. 

Un effetto del tuo modo di fare musica?
Le mie cose, per percepirne la potenza, hanno bisogno di vicinanza, è questa la difficoltà. Ma una volta che ti avvicini, ti rendi conto che un sussurro può avere una grande potenza. Mentre lo stesso sussurro, a metri di distanza, è solo una voce flebile. “Una somma di piccole cose” era ancora più sussurrato dei miei lavori, ma forse perché era così radicale è riuscito ad avvicinare ancora di più e arrivare alle orecchie delle persone. 

Peraltro tutto questo è successo subito dopo il tour con Gazzé e Silvestri, che aveva l’approccio opposto.
È stato una parabola perfetta: arrivavo dal momento di mia massima esposizione, con concerti nei palazzetti e ventimila persone a Roma. Ho approfittato del fatto si fosse accesa una lucetta su di me per poter calare l’asso. È andata bene.

Ad agosto sono 25 anni dal tuo primo singolo, “Dica”. Le prime canzoni che ti hanno fatto conoscere, come “Capelli”, sono molto più pop. Che rapporto hai con quel repertorio?
Si citano sempre quelle due canzoni, ma subito dopo sono arrivate “Vento d’estate” e “Lasciarsi un giorno a Roma” che hanno un’atmosfera tutt’altro che scanzonata. Già ‘Capelli” nasceva da un’analisi introspettiva tradotta con un arrangiamento pop: unita alla faccia imberbe di un pischelletto caruccio aveva creato quell’effetto. Quella patina ce l’avevano solo quei due pezzi - in particolare ‘“Dica”, una sorta di esperimento fatto assieme a Riccardo Sinigallia. Ma anche nel primo disco le mie canzoni avevano già un altro tono.

“Lasciarsi un giorno a Roma” l’hai portata a Sanremo, che è un posto ora lontanissimo dal tuo percorso, ma che all’inizio della carriera ti ha dato una bella spinta.
È forse la canzone di quel periodo che più sento come parte importante della mia storia, oltre che tradizionalmente l’ultima dei miei concerti, una sorta di momento liberatorio, in cui ci si alza in piedi, si balla e si canta, scaricando la tensione delle due ore precedenti. Stiamo parlando del ’98: tieni conto che a Sanremo non ci sono più andato, mentre i miei colleghi sono tornati più volte al Festival a puntellare la loro carriera con quel passaggio popolare.

Qualche anno fa però si parlò di un ritorno al Festival, con il trio.
Se ne parlò, perché ci venne chiesto - mi pare fosse Fazio. Poi ovvio che tra di noi c’erano quelli più possibilisti, e quelli più refrattari: non ti devo dire chi rientrava in quest’ultima categoria… Gazzé e Silvestri sono andati molte volte, per loro sarebbe stata un’altra di quelle, mentre io spingevo perché il progetto fosse ancorato ad altre procedure. Siamo andati in Africa con una ONG, in tour per l’Europa su un furgone. Volevamo far vedere che dopo 25 anni eravamo tre amici partiti assieme dai localetti e non da Sanremo. Tre amici che raccontavano come erano cambiati.

Siete complementari per diversi motivi. Ma c’è anche competizione tra voi tre?
Zero. La cosa che ha reso facilissima la nostra convivenza è la naturale consapevolezza che il linguaggio di ognuno di noi poteva arrivare ad un certo punto: Daniele è il narratore, Max è quello con maggiore leggerezza e stralunatezza, io sono quello che crea momento di maggiore introspezione. Ci ha unito, oltre la gioia di suonare assieme, l’idea di un palco senza centro. Che è la fissazione anche per i miei concerti: il centro è vacante, non è un essere umano, ma un racconto, una finestra. Io non voglio l’occhio di bue, sono molto shoegaze: mi metto in controluce e sogno.

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Oltre al trio, nella tua discografia ufficiale c’è un solo duetto: “Offeso” con Fiorella Mannoia. Come mai?
Ho fatto molte collaborazioni, ma non con il valore da featuring come è concepito adesso. Ovvero: mi unisco con uno forte che mi mette in comunicazione con il suo mondo di fan e follower. Ho cantato recentemente con Giovanni Truppi, con Bianco, per citarne un paio, ma non sono canzoni nate e presentate nell’ottica del duetto, come operazione per media e industria. Ora è tutto un feat., in un certo mondo, ma con un’altra ragion d’essere.

In retrospettiva, cambieresti qualcosa di questo tuo approccio al fare e comunicare la tua musica?
Non è altro che una conseguenza di un aspetto caratteriale che tende ad essere incapace di dialogare con scelte professionali maliziose.  Io non ho l’ambizione del successo. Sono una persona nata fortunata, per le mie origini non ho mai vissuto questo mestiere come una rivalsa sociale o come un modo per sedurre. Da privilegiato consapevole, non sono mai riuscito ad essere aggressivo, sfrontato, coraggioso o ambizioso come chi parte da una condizione difficile di partenza. Non lo dico con orgoglio o vittimismo: è un dato di fatto. 

Questo approccio ha funzionato?
È un tratto identitario che ha avuto dei lati positivi. Credo che la mia voce e il mio linguaggio mi distinguano abbastanza dagli altri: anche scomparendo dalla radio, dai media e dai social si è creata una solidità. C’è un gruppo di persone che si è affezionata alle cose che "non" ho fatto: ho 35 date in posti bellissimi senza singoli o altro: c’è un rispetto del pubblico e degli addetti ai lavori che credo sia frutto di questa identità.

Oggi un linguaggio intimo si ritrova in molti cantautori delle generazioni più giovani. Cosa ne pensi di questa intimità diffusa, spesso esibita?
Il cantautore intimo è una figura ricorrente: è quasi sempre necessario un ricorso a questo linguaggio da parte di chi scrive, prima o poi. Il superamento della solitudine grazie all’arte è un arma che abbiamo tutti a disposizione, ma cambiano i linguaggi per esprimerlo. Quello dei cantautori attuali ha una grammatica e una sintassi legata alla descrizione della quotidianità: la maggior parte racconta proprio quello che li circonda, a partire dagli oggetti. È una sorta di neorealismo che è meno vicino alla mia sensibilità e che a me affascina meno dell’intimità più sognante che ti mette in contatto con un altro mondo. Poi come in tutte le cose c’è chi lo fa molto bene, e chi no. Ma mai come adesso c’è tanta musica italiana di tutte le fogge.

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Parlando con i colleghi della tua generazione  c’è un po’ di disagio nel vedere le classifiche popolate da featuring e canzoni-singolo, con il lavoro sugli album che sembra passare in secondo piano. Tu come lo vivi?
Sono disagi diversi. Un conto è quello verso cose che non possono essere messe in competizione: il conteggio degli stream, degli ascolti singoli, non può essere messo a paragone con l’acquisto di un disco. Non è meglio o peggio, sono proprio due cose diverse. Una volta compravi sia il pezzo estivo sia un disco di folk malinconico invernale, poi magari il primo lo ascoltavi molte volte, l’album meno, ma valevano lo stesso. Oggi non è più così. 
A volte quelli della mia generazione si sentono superati ed entrano in un conflitto generazionale, ma è una competizione che non ci dovrebbe essere. Sono unità di misura diverse, come mettere assieme i chilometri e i litri. Sono due mestieri diversi. Stare in un’arena da solo con una chitarra di fronte a 1.500 persone per un’ora e mezza raccontandogli una storia è un altro mestiere rispetto ad avere un milione di stream  al giorno perché la canzone è figa e te la vuoi sentire. Magari qualche volta possono coesistere, ma di base sono due cose diverse. 

Qual è il tuo mestiere, quindi? Come lo definiresti?
C’è una canzone di Ivano Fossati a cui sono molto affezionato, “Il canto dei mestieri”, in cui diceva “Il mio mestiere non è”. È qualcosa di ineffabile: volendogli dare una connotazione positiva, credo che l’artista sia una piccola vedetta.

Ricorda il libro "Cuore”: la piccola vedetta romana…
Volendo uscire dal libro "Cuore": in un ipotetico equipaggio ci sono tanti ruoli. C’è chi rema perché ha forza fisica, c’è il timoniere che ha la capacità di leggere le increspature del mare e i cambiamenti di vento, c’è il comandante che deve prendere delle decisioni difficili. Poi c’è quello che sale sull’albero maestro e a un certo punto vede l’approdo e dice agli altri “È là”. Dà una speranza a chi è rimasto giù, una prospettiva, anche sfidando il vento. Le canzoni sono questo, qualcosa di poetico ma non elitario: il ruolo della vedetta è di sodale con un gruppo di persone che stanno sulla stessa barca. Gli artisti sono quelli che possono dire “Terra!” prima dei comandanti.

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