Achille Lauro al festival di Sanremo ci va in Rolls Royce

Nel 2019 il musicista romano diventa familiare al pubblico italiano
Achille Lauro al festival di Sanremo ci va in Rolls Royce

Da qualche anno sul panorama musicale italiano è planato Lauro De Marinis, in arte Achille Lauro. Il ragazzo è nato l'11 luglio 1990 e dopo un rodaggio a base di mixtape, come nella buona tradizione dell'universo rap, giunge a pubblicare il suo primo album "Achille Idol immortale" nel 2014, replicato, l'anno successivo da "Dio c'è" e, nel 2016, da "Ragazzi madre", con un incoraggiante crescendo nel favore del pubblico.

Nel 2017, insieme al suo amico e produttore Boss Doms, partecipa al programma televisivo Pechino Express guadagnando riconoscibilità anche presso un pubblico che non necessariamente attento alle cronache musicali. Nel 2018 pubblica il suo quarto album, il primo per una major, "Pour l'amour". Il grande salto in avanti per il musicista romano coincide con la partecipazione al festival di Sanremo nel 2019 con la canzone "Rolls Royce". Il brano si classificherà in nona posizione nella competizione vinta da Mahmood con "Soldi", ma Achille Lauro sarà una delle rivelazioni della sessantanovesima edizione della manifestazione canora.

Il brano che, dopo la sua partecipazione al festival, verrà incluso nella tracklist dell'album "1969" si discosta dalle sonorità dell'universo dell'hip hop sino a quel punto sperimentate da Lauro per abbracciare un incosueto punk-rock. "Rolls Royce" genera immediatamente una polemica legata al fatto che il titolo della canzone non sarebbe riferito al celebre marchio automobilistico – come la quasi totalità della gente potrebbe pensare - bensì a una pasticca di ecstasy che ha sopra impresso il logo della casa di automobili.

Della canzone, da lui scritta insieme a Davide Petrella, Frenetik&Orang3 e Boss Doms, Achille Lauro, ai nostri taccuini, in Riviera, si limitò a dichiarare: "La Rolls Royce è uno status, e il pezzo parla di tutte icone mondiali, dal mondo di Hollywood alla musica, allo stile e l’icona principale mondiale di eleganza è la Rolls Royce. Quindi voglio una vita così, Rolls Royce. Comunque la cosa che mi fa piacere è che non criticano la canzone, anzi che tutti dicano che sia proprio una bella canzone."

"È nata un anno e mezzo fa, in tour, sul van con la chitarra scordata, prima di esibirci sul palco di un festival. Puro rock'n'roll", ci raccontò, sempre in Riviera, Achille Lauro, "l'abbiamo finalizzata in una villa in cui ogni anno ci rinchiudiamo per almeno due mesi per lavorare a nuova musica, cercando di non farci influenzare dalle mode. È una cosa che ho visto fare ai Doors in un documentario. A livello di sound è una fusion tra il rock anni '70 con influenze brit ed elementi più elettronici, che abbiamo voluto mantenere anche per l'esibizione al Festival: c'è la batteria vera, ma anche quella elettronica, un bel cassone. Un rock futuristico, insomma. Il titolo è un omaggio a Marilyn Monroe: 'Se devo piangere preferisco farlo sul sedile posteriore di una Rolls Royce piuttosto che su quelli di un vagone del metro', diceva".

Come ormai accade da qualche anno a questa parte, anche al festival del 2019 una delle serate venne dedicata ai duetti. Achille Lauro e Boss Doms chiamarono sul palco per interpretare "Rolls Royce" insieme a loro, Morgan. Così, sorridendo, commentarono la loro scelta: "L'idea ci è venuta perché volevamo duettare con una rockstar. E Vasco non sarebbe mai venuto, Morgan è una rockstar vera, un artista con la 'a' maiuscola. Una persona di cultura. Dopo la prima session insieme ci siamo detti: 'Questo è un visionario'".

Anche Morgan espresse un suo pensiero sulla canzone, pubblicando un lungo messaggio sul proprio sito: "Si accusa la canzone di Achille Lauro di avere un sotto-testo che parla di droga.

Che noia questa monotematicità ossessiva che più che abitare nelle menti malate dei satanici e scandalosi vampiri del rock, sembra proprio che ossessionino i benpensanti borghesi e scriventi di turno, o con la telecamera. Qui si fa solo del gran casino in un tripudio bigotto che non solo rinuncia ad un’occasione di dibattito culturale ma si diverte a depistare. A rendere frivolo e volgare tutto quello che gli passa davanti, mettendo in difficoltà un ragazzo di 28 anni che fa quello che andrebbe considerato un miracolo: tenta linguaggi nuovi nel tempio della retorica, del gia sentito, del banale, dell’arretratezza, dell'anzianità precoce, del provincialismo. Si presenta stranamente una cosa che non è certo 'Good Vibration' dei Beach Boys, e questo dal punto di vista armonico. Ma sicuramente ha tanti di quegli spunti interessanti e forieri di aria fresca, tanta di quella energia sana e necessaria che sembrava dimenticata e di cui si era persa la speranza che potesse un giorno presentarsi in scena, che metterla sul piano della droga è una vigliaccheria, un colpo basso, un autogol, una consapevole bastardata che un artista così propositivo e positivo, un ragazzo curioso ed umile, oltre che sensibile e intelligente, venga gettato nella paranoia, nell’ansia del doversi difendere da calunnie, anziché esprimersi in tutta la sua potenza, divertire e divertirsi, con spirito creativo e innovativo".

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