50 anni fa i Beach Boys tornarono (per finta) al surf: la storia di "Surf's up"

Nel 1971 la band californiana pubblicò l’album che li fa uscire da una lunga crisi. Ma quel riferimento fu solo uno specchietto per le allodole. La storia di “Surf’s up”, raccontata da Mark Linett e Alan Boyd, che hanno curato “Feel flows” la mastodontica
50 anni fa i Beach Boys tornarono (per finta) al surf: la storia di "Surf's up"

I Beach Boys e il surf vanno di passo come la California e il sole, nell'immaginario comune. O quasi: dopo l'inizio della carriera, la band ci mise tempo e impegno a scrollarsi di dosso quell’etichetta e quell’associazione. Era la punta dell’iceberg di un gruppo - e in particolare di un artista, Brian Wilson - capace di comporre una musica complessa e raffinata. Quel percorso arrivò all'apice con “Pet sounds” (1966), uno dei capolavori assoluti della storia del pop. Ma dopo la band perse tutto, o quasi. Riuscì a recuperare fama e credibilità solo nel 1971 con “Surf’s up”, un disco che però con il surf non aveva nulla a che fare.

La fine degli anni ’60

Cosa successe dopo “Pet sounds” è una delle grandi storie misteriose del rock e del pop: Brian Wilson libera la band dalla nomea di “surf band”, svoltando verso un suono che unisce solarità e introspezione. Però poi si perde nel progetto di “Smile”, nelle sue intenzioni era la risposta a “Sgt. Pepper’s Lonely hearts club band” dei Beatles. Un progetto fatto di un'ossessione infinita e sessioni infinite che non vedrà mai la luce. Anzi finirà per portare allo stremo fisico e mantale Brian Wilson, facendolo litigare con il resto della band. La portata dell'impresa si capisce in fondo solo decenni dopo  ricostruita dagli archivisti della band Mark Linett e Alan Boyd nel box “The smile sessions”. Wilson in quegli anni diventa sempre più assente dalla band - e qua le versioni divergono: da un lato quella della moglie di Brian che sostiene che lui fosse irritato con la band, e quella di Dennis e Carl che sostengono di avere provato a coinvolgerlo più volte. Nasce la leggenda di un Brian Wilson sfatto e con problemi psichici, ma intanto la fama della band declina rapidamente, e così le vendite.

“Sunflower” e gli anni ’70

Qualche tempo dopo, Wilson si riappacifica con Carl e Dennis per “Sunflower”, che esce nel 1970: è il primo per la Reprise Records, l'etichetta fondata da Frank Sinatra dieci anni prima. Le recensioni sono buone ma il disco è un flop, la band è ormai considerata vecchia. Il successo tornerà solo nel 1971 con “Surf’s up”.:“Sono due dei dischi più importanti registrati e prodotti dai Beach Boys”, ci spiega Alan Boyd, che abbiamo sentito via Zoom assieme a Mark Linnett, in occasione della presentazione di “Feel flows”, il box che raccoglie inediti di quel periodo.
“Sunflower è probabilmente il disco più di gruppo, quello in cui ogni membro ha contribuito di più in termini di scrittura e produzione”, spiega.

 “Fu un trampolino per ’Surf’s up’, che rilanciò la carriera della band”, spiega Mark Boyd. “In quel periodo i Beach Boys erano un nome superato, ma quel disco cambiò il corso delle cose, rendendoli di nuovo contemporanei. Anzi, negli anni ’70 diventarono importanti quanto nei ’60”.

"Surf's up" e il gioco con il passato

L’album della rinascita arrivò a fine agosto dell’anno dopo: le registrazioni si svolsero tra gennaio e febbraio del 1971. Ma questa volta la band fece le cose in maniera diversa, cercando di riposizionarsi a partire dallo slogan che venne usato per il lancgio: "It's now safe to listen to the Beach Boys”, pensato dal nuovo manager Jack Rieley. Funzionò: la band tornò per la prima volta dopo anni nella top 20 (il disco precedente si era fermato alla 68° posizione). Merito anche del titolo, che ammiccava a quel mondo ormai dimenticato.

In “Surf’s up” Brian Wilson fu meno coinvolto, anche se l’album venne in larga parte registrato nei suoi studi. Ma, soprattutto, a dare il titolo sua una sua canzone, preferita al titolo originario, “Landlocked”. “Surf’s up” è, a quel tempo, un brano già leggendario ma inedito: è una delle canzoni delle session di “Smile” mai utilizzate. “Sicuramente quel brano attirò l’attenzione e fu centrale: Brian Wilson aveva suonato la canzone in TV qualche tempo prima, quando era ancora inedita, di fronte a milioni di persone, rendendola famosa soprattutto tra i critici del periodo. Sceglierla addirittura come title-track cambiò la percezione dell’album in un modo che non era successo con ‘Sunflower’”, spiegano Linnett e Boyd.

La canzone venne  scelta anche per il riferimento al surf, di cui però non parla. “Surf’s up” è un gioco di parole sulla band e sull’allontanamento da quel mondo: inizialmente venne ritenuta troppo lunga da Wilson, ma sembrò perfetta per l’occasione. “Vollero giocarono con la mitologia del surf e di ‘Smile’”, ricorda Boyd. "Quel titolo, assieme ad una copertina molto dark, aveva una sorta di ironia, che venne compresa da quelli che negli anni ’60 erano ragazzini e negli anni ’70 erano al college e capirono che la band era tornata.

L’altra canzone centrale è "Feel Flows", opera di Carl Wilson, che diventa sempre più il centro della band. Non a caso Rolling Stone scrive

I Beach Boys mettono in scena un notevole ritorno... un LP che unisce le armonie corali al progressive pop e che mostra il più giovane fratello di Wilson, Carl, che si fa avanti nel venerabile gruppo.

La canzone, ricordano Boyd e Linnett, ha una nuova vita decenni dopo: “Venne resa famosa da Cameron Crowe in ‘Almost famous’. È un titolo che suona bene, e rende merito al ruolo di Carl Wilson nella band”, spiegano i due sulla scelta di usarla per il titolo del box in uscita a fine agosto.

La ristampa e l'eredità

Il disco viene tuttora ricordato come una delle prove migliori dei Beach Boys, comparendo in diverse classifiche: è questa percezione del disco che il box vuole rafforzare: “Feel Flows: The Sunflower & Surf’s Up Sessions 1969-1971” comprende nuove versioni rimasterizzate degli album Sunflower del 1970 e del classico Surf’s Up del 1971 oltre a 108 tracce inedite tra cui registrazioni dal vivo, radio promo, versioni demo, strumentali, alternate e a cappella. “Quello per le sessioni di ‘Smile’ fu un lavoro documentaristico, di ricostruzione di un album che non è mai uscito, curato principalmente da Brian Wilson”, spiegano Boyd e Linnett. “Ma già qualche anno dopo le tecnologie di registrazione erano cambiate: ‘Sunflower’ e “Surf’s up’ sono lavori di gruppo, incisi in maniera totalmente diversa e migliore. Qualche anno fa abbiamo catalogato digitalizzato tutto l’archivio in alta definizione, con un database molto preciso. Questo processo ci permette di curare pubblicazioni come questa attingendo alle registrazioni in maniera molto precisa, pubblicando e scegliendo le cose migliori con facilità”, concludono. Il lavoro di riscoperta del catalogo dei Beach Boys continuerà, insomma.

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