Don Joe: “I Club Dogo torneranno solo in un nuovo disco dei Club Dogo”

Il produttore pubblica l’album “Milano soprano” in cui fa incontrare nuova e vecchia scuola. E per l’occasione riunisce la Dogo Gang. L’intervista.
Don Joe: “I Club Dogo torneranno solo in un nuovo disco dei Club Dogo”
Credits: Antonio De Masi

Milano è la città dell’incontro, dell’abbraccio fra culture e mondi differenti. Milano fa rima con hip hop. È questo lo spirito che Don Joe ha voluto evocare nel nuovo progetto, in uscita oggi, “Milano soprano”. “In diverse tracce c’è una vera unione fra vecchia e nuova scuola – racconta Don Joe – ci sono produzioni più moderne, che sfociano nella trap, ma anche richiamo all’hip hop classico, quello con cui sono cresciuto io. Ci sono anche tributi ad alcuni decenni come gli anni ’60, omaggiati da Coma_Cose, Myss Keta e J-Ax”.

Vecchia e nuova scuola

Sulle tracce ha voluto una carrellata di ospiti: 167 Gang, Caneda, Coma_Cose, Emi Lo Zio, Emis Killa, Ernia, Guè Pequeno, Il Ghost, J-Ax, Jack The Smoker, Jake La Furia, Marracash, Massimo Pericolo, Montenero, Myss Keta, Nerissima Serpe, Paky, Philip, Rose Villain, Sacky, Shiva, Silent Bob, Ted Bee, Venerus, Vincenzo Da Via Anfossi. “Tutti i giovani che ho scelto sono rapper a tutti gli effetti – sottolinea Don Joe – alcuni di solito fanno musica su basi trap, ma sanno rappare, per questo sulle mie produzioni non hanno avuto problemi. Credo che l’incontro fra generazioni sia uno dei grandi valori del disco. Una traccia che amo molto è anche quella con Marra e Venerus: è il mio tributo a uno dei miei classici preferiti del rap italiano, “Cose preziose” di Kaos. La contaminazione è fondamentale per l’avanzare della musica. La trap è un po’ scesa, rimane forte nei club per bassi e batteria, ma per sopravvivere deve mischiarsi. Processo che io cerco di fare da tempo: il mio disco è dichiaratamente rap, ma mi piaceva l’idea di giocare anche con altri artisti e suoni. Non mancano anche delle schegge personali. Nelle skit parlo del mio rapporto con la città e il diabete”

Club Dogo

Luigi Florio, questo il suo vero nome, inizia la sua attività musicale negli anni ’90 quando, grazie al fratello, si appassiona all’hip hop. Nei primissimi anni 2000, insieme a Guè Pequeno e Jake La Furia, fonda i Club Dogo, un gruppo cardine del rap italiano, producendo un totale di sette album. In parallelo Don Joe continua sempre la sua carriera da solista realizzando dischi e innumerevoli tracce. In “Milano soprano” c’è una traccia simbolo, “Dogo Gang Bang” con Caneda, Ted Bee, Vincenzo Da Via Anfossi, Montenero, Emi Lo Zio. “È stato pazzesco riunire buona parte della Dogo Gang, persone che non si vedevano da tempo, ma che tornate in studio insieme hanno spaccato – svela Don Joe – Caneda non lo vedevo da quasi tre anni: si è presentato con una strofa pazzesca. Sono rimasto folgorato da questa traccia, spero possa far contenti i fan perché rievoca un mondo, ma lo fa con una potenza unica, sembra che il tempo non sia passato”. Immancabile la richiesta da parte dei fan sul perché non ci sia una canzone reunion dei Dogo con Jake e Guè. “Perché se mai accadrà dovrà succedere in un disco dei Club Dogo – sottolinea il produttore – anche gli altri componenti, in altre interviste, hanno ribadito questo aspetto. Sappiamo che c’è una sorta di mitizzazione, ma va anche detto che il gruppo non è mai finito, non c’è mai stato uno scioglimento ufficiale. Un feat su una traccia non avrebbe senso. Se in un futuro torneremo tutti insieme su un pezzo, lo faremo con un progetto marchiato Dogo”.  

La figura del produttore

I Dogo hanno cambiato il rap game anche nella sua concezione sotto tanti e diversi aspetti. Tutti i produttori “star” di oggi sono in larga parte figli di Don Joe. “Ho sempre creduto nella figura del produttore al pari di un frontman – conclude – non doveva essere un elemento secondario, ma un vero componente. Nella generazione precedente alla nostra, immaginare di far confluire dj e produttore in un’unica persona era impensabile. Io ho sempre sognato di lasciare un segno in un arco temporale, caratterizzando un momento storico preciso proprio come Timbaland e i Neptunes. Ora la figura del produttore è riconosciuta al pari di quella di un rapper e credo che sia stata davvero un’evoluzione importante”.

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