Mace non ama i limiti. L’intervista.

Il produttore, protagonista di un concerto sul tetto della Galleria Vittorio Emanuele II di Milano, racconta a Rockol la sua concezione di musica.
Mace non ama i limiti. L’intervista.
Credits: Roberto Graziano Moro

Si dice che l’uomo non sia altro che il frutto dei limiti che si pone. “Io, certamente, non sono bravo a impormeli – sorride Mace – questo lo posso affermare sia nella vita che nell’arte. Però attenzione: non darsi limiti vuol dire anche non essere mai sazio e questo non è un bene”. A guardare il live “Mace X Milano”, evento in streaming gratuito sul canale Youtube del produttore, sembra che l’unico confine sia il cielo che sovrasta il tetto della Galleria Vittorio Emanuele II di Milano. “Questo live ha richiesto mesi di lavoro e progettazione – dice Mace – ho coinvolto tanti artisti, ma senza mai essere riusciti a fare le prove insieme a causa delle limitazioni. Il concerto è ricco di improvvisazione ed è interessante perché, nonostante proponga alcuni brani tratti dal mio ultimo disco ‘Obe’, sfugge al controllo. Il Duomo mi emoziona sin da bambino: quando durante il live mi sono ritrovato nello stage sospeso in aria, è stato un trip potentissimo. Sono arrivato a suonare nel luogo che mi ha magnetizzato di più, su una vetta che sovrasta la città”.

Dal tramonto all’alba

Il concerto, registrato dal tramonto all’alba, si fonda su tre scenografie allestite in una location molto evocativa. Ad affiancare Mace diversi ospiti: Gemitaiz, Rkomi, Colapesce, Venerus, Joan Thiele che, insieme ai musicisti Rodrigo D'Erasmo, Enrico Gabrielli e Danny Bronzini, contribuiscono a creare uno show particolare. “È un live che rappresenta la mia concezione di musica – continua – ci sono momenti sospesi, senza gravità, eredi della scuola Brian Eno. Si fondano su loop sovrannaturali su cui Gabrielli, D’Erasmo e altri musicisti inseriscono la loro musica. L’altro territorio esplorato è quello techno con drum machine. Scuole di pensieri apparentemente opposti, che si abbracciano in questa esibizione. Sono cosciente del mio approccio, un po’ fuori dal coro: amo mettere insieme tanti filoni. La location era perfetta: unisce l’iper contemporaneo con elementi storici, con il passato”. Ma quindi concerti fuori dagli schemi in spazi unici, si possono fare anche in Italia non solo all’estero? “In Italia comunque è più complicato rispetto ad altri Paesi – ricorda Mace - abbiamo saltato alcuni rallentamenti burocratici grazie al coinvolgimento del Comune. In Italia però è davvero una corsa a ostacoli. Ci sono meno esempi a cui ispirarsi qui. Io faccio musica per generare bellezza e perché spero possa essere di ispirazione. Ecco, questo live per me può lasciare qualche cosa nel tempo”.

Altra dimensione

Mace, come dimostra il gioiello “Obe”, si nutre costantemente di diversi generi di musica. “Sto ascoltando spiritual jazz, amo alla follia Alice Coltrane – svela il produttore – a fine carriera lei aveva registrato musica divinatoria suonata e cantata. Ciò che va oltre, che è inafferrabile e che ha l’ambizione di trascinare in un’altra dimensione, fa parte della mia ricerca musicale. In questo periodo ascolto quasi solo musica strumentale. Una band che mi fa impazzire sono i Sault”.

Il produttore, nel suo dna, ha il rifiuto delle etichette. “Nella maggior parte dei casi l’estrema rivendicazione di un genere musicale è un fenomeno molto giovanile – conclude Mace - da ragazzo ascoltavo Daft Punk e Chemical Brothers, ma ero comunque molto integralista: per me contava solo il rap. Da giovani è importante riconoscersi in qualche cosa, ma questo amore non deve trasformarsi in oppressione. Se una certa ossessione cieca per un genere rimane anche in età adulta, vuol dire che non si è mai superata l’adolescenza. La chiusura mentale mi fa più paura della cattiveria. I generi musicali oggi sono anche beni di consumo: spesso i ragazzi si identificano in qualche cosa che in realtà non è frutto di un movimento, ma di una costruzione artificiale magari mossa dai media o dalle etichette. Sviluppando un libero pensiero, si può uscire da questi confini e abbracciare la musica nella sua totalità”.

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