Ci salveranno quelli come Niccolò Fabi

Da campione della filosofia della lentezza ha fatto dell'attesa un'arte. Ora il cantautore usa le sue parole e i suoi suoni per raccontare in concerto la magia della ripartenza, personale e collettiva. Il tour è partito da Roma: la recensione.
Ci salveranno quelli come Niccolò Fabi

Canzoni come abbracci. Soffici, avvolgenti, consolatorie. Sussurrate quasi all'orecchio: "Non ne ho scritte altre: sono quelle di un anno e mezzo fa, apparentemente - dice Niccolò Fabi - dico apparentemente perché in questo lungo inverno possono aver cambiato significato, anche se sono le stesse". Il cantautore, che da campione della filosofia della lentezza ha fatto dell'attesa un'arte, usa le sue parole e i suoi suoni per raccontare la magia della ripartenza, personale e collettiva. E lo fa con un tour volutamente povero e essenziale, inevitabilmente figlio di questi tempi, partito giovedì e venerdì dalla Cavea dell'Auditorium Parco della Musica di Roma, la sua città.

Il concerto non è uno show, termine tanto in voga nella comunicazione di oggi. Perché di spettacolare - ammesso che Fabi abbia qualcosa a che fare con il concetto di spettacolare - non c'è proprio niente. La scenografia è un telo alle spalle dei musicisti che riproduce un vortice rettangolare. E il palco non ha un centro: "Il luogo deputato alla presenza del cantante è lasciato vacante, vuoto. Mi piacerebbe che il centro non fosse quello di una persona, ma delle storie collettive", spiega lui - ad un certo punto del concerto lo lascerà ai colleghi Pier Cortese, Bianco e Roberto Angelini, che compongono la sua band insieme al tastierista Daniele "Mr Coffee" Rossi e al batterista Filippo Cornaglia.

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Alla fine del 2019 Niccolò Fabi era ritornato sulle scene a distanza di tre anni dall'ultimo album "Una somma di piccole cose" - il suo capolavoro, lo definisce oggi: per la prima volta in carriera si ritrovò a 48 anni in cima alla classifica settimanale dei dischi più venduti in Italia - con "Tradizione e tradimento", lavoro difficile e travagliato, frutto di una gestazione segnata da ripensamenti e perplessità. Tour interrotto sul più bello a causa delle chiusure legate alla pandemia: come se il disco non fosse praticamente mai uscito. Nella scaletta del concerto l'aspetto promozionale retrocede d'importanza: ci sono solo tre delle canzoni contenute nel disco di due anni fa, che qui diventano parte di un racconto più ampio e attuale. Da "Evaporare" a "Scotta", il cantautore ha provato ad unire i puntini, pescando da un repertorio fatto di 90 canzoni, nove album di inediti e due raccolte una manciata di brani che sembrano parlare al presente, raccontando - come in una sorta di concept - il limbo nel quale tutti ci siamo ritrovati, e dal quale proviamo ora ad uscire.

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Tra le canzoni, sussurra lui al microfono, ce n'è una in particolar modo che quando è stata scritta parlava d'altro: "Durante la pandemia l'ho riscoperta, reinterpretata. Forse è una delle poche che ho scritto che non parlano al passato ma al futuro". È "Filosofia agricola", proprio da "Una somma di piccole cose": "La terra che ci ospita comunque è l'ultima a decidere", canta, un po' hipster e un po' green. Il modello, anche nei suoni, sono i cantautori americani del circuito indie e folk contemporaneo, dal blastonatissimo Bon Iver in giù: chitarre acustiche, cori, idiofoni.

Gli effetti speciali sono le canzoni, che ti fanno sentire quasi inadeguato, mentre ripensi a quelle che hai salvato nella tua playlist nell'ultimo mese, tra tormentoni e rapper cattivoni americani: ti prendono per mano e ti portano dai boschi del Wyoming alle campagne del sud della Francia.

Come su "Elementare": "Era il 2010. In un periodo abbastanza complicato, con una serie di pezzi che erano esplosi e che andavano messi in ordine, decisi di fare un viaggio in macchina a Aix-en-Provence, una località in cui sono tornato nei cambi di stagione della vita. In quei giorni non feci altro che passeggiare ascoltando musica in cuffia, mettendomi a sedere in quelle piazzette abbastanza tipiche con le sedie di paglia, le tende rosse, le fontane, i platani e gli studenti universitari che leggono - ricorda il cantautore - una volta presi la macchina e feci un giro per le campagne. Arrivai in una radura magica: sentivo che c'era qualcosa di speciale. Accostai la macchina, spensi il motore, abbassai i finestrini in modo che arrivasse l'odore tipico della lavanda di quelle campagne. E percepii per la prima volta dopo quell'esplosione una sorta di conforto, di pace. Appoggiai la testa sul volante, chiusi gli occhi e sentii arrivare tutta la canzone, come se qualcuno me la stesse dettando da un'altra dimensione".

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Su "Una buona idea" il concerto decolla: è come passare dal momento iniziale della passione, del sentimento, a quello più costruttivo e attivo della reazione. La luce in fondo al tunnel: "È stato un viaggio interstellare fino al centro della vita / fino al male che fa male / la ricerca più ostinata di quel bene esistenziale / che è cercare di piacersi e di riuscire a fare in tempo", canta Fabi in "Diventi inventi". E in "Scotta" rivendica la sua visione del ruolo di chi scrive, nell'immagine della penna che non si gira dall'altra parte: "L'arte non è una posa, ma resistenza alla mano che ti affoga".

"Io sono l'altro", "Ecco", "Vince chi molla", "Una mano sugli occhi" e "Costruire": è un trionfo di intensità, fino alla chiusura con "Facciamo finta", "Il negozio di antiquariato" e "Lasciarsi un giorno a Roma", cantate dietro le mascherine. Un abbraccio collettivo che riscalda. Per ogni cosa c'è un posto, ma quello della meraviglia - Fabi lo sa bene - è solo un po' più nascosto. E stasera lo è un po' meno.

SCALETTA:
"Evaporare"
"Una somma di piccole cose"
"Filosofia agricola"
"È non è"
"Elementare"
"Il primo della lista"
"La promessa"
"Amori con le ali"
"Una buona idea"
"Diventi inventi"


"Io sono l'altro"
"Ecco"
"Vince chi molla"
"Una mano sugli occhi"
"Costruire"
"Scotta"
"Facciamo finta"
"Il negozio di antiquariato"
"Lasciarsi un giorno a Roma"

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