Fabrizio De André: "L'Indiano" compie 40 anni. La storia di "Hotel Supramonte"

L'album "Fabrizio De André" uscì nel luglio del 1981. Lo raccontiamo canzone per canzone
Fabrizio De André: "L'Indiano" compie 40 anni. La storia di "Hotel Supramonte"

HOTEL SUPRAMONTE
Musica e parole di Fabrizio De André e Massimo Bubola

Scritta da Bubola e ispirata a Cohen, è paradossalmente la canzone più intima e drammatica del repertorio di De André, unica testimonianza emotiva del sequestro, ancora così vivido nell’anima e nel corpo.

Dori Ghezzi rivela che Fabrizio l’ha concepita la notte della loro separazione, quando i carcerieri liberano lei e tengono ancora prigioniero lui, entrambi drammaticamente incoscienti del loro destino, nei "momenti più terribili di tutta quella estenuante esperienza, a cui siamo sopravvissuti solo grazie alla presenza dell’altro". Per raccontarla Fabrizio prende a prestito un brano già composto da Massimo Bubola nell’inverno del 1978, un anno prima del rapimento. Sembra una burla, oggi si dice fake news, ma la canzone nasce come "Hotel Miralago", diventa "Hotel Miramonti" prima di risorgere come "Hotel Supramonte".

L’accanito cambio di insegna si spiega nella genesi di questa ballata nata cattiva e diventata la più dolce, morbida e disperata creazione di De André, con quella voce che rende la canzone poesia e la poesia canzone, basta scegliere: “Grazie a te ho una barca da scrivere, ho un treno da perdere / e un invito all’Hotel Supramonte dove ho visto la neve / sul tuo corpo così dolce di fame così dolce di sete”. Se l’ambientazione è l’impervia prigione sepolta nei boschi, rifugio di pastori e briganti ribattezzata beffardamente "Hotel Supramonte" ("con un rapporto qualità-prezzo sconsigliabile", ironizza coraggiosamente Dori Ghezzi), l’originale è un vero albergo affacciato su un lago di montagna dove Bubola litiga ferocemente con la fidanzata, descritta come “donna in fiamme”, sentendosi “un uomo solo”, tra i quali scoppiano “scuse, accuse e scuse senza ritorno”, immagini riprese anche nella versione definitiva di De André che trova il modo di convincere il collega veronese a "incrociare i nostri ricordi come due pittori che lavorano alla stessa tela". "Inserita nel contesto di un rapimento" riconosce Bubola, "assume una drammaticità e uno struggimento particolari".

E così la “lettera vera di notte e falsa di giorno” è quella feroce e reale che i rapitori costringono Fabrizio a scrivere al padre: "Caro papà, sono passati più di tre mesi dal nostro sequestro e a quanto sembra tu non hai la minima intenzione di tirarci fuori… Mi dispiace dirtelo ma sembra che tu voglia più bene ai soldi che a me, tuo figlio, e a Dori, madre della piccola Luvi…".

Se non fosse un’esperienza disumana, assumerebbe risvolti quasi comici quando, ricorda Dori Ghezzi, uno dei rapitori mitra in mano “spara” a Fabrizio quello ritenuto il proiettile più doloroso, confidandogli che il suo cantante preferito è Francesco Guccini! Centodiciassette giorni e centodiciotto notti divisi fra dolore, ansia e noia, superati solo con il coraggio di un amore che passa attraverso la trama dei cappucci: “Ora il tempo è un signore distratto, è un bambino che dorme / ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano / cosa importa se sono caduto, se sono lontano / perché domani sarà un giorno lungo e senza parole / perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole”.

Come ricorda Dori: «Nessuno dei due credo avesse provato mai la sensazione di non sapere che cosa fare del proprio tempo. Anzi, da sempre abbiamo avuto il problema opposto: di non averne abbastanza per fare tutto quello che ci entusiasmava. E anche adesso, per esempio, la sera vado a letto presto per non dormire. Perché trovo sempre tremila cose interessanti da fare. Anche da sola". "Hotel Supramonte" è un pizzicato dolente di voce e chitarra, arpeggiata dallo stesso De André. Solo nella seconda strofa si insinua il violino zigano di Sergio Almangano, sulla linea commovente di quello di Raffi Hakopian nel magico "The Guests" che Leonard Cohen ha salmodiato due anni prima. Ma questa resta la fotografia più nitida dell’anima tormentata e generosa di Fabrizio.

 

Questo testo è tratto da "Tutto De André" di Federico Pistone, pubblicato da Arcana, per gentile concessione dell'autore e dell'editore. (C) 2020 Lit edizioni s.a.s.  

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