Fabrizio De André: "L'Indiano" compie 40 anni oggi, 21 luglio 2021

Nei giorni scorsi vi abbiamo raccontato tutte le canzoni una per una
Fabrizio De André: "L'Indiano" compie 40 anni oggi, 21 luglio 2021

La sera del 20 dicembre 1979 Dori Ghezzi viene rilasciata dall'Anonima Sarda dopo un sequestro di quasi quattro mesi. La sera dopo anche Fabrizio De André è libero. Prova a rimettersi al lavoro, anche per recuperare il debito verso il padre che ha versato ai rapitori oltre mezzo miliardo di lire per il riscatto, e incide un 45 giri con due brani modesti composti insieme a Massimo Bubola: Una storia sbagliata, che diventa la sigla per un programma Rai dedicato a Pasolini, e Titti, ispirata al romanzo di Jorge Amado Dona flor e i suoi due mariti.

Quando sembra che la vena di De André sia ormai esaurita, ecco comparire quasi dal nulla, è il luglio 1981, l'album dal titolo pulito "Fabrizio De André" e ribattezzato subito "L'Indiano" per quel disegno in copertina, “The Outlier” (traducibile in “il fuori confine” ma anche “l’eccezione”) realizzato nel 1909 dal pittore statunitense Frederic Remington. De André, che si avvale ancora della freschezza di Bubola, non porta rancore per la Sardegna nonostante il duro sequestro, anzi la ama ancora di più e ne difende la fragilità, arrivando a paragonare i suoi abitanti ai nativi d’America. «Gli indiani di ieri e i sardi di oggi sono due realtà lontane solo apparentemente, sono due popoli emarginati ed autoctoni. Gli indiani sterminati dal generale Custer, chiusi nelle riserve. E i sardi cacciati sui monti dai cartaginesi, fatti schiavi dai romani, colonizzati poi».

La dedica del disco è ex aequo per i nativi d’America e di Sardegna, e si apre con la registrazione drammatica dal vivo della caccia al cinghiale, le urla e gli spari secchi.

«La caccia» spiega Fabrizio, «è un denominatore comune. Tribù diverse riescono ad avere rapporti sociali, per loro è anche uno sfogo, un modo per conoscersi, per dimenticare di essere odiati senza motivo». Poi, minacciosa, avanza la musica. Anche secondo il giudizio di Wim Wenders che confessa: «Ero in viaggio in Italia, un giorno in un negozio ho visto questa splendida copertina. Non c’erano parole, solo l’immagine di un indiano. Ho comprato il disco perché ho pensato: è bello da vedere. È diventato il mio secondo album preferito e ho scoperto che era quello di Fabrizio. Così ho comprato quello che aveva fatto prima, risalendo agli inizi, e poi tutto fino alla morte». Il regista di Il cielo sopra Berlino specifica che al primo posto dei suoi dischi preferiti ce n'è un altro di De André, "Creuza de ma".

 

Questo testo è tratto da "Tutto De André" di Federico Pistone, pubblicato da Arcana, per gentile concessione dell'autore e dell'editore. (C) 2020 Lit edizioni s.a.s. 

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