Lo Showbiz dei Muse

L'esordio discografico della band di Matt Bellamy, che oggi compie gli anni
Lo Showbiz dei Muse

Matthew James Bellamy è nato a Cambridge, in Gran Bretagna, il 9 giugno 1978. Canta e suona chitarra e pianoforte. Insieme ai pard Chris Wolstenholme e Dominic Howard, rispettivamente al basso e alla batteria, ha dato vita, alla metà degli anni Novanta, anno più anno meno, una band di nome Muse che oggi, venticinque anni più tardi, è tra i gruppi più importanti e di successo del rock.

La loro luminosa storia discografica si compone di otto album registrati in studio, l'ultimo dei quali, "Simulation Theory", è stato pubblicato nel novembre 2018, mentre il primo, "Showbiz", risale all'autunno del 1999, proprio poco prima che si entrasse nel nuovo millennio. E' lì che la loro avventura ebbe inizio. Rockol all'epoca era già vivo e vegeto, quindi, facendo un salto indietro nel tempo di un paio di decenni vi proponiamo di rileggere cosa scrisse per noi Laura Centemeri a proposito del primo disco dei Muse, allora solo tre ragazzi di belle speranze, poco più che ventenni.

Sì, è vero: i Muse somigliano ai Radiohead. Ci somigliano in quella melanconia aspra, carica di angoscia, di senso di incapacità (di amare, stare al mondo, esprimersi) di cui è intrisa la loro musica, le note, le parole; ci somigliano - per chi li ha visti dal vivo, al Jammin’ Festival di Imola - nell’intensità con cui si esibiscono sul palco, con il giovane Matthew Bellamy, voce della formazione, che si contorce mentre canta come se la musica lo ferisse.

I Muse, con questo loro “Showbiz” - che esce in Italia con parecchio ritardo rispetto all’Inghilterra – non inventano nulla di nuovo: l’impronta dei modelli, e dunque di qualcosa che è già stato fatto, si sente ancora, e forte.

Ma sarebbe errato pensare che questi tre ragazzi, che hanno un’età media di vent’anni e arrivano dal sonnolento Devon, non ci mettano nulla del loro. Innanzitutto è sorprendente la maturità di questo trio, capace di un suono che cattura e trascina in una dimensione dove la nota dominante è una sorta di cullante tormento. Sono inquieti questi Muse, in perenne contrasto, per lo più con se stessi: e la loro musica è capace, in certi passaggi, di incarnare in modo sorprendentemente autentico uno stato d’animo preciso, che mescola rabbia, rinuncia, dolore, desiderio. E’ vero, a volte i tre esagerano con il ripiegamento su se stessi e scivolano in una poesia adolescenziale che un po’ fa tenerezza con le sue esasperazioni struggenti (si ascoltino la pur piacevole “Unintended” e “Showbiz”).

Ma altre volte tutto torna, il tormento incontra l’energia dei suoni, come in “Uno”, rabbiosa e distorta, con il suo urlo “you could have been number one”; o ancora in “Cave”, potente e sferzante inno alle oscurità pericolose dell’anima; e “Fillip”, con un Matthew Bellamy la cui voce si fa ansiosa, salvo poi distendersi in una sorta di cupa nenia. Insomma, gli ingredienti di questo “Showbiz” lasciano ben sperare, a condizione però che la ricerca dei Muse prosegua sempre di più su sentieri autonomi. Le condizioni per la riuscita ci sono tutte.

I Muse si esibirono in concerto per la prima volta in Italia proprio presentando le canzoni di "Showbiz". Accadde all'Heineken Jammin' Festival di Imola, vicino Bologna, il 16 giugno 2000. Qui sotto trovate la scaletta della loro esibizione di quel giorno e quanto riportammo sulle nostre pagine del loro live.

Setlist:

Sunburn

Muscle Museum

Cave

Agitated

Fillip

Minimum

Showbiz

E oggi, vedendo sul palco di Imola il frontman del gruppo, Matthew Bellamy, camicia rossa e capelli in tinta, volto pallido, con lo sguardo sempre basso e un’espressione quasi di sofferenza nel far ululare la sua chitarra, accompagnata da una voce capace di trasformarsi a sua volta in una corda dello strumento, era difficile non associarlo d’istinto a Thom Yorke.

I Muse hanno presentato al pubblico del Festival il loro rock ibrido, ora vicino al punk, ora invece quasi lirico, con frequenti ricorsi al falsetto. Un sound carico di tensione, di un’energia nutrita di passione, un po’ alla Nirvana, sempre per restare in tema di paragoni; un rock capace di piacere sia ai fans più “mainstream”, che ai romantici un po’ tormentati. Dal vivo, la band conferma dunque di avere, nonostante l’età media dei componenti superi di poco i vent’anni, una presenza sul palco e una maturità di suoni capaci di fare la differenza, nonostante le somiglianze.

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