Enrico Ruggeri sceglie le canzoni della sua vita

I brani (e gli artisti) più significativi per il cantautore milanese
Enrico Ruggeri sceglie le canzoni della sua vita

Quattro anni fa, nel 2017, per festeggiare i suoi 60 anni chiedemmo a Enrico Ruggeri di scegliere le sue dieci “canzoni della vita” – fra quelle scritte e cantate da altri, s’intende. Quelle che seguono, quindi, sono le canzoni che ci ha indicato, corredate di motivazione... più una doverosa “bonus track. Oggi, di anni, il musicista milanese ne compie 64, inviandogli i nostri migliori auguri vi proponiamo le sue scelte.

“Sweet Jane” (Lou Reed)

Appena sono uscito dalle cantine e ho fatto i primi "concerti" è diventata il mio cavallo di battaglia. L'ho incisa nel 2004 e anche oggi con i Decibel l'abbiamo messa in scaletta. L'ho suonata anche la sera in cui è morto Lou Reed. Incisiva e sprezzante: quattro accordi su una bomba pronta a esplodere.

“This town ain’t big enough (for both of us)” (Sparks)

Ricordo perfettamente dov'ero e cosa facevo la prima volta che l'ho sentita. Non mi viene in mente nulla che assomigli a questa canzone. Da allora gli Sparks non mi hanno più abbandonato con il loro mix inimitabile tra Kurt Weill e il rock decadente.

“Marionette” (Mott The Hoople)

Il glam incontra il rock sinfonico: i Queen, che facevano da supporto a Ian Hunter e soci, hanno attinto a piene mani da questo cocktail, che ha influenzato profondamente anche me. Il rock ha anche dei padri ai quali non sono stati tributati abbastanza onori.

“I keep a close watch” (John Cale)

Dai Velvet Underground a oggi è sempre stato un altezzoso rivoluzionario: con lui l'accademia è esplosa. Tanti album lasciati come gemme a un mondo che non era in grado di capirlo. Per colpa sua quando in Italia sento parlare di "cantautori" mi viene da ridere.

“The guns of Brixton” (Clash)

Nessuno come loro ha saputo fondere la rabbia degli esclusi di etnie e ideali diversi: con i Clash il punk è diventato istanza sociale. Hanno svegliato una generazione, dando dignità a tutto il movimento. Le rivoluzioni più utili sono state fatte dagli artisti.

“The disappointed” (XTC)

Ho suonato con loro nel '78: avevano già una marcia in più. Gli unici a potersi meritare l'appellativo di "nuovi Beatles". Un oceano di aristocratica creatività troppo complesso per un pubblico sempre più orientato verso le cialtronerie di una stagione.

“Midnight summer dream “ (Stranglers)

I miei preferiti: un cinismo sonoro inimitabile, basso-voce-tastiere a disegnare il perfetto mosaico. Mai una concessione, mai un ammiccamento, non potevo non amarli da subito: hanno traghettato il punk fino alla nobiltà. Ovviamente, non è roba per tutti (se no non mi piacerebbero...).

“Girl U want” (Devo)

Il miglior concerto che io abbia mai visto: qui il rock si fa estremo e serrato, fino a diventare provocazione intellettuale. Ironia e denuncia, lo spettacolo dell'alienazione e della follia. Una macchina micidiale guidata da musicisti straordinari.

“Crazy love” (Marianne Faithfull)

Assieme a Nico è l'unica donna entrata nel mio Olimpo personale. Qui il dolore diventa sublime poesia, senza patetici sfoggi di vocalità, senza mai alzare la voce: la personalità è una dote sempre più rara. Chiusa nel suo eremo, mi ha conquistato con un sussurro.

“Lazarus” (David Bowie)

Ho lasciato per ultima la Grande Divinità. È stato il mio grande compagno di vita, un esempio, un punto di riferimento, il padre o il fratello che avrei voluto avere. Non riesco a fare commenti tecnici, il mio cuore gli appartiene.

E la “mia” canzone in questo caso non poteva essere che “My my generation” dei Decibel, che è già uno dei momenti chiave del concerto: sentitevi i nomi che vengono citati nel finale, se non li conoscete andateli a cercare e vergognatevi almeno un po'...

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