Marracash, the king of rap

Oggi è il compleanno di Fabio Rizzo
Marracash, the king of rap

L’album “Persona” ha la stessa identica carica emotiva, propulsiva e poetica di quando, il 31 ottobre 2019, il rapper, dopo un lungo periodo di silenzio e di ferite personali, è tornato sulle scene con un progetto che ha cambiato le regole del mondo rap, o meglio ha costruito delle colonne, molto alte e larghe, su cui si regge l’essenza dell’album, con cui tutti gli artisti e colleghi hanno dovuto poi confrontarsi. È stato un “dopo Cristo” del mondo hip hop.

Il rapper cui ha dedicato queste impegnative parole il nostro Claudio Cabona è Fabio Bartolo Rizzo in arte Marracash, che nella giornata di oggi compie 42 anni. Per festeggiare il suo compleanno vi invitiamo a (ri)leggere la recensione di "Persona", il sesto album (detto per inciso, tutti e sei i suoi album sono entrati nella top ten della classifica italiana di vendita) di Marra che tanto credito e complimento ha ricevuto.

“Persona” di Marracash, per chi ama il rap italiano, era uno degli album più attesi dell’anno, se non il più atteso. Aspettative altissime, figlie di una carriera che ha sempre visto “The king of rap”, sin dall’omonimo gioiello del 2008, distinguersi dal resto del panorama hip hop nostrano per una capacità di scrittura inimitabile.

“Persona” è un disco densissimo di suoni e significati, un viaggio di carne e spirito alla scoperta della propria identità. A ogni brano è legata una parte del corpo, tutte insieme formano un Frankenstein. Quindici pezzi anatomici: denti, scheletro, cervello, sangue, fegato, polmoni, pelle, ego, muscoli, organi genitali, nervi, cuore, anima, occhi e stomaco. Le produzioni, in larga parte curate da Marz, sono perfettamente calibrate sul “brandello di sé” che il rapper vuole raccontare. E sono varie, per nulla stereotipate o confondibili. L’eterogeneità del lavoro si percepisce anche dall’uso degli strumenti: bassi, chitarre e perfino un sax, tutti suonati per davvero. Pur avendo diversi volti, “Persona” è granitico, piantato sull’idea di trasmettere pensieri personali, visioni politiche e vicissitudini di Fabio Bartolo Rizzo, l’uomo che è dietro l’artista. “Ho ucciso Marracash”, ha raccontato il rapper, che grazie alla catarsi di questo album si è liberato dalle ferite della depressione e di una relazione sentimentale definita “tossica”. Il disco è oscuro, ma non trascina verso il basso, non trasmette disperazione, ma anzi riscatto, rabbia, voglia di farcela. Ancora una volta. Quasi fosse il primo canto di un rapper, che invece è sulle scene da oltre dieci anni.

All’interno dell’album sono presenti nove featuring, nove persone a cui Marracash ha affidato un pezzo di se stesso: Coez, Cosmo, Guè Pequeno, Luchè, Madame, Mahmood, Massimo Pericolo, Sfera Ebbasta, tha Supreme.

Sono tutti contributi riusciti in cui gli artisti coinvolti sono perfettamente integrati nella visione del rapper della Barona, al contrario di molti feat che vanno per la maggiore oggi, spesso slegati dal resto della canzone, quasi delle “rotture”. Qui, invece, i contributi impreziosiscono le canzoni di Marra, mettendone in luce sonorità e messaggi. Si alternano pezzi intimi come “Appartengo” a bombe di suoni e parole come “Poco di buono” dove si torna perfino a parlare di rivoluzione, il tutto partendo da un frammento di “Un ragazzo di strada” dei Corvi del 1966.

Imprescindibile, per capire “Persona”, l’ascolto di “Quelli che non pensano”, che riprende dodici anni dopo l’immortale “Quelli che benpensano” di Frankie hi-nrg mc, rimodulando il bersaglio. “Tutto questo niente” è una canzone a tutti gli effetti che va oltre i recinti del rap, mentre “Greta Thunberg”, in cui si alternano provocazione e fame di trasformazione, è una gioia per le orecchie.

Le strofe tessute da Marra non sono esercizi di stile, appaiono lontanissime dal rap game, da quella voglia di dimostrare a tutti i costi di essere il migliore, annichilendo gli altri colleghi. Si guarda allo specchio, mette le mani dentro di sé, alla ricerca di un io più cristallino, in un mondo in cui tutto sembra crollare dilaniato dal consumismo e dall’apparenza contro cui si scaglia il rapper. Resta in piedi, nonostante le difficoltà. Gareggia con se stesso perché tenta di essere una persona migliore, prima che un artista. Per questo vince oggi come dieci anni fa. In “Poco di buono” canta “ci cago sul trono”. Ma rimane il re.

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