Franco Battiato, otto canzoni raccontate da Federico Pistone

Dal suo ultimo libro "La musica che resta"
Franco Battiato, otto canzoni raccontate da Federico Pistone

Per gentile concessione dell'autore e dell'editore Arcana (© Lit Etizioni) pubblichiamo le schede di otto canzoni di Franco Battiato, incluse nel volume di recente pubblicazione "La musica che resta" (qui la recensione di Rockol)

 

IL RE DEL MONDO
 
Parte dall’alto – la dodecafonia del maestro Stockhausen – uno dei geni della cultura italiana contemporanea per planare come un alieno sul pianeta della canzone leggera, ovviamente ribaltandola e facendola levitare. Ci vogliono otto album di folle, divertita, compiaciuta sperimentazione con suoni fuori da ogni concezione terrestre, ma sono necessarie anche la leggerezza del violinista Giusto Pio e l’intraprendenza del manager Angelo Carrara a convincere il trentaquattrenne catanese Franco Battiato a diventare “cantautore semplice” ed entrare, dalla porta principale, alla Emi a fianco di stelle come Aznavour, Mina, I Gufi, Guccini, Nomadi, Alan Sorrenti. L’ERA DEL CINGHIALE BIANCO, “secondo” esordio di Battiato, è un album sconvolgente perché trasforma profonde riflessioni esoteriche in piccole canzoni orecchiabili, addirittura danzabili su ritmi primitivi mescolati alle nuove urgenze elettroniche. 

L’enunciazione da guru allucinato concede poco all’armonia dentro una partitura musicale raffinata e geometrica, con quel talento narrativo, pittorico e cinematografico che porterà Battiato a esercitare brillantemente ogni relativa arte creativa. “Pieni gli alberghi a Tunisi per le vacanze estive, a volte un temporale non ci faceva uscire”, è lo spirituale incipit celtico di L’ERA DEL CINGHIALE BIANCO, ma il brano che restituisce intatte le suggestioni musicali e letterarie è "Il re del mondo", riferito all’omonima opera (1927) del filosofo francese René Guénon. L’implacabile arpeggio sintetico fa da contrappunto alla voce glaciale di Battiato che quasi recita l’apocalisse di una guerra senza tempo.

E poi silenzio e poi lontano
Il tuono dei cannoni a freddo
E dalle radio dei segnali in codice
Un giorno in cielo fuochi di bengala

Il ritorno alla pace e al benessere è un processo di annullamento, un sacrificio al re del mondo, inteso come genuflessione a una contronatura che può essere una deviazione mistica (“Echi delle danze sufi”) o a un’esasperazione capitalistica, con l’ironica amarezza di una flagrante e grottesca constatazione esistenziale.

Nelle metro giapponesi
Oggi macchine d’ossigeno
Più diventa tutto inutile
E più credi che sia vero
E il giorno della fine
Non ti servirà l’inglese…
E sulle biciclette verso casa
La vita ci sfiorò
Ma il re del mondo
Ci tiene prigioniero il cuore

Siamo diventati creature avulse e impercettibili alla perpetua ricerca di un equilibrio spirituale e fisico, un ritorno all’essenza che “il re del mondo”, il dittatore della nostra società del consumo messa a dura prova dal virus, ci impedisce.


STRANIZZA D’AMURI 

È proprio dentro uno scenario che non ha nulla di romantico, tra le bombe sganciate dagli aerei americani nel vallone di Scamacca, ai piedi dell’Etna, e i carrettieri che “ogni tantu lassano i loro bisogni e i muscuni ci abbulauno sopra”, che si insinua dentro l’anima un sentimento nuovo e prepotente, una "Stranizza d’amuri".

Man manu che passanu i jonna
’Sta frevi mi trasi ’nda’ll’ossa
Ccu tuttu ca fora c’è a guerra
Mi sentu stranizza d’amuri
L’amuri
Man mano che passano i giorni
Questa febbre mi entra nelle ossa
Nonostante fuori ci sia la guerra
Sento crescere una stranezza d’amore
L’amore

È la primavera dei sentimenti, non necessariamente per una donna o per un uomo, un amore assoluto che fiorisce nella discografia e nella filosofia di Battiato. Una microsinfonia lirica che trova nell’intima versione di UNPROTECTED (1994) un’esaltazione dei sensi, in poco più di due minuti sospesi sul piano di Carlo Guaitoli e sui violini in lontananza dei Virtuosi di Giusto Pio. 

La guerra è uno scenario pindarico per Battiato, nato un mese e mezzo dopo la fine del conflitto, e le pendici dell’Etna sono il suo luogo del ritorno, quando decide di abbandonare Milano e rifugiarsi in un eremo di Milo, mille abitanti sulle alture catanesi. Nell’agosto del 2013 Battiato inaugura proprio a Milo un anfiteatro musicale e gli affida il nome dell’amico Lucio Dalla.


SUMMER ON A SOLITARY BEACH 

L’intera gamma sonora si raduna come un sabba di streghe sotto un noce per esplodere la magia dal paiolo. Disco music, rock, elettronica, sinfonica, melodica, progressive, lirica, pop, new age, folk, jazz: Battiato mesce tutto senza ritegno e ci appoggia frammenti di nostalgia felliniana, rovesciando i valori glottologici e sensoriali della canzone, in un piano sequenza implacabile e rapidissimo.

Passammo l’estate su una spiaggia solitaria
E ci arrivava l’eco di un cinema all’aperto
E sulla sabbia un caldo tropicale dal mare

Una magia cantabile, perfino canticchiabile, ed è questa la chiave che proietta LA VOCE DEL PADRONE in testa alle classifiche di vendita per diciotto settimane, più di un terzo dell’anno 1982. "Summer on a solitary beach" è l’incipit abbagliante dell’album, un moto ondoso ossessivo, spezzato solo da un ritornello frangiflutti morbido, lirico, leopardesco, foscoliano.

Mare, mare, mare voglio annegare
Portami lontano a naufragare
Via via via da queste sponde
Portami lontano sulle onde

Devastante, nel senso delle emozioni, la versione dal vivo del 2016 in coppia con Alice e con il supporto della Ensemble Symphony Orchestra che passa dalla sinfonica al rock con una disinvoltura professionale che è poi la cifra inestimabile di Battiato.

 

BANDIERA BIANCA 

L’ispirazione scolastica a "L’ultima ora di Venezia" (Il morbo infuria / il pan ci manca / sul ponte sventola / bandiera bianca!) del patriota Arnaldo Fusinato è solo lo spunto per la resa di una generazione senza orientamento. È anche la nuova canzone di protesta secondo Battiato.

Per fortuna il mio razzismo
Non mi fa guardare
Quei programmi demenziali
Con tribune elettorali…
Quante squallide figure
Che attraversano il Paese
Com’è misera la vita
Negli abusi di potere

L’impegno diventa disimpegno, il bianco della bandiera, negli anni delle violenze senza colore, senso e quartiere. Battiato compone questa canzone dopo la bomba alla stazione di Bologna (85 morti e 200 feriti) e l’assassinio di John Lennon.

In quest’epoca di pazzi
Ci mancavano gli idioti dell’orrore
Ho sentito degli spari
In una via del centro
Quante stupide galline
Che si azzuffano per niente

Gli italiani, milioni di italiani d’ogni età e ideale, gorgheggiano il ritornello (“Sul ponte sventola bandiera bianca, sul ponte sventola bandiera bianca”) senza accorgersi di prendere una posizione netta nei confronti del terrorismo e di snocciolare citazioni celate nel ritmo di una canzonetta: c’è il Mister Tamburino di Bob Dylan, ci sono i figli delle stelle di un Alan Sorrenti che svende la sua vena artistica al demonio del successo, ci sono le “mamme che imbiancano” nelle melodie svenevoli degli anni Cinquanta, le “immondizie musicali” contemporanee, il provocatorio rifiuto dei classici imposti (“A Beethoven e Sinatra preferisco l’insalata, a Vivaldi l’uva passa”), c’è perfino il ribaltamento dei Minima Moralia del filosofo tedesco Theodor Adorno che diventano Minima Immoralia mentre Battiato si copre il volto dalla rassegnazione circondato da commensali impegnati in un brindisi di sciagurata e incosciente baldoria. "Bandiera bianca", insieme alle altrettanto irresistibili "Cuccurucucù" e "Centro di gravità permanente" diventano implacabili dotti tormentoni per i decenni a venire.


E TI VENGO A CERCARE

Battiato, con De André, è l’unico artista della canzone che può permettersi di parlare di Dio senza cadere nel blasfemo o, peggio, nel banale. Il 18 marzo 1989 Giovanni Paolo II si emoziona nella Sala Nervi dove Franco Battiato intona, accompagnato da un’orchestra d’archi, "E ti vengo a cercare", una delle sue canzoni più spirituali, sorta di preghiera, di ricerca, di impegno a “emanciparmi dall’incubo delle passioni, cercare l’Uno al di sopra del bene e del male”. Il Papa resta assorto per l’intera esecuzione e alla fine lancia a Battiato un segno di benedizione, messaggio arrivato forte e chiaro. 

"E ti vengo a cercare" è ancora una volta un inno d’amore per un destinatario imprecisato, per ogni destinatario possibile. È la ricerca della vita, non quella delle “piccole gioie quotidiane”, ma dell’“essenza”, dell’elevazione nel senso più orientale del termine, “un rapimento mistico e sensuale”. Battiato la ripete in sette album mentre Nanni Moretti – che già ha inserito "Scalo a Grado" in "Bianca" (1984) e "I treni per Tozeur" in "La Messa è finita" (1985) – canterà (e storpierà) "E ti vengo a cercare" per ben due volte in "Palombella rossa" (1989) restituendole una connotazione grottesca e idealista.

Durante una tribuna politica televisiva, Michele “Moretti” Apicella, che ha perso la memoria come il suo partito, prova a coinvolgere il popolo comunista: «Noi dobbiamo dire: venite, venite nel partito, prendetelo! Vediamo insieme cosa possiamo fare: questo sentimento popolare nasce da meccaniche divine…», stonando senza pietà. La scena si sposta dal comizio tv alla piscina di pallanuoto dove Michele sta battendo un rigore decisivo. Nel silenzio sospeso del palazzetto, occhi sgranati, riprende a cantare sussurrando.

E ti vengo a cercare
Con la scusa di doverti parlare
Perché mi piace ciò che pensi e che dici
Perché in te vedo le mie radici

A questo punto, tutto il pubblico (avversario) si unisce in un coro quasi ecumenico.

Questo secolo oramai alla fine
Saturo di parassiti senza dignità…

E poi riparte il profano incitamento da stadio: “Aci-reale… Aci-reale” e Michele sbaglia il rigore della vita e degli ideali, fra la disperazione sua e dei compagni. Nel 1996 il gruppo Csi ne ricava una spettrale versione e la innesta nel pregiato LINEAGOTICA: alla voce di Giovanni Lindo Ferretti nell’ultima strofa si sostituisce a sorpresa lo stesso Battiato, che rinuncia a cantare l’ultimo verso: “Perché ho bisogno della tua presenza”. Un’omissione da terzo comandamento, o da quinto emendamento.


SECONDO IMBRUNIRE

Ammette Battiato di avere sofferto di problemi psichici, di avere cercato il suo “centro di gravità permanente”, di avere ballato veramente “come i dervisches tourners che girano sulle spine dorsali” ("Voglio vederti danzare"), di avere seguito “la voce del Padrone”, di sapere che l’animale che si porta dentro non lo fa “vivere felice mai, si prende tutto anche il caffè” e lo “rende schiavo” delle sue passioni.

Battiato ritrova il suo bandolo esistenziale in Georges Ivanovic Gurdjieff, vissuto a cavallo del XIX e XX secolo tra Armenia, Russia e Francia, pensatore mistico e sufista che ha influenzato il pensiero occidentale, ma anche le canzoni dell’artista siciliano. Chiarisce Battiato: «L’uomo è una macchina: tutto quello che fa è il risultato di influenze esteriori. L’individuo che è “schiavo” può uscire da questo stato risvegliando la coscienza opposta al pensiero meccanico». La scelta salvifica è la meditazione, l’immersione in una passività fisica che porta alla spiritualità dentro la natura e la solitudine.

Passo ancora il mio tempo
A osservare i tramonti
E vederli cambiare
In secondo imbrunire

Il lirismo ascetico si adagia su una partitura d’archi che rinnova gli ardimenti sperimentali di gioventù. Ma intanto Battiato è diventato uno dei principi della canzone popolare e l’ha nobilitata.

 

L’OMBRA DELLA LUCE 

«Tenendo le palpebre chiuse si avverte una luce che con il tempo e la meditazione diventa sempre più forte, fino al raggiungimento di uno sguardo interno». La contemplazione mistica ha accompagnato l’intero percorso di Battiato che raggiunge il suo apice spirituale con "L’ombra della luce", canzone composta in sei mesi di trance ascetica e inserita in un album strano già dal titolo, COME UN CAMMELLO IN UNA GRONDAIA, con quattro brani inediti, tra cui l’accorata "Povera patria" (“schiacciata dagli abusi del potere, di gente infame che non sa cos’è il pudore”) e quattro rielaborazioni di lieder classici di Wagner, Berlioz, Brahms e Beethoven. Un’occasione per fermarsi e trovare il silenzio della spiritualità. Ecco che parte la preghiera a tutti gli dèi, o a nessun dio, la consapevolezza della transitorietà e nello stesso tempo del ruolo centrale di ognuno di noi, destinato a essere “solo l’ombra della luce”.

Difendimi dalle forze contrarie
La notte nel sonno
Quando non sono cosciente
Quando il mio percorso si fa incerto
E non abbandonarmi mai
Riportami nelle zone più alte
In uno dei tuoi regni di quiete
È tempo di lasciare questo ciclo di vite

Il buddhismo è la condizione spirituale più vicina a Battiato che ha già vissuto – è pronto a testimoniare – diverse reincarnazioni conservando «vividi e forti ricordi» delle vite precedenti.


LA CURA

“Più veloci di aquile i miei sogni attraversano il mare”. Una canzone celeste sospesa su una nuvola di archi e fiammeggiata da lampi lontani di chitarra elettrica per librarci leggeri verso il sacro tengher, l’olimpo condiviso da divinità buddhiste e sciamani. "La cura" è una delle dichiarazioni d’amore più assolute, sacre e devote, scaturita dal genio nihilista del filosofo-poeta catanese Manlio Sgalambro (1924-2014) e resa melodia eterna da Franco Battiato. Nessun voto di fedeltà ed eterno amore, qui le promesse sfiorano il sovrannaturale, le leggi fisiche si piegano a un sentimento taumaturgico senza confine.

Supererò le correnti gravitazionali
Lo spazio e la luce
Per non farti invecchiare
E guarirai da tutte le malattie

Non c’è alone di retorica, nelle parole, nella musica e nell’interpretazione, tanto distesa da convincere e quindi da commuovere. Si possono scovare tracce mantriche e tautologiche, dove “l’essere speciale” non è la persona amata ma un abitante di questo mondo, qualsiasi, da proteggere e confortare. L’interpretazione è aperta ma “tessere i tuoi capelli come trame di un canto” restituisce, a richiesta dello stato d’animo personale, anche una semplice, sublime canzone d’amore. 

Nello stesso album, L’IMBOSCATA, Battiato e Sgalambro confezionano "Ecco com’è che va il mondo", che sembra la versione luciferina di "La cura", ma riserva suggestioni di terrestre divinità. 
Hemingway, Joyce, Nabokov, ci sono riferimenti espliciti ai "49 racconti", all’episodio "Eveline" di "Gente di Dublino", a "Lolita", e fin qui la mietitura letteraria di Sgalambro, ma soprattutto c’è uno spartito, di Battiato, che rende sommo anche lo sgradevole (“Era la più grassa puttana che mai avessi visto”) e il disdicevole.

Ma io ho una bambina, negli intervalli
Che mi accarezza i bianchi capelli
E gli anni si fanno docili al suo tocco
Mi bacia sulle guance crudeli
E giochi pazienti di rami mi intreccia
Con le sue pupille da gatta

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