Squid, l’ambizione del rock. L’intervista.

“Bright Green Field”, l’album di debutto del gruppo di Brighton è un lavoro nato senza porsi limiti. La band: “Quando facciamo musica non sappiamo mai che cosa accadrà”.
Squid, l’ambizione del rock. L’intervista.
Credits: Holly Whitake

Ma chi l’ha detto che la musica di oggi non è più ambiziosa? C’è ancora chi, nel nome del rock, non si vuole appiattire su melodie stereotipate, non insegue annacquamenti pop e rifiuta di scrivere canzoni con l’intenzione di finire in radio. Agli Squid, è evidente, non frega nulla di omologarsi alle mode. È per questo che il loro primo album “Bright Green Field”, uscito il 7 maggio, è carico di significati nascosti e di visioni, oltre a essere ricco di sperimentazioni sonore e di lunghe cavalcate capaci di raggiungere anche gli otto minuti. Su di loro si stanno accendendo, giustamente, i riflettori internazionali: per urgenza, carica sonora e ricerca, gli Squid meritano di essere ascoltati.

“Quando facciamo musica non sappiamo che cosa accadrà – spiegano Arthur Leadbetter e Laurie Nankivell – scriviamo una canzone senza porci paletti o limiti. Non ci sono piani. E questo si sente, si percepisce. Non sempre questa tipologia di approccio funziona, ma crediamo che per noi sia la migliore. Anche sul lato del suono è così: dentro ci sono davvero tante influenze, non c’è un genere solo, ma c’è la voglia di andare oltre una precisa etichetta”.  E sulla durata dei pezzi? “C’è della psichedelia – sorridono i due artisti – la nostra musica richiede attenzione, è vero, ma è anche gioiosa ed enfatica. Dentro c’è un curioso senso di esplorazione, è un suono che ha l’ambizione di percorrere strade imprevedibili”.

Il gruppo si completa con Ollie Judge, Anton Pearson e Louis Borlase. Gli Squid, nati a Brighton quattro anni fa, insieme ad Idles, Fontaines DC (irlandesi, ndr), Shame e tanti altri gruppi giovani, vengono fatti rientrare nella nuova ondata post punk che sta conquistando il Regno Unito. “Sono tutte band che rispettiamo tantissimo – sottolineano i due componenti – ma è davvero difficile parlare di una vera scena perché siamo tutti troppo diversi musicalmente. Ognuno ha un’identità specifica. Quello che ci unisce, questo è vero, è il voler fare musica lontani dall’idea iniziale di conseguire il successo. Non siamo partiti con chissà quale ambizione, facciamo quello che facciamo semplicemente perché non potremmo fare altro. Ci siamo conosciuti all’Università. Abbiamo iniziato a suonare insieme per divertimento e poi abbiamo incominciato a esibirci localmente a Brighton, senza vederci davvero come una band”.  

“Bright Green Field”, prodotto da Dan Carey, arriva a due anni di distanza dal loro secondo ep, “Town Centre”, ed è composto da undici inediti che, come dimostrano anche i precedenti lavori della band, riflettono i tumulti della società contemporanea. In particolare, pur suggerendo un’immagine pastorale tipicamente inglese, il titolo nasconde il racconto di un mondo distopico. “Dentro ci sono i cambiamenti della nostra società, ci sono paesaggi urbani pieni di palazzi e cemento, ma c’è anche la luce e la poesia della natura, c’è un universo distopico, ma anche la forza della vita – continuano – il disco è figlio di diversi periodi storici, la pandemia più che il significato del progetto, ha cambiato l’impatto. Non suonando per più di un anno non abbiamo potuto vedere le reazioni del pubblico all’uscita di alcuni nuovi pezzi. Dan Carey ci ha dato una grande mano perché ci ha fatto credere nei nostri mezzi, in studio ha creato un’energia potente.

“Bright Green Field” è un album dalla portata e dall’ambizione altissime, è profondamente ritmato e costruito in modo complesso.  Tutti i membri della band giocano un ruolo fondamentale nella costruzione di un suono che spazia dal rock al post punk passando per il jazz e il funk. “La vera forza degli Squid è il groove – concludono – e per raggiungere una forma che ci soddisfi, tutti offrono un contributo. La dimensione della band, nel nostro percorso, è centrale perché ognuno di noi è al centro nella costruzione del suono. La bellezza di quello che facciamo, proprio come quando si prova a interpretare il futuro, risiede nella mancanza di certezza. Siamo mossi dal suono e dalla libertà”.

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