Michael Stipe: “Immagini e canzoni sono la stessa cosa, per me”. L’intervista

L’ex frontman dei R.E.M. pubblica il suo nuovo libro, una raccolta di ritratti, una sorta di autobiografia per immagini, per l’editore italiano Damiani. Il racconto di una conversazione su Zoom, tra Milano e New York: “La musica è una questione visiva”.
Michael Stipe: “Immagini e canzoni sono la stessa cosa, per me”. L’intervista
Credits: David Belisle

Michael Stipe ama l’arte, in ogni sua forma: che sia una canzone, una fotografia o un libro. Sono modi della stessa espressione: “I’m a very visual person and also music is extremely visual to me”, mi racconta.
Per buona parte della sua carriera da artista ha prodotto una forma di arte immateriale, le canzoni, trasformate in oggetti attraverso gli album; qualcuno si ricorderà le stupende edizioni limitate dei R.E.M., una tradizione che continua con le ristampe degli album storici. Adesso invece produce sculture e soprattutto libri: “È bello creare oggetti, ora”, mi dice.

Ci vediamo su Zoom per parlare del suo terzo libro, appena uscito in tutto il mondo ancora per l’editore bolognese Damiani, come i due precedenti (“Volume 1” e “Our interference times”). Me lo mostra orgoglioso, dalla sua casa di New York: il colore blu che disegna il volto dell’amica Tilda Swinton in copertina, i dettagli della rilegatura. Il libro è una raccolta di ritratti che raccontano la sua storia attraverso le persone con cui ha lavorato o che lo hanno aiutato a diventare l’artista che è, ad accettare la sua vulnerabilità come la sua forza: “Walk unafraid”, come cantava in una canzone dei R.E.M. ispirata da una frase di Patti Smith. A causa del Covid, non gli è stato possibile fotografare tutti coloro che avrebbe voluto ritrarre, perciò ha fotografato i loro nomi su copertine di libri o sui vasi creati dalla sua amica Caroline Wallner.

Il libro ha anche una parte audio, una sorta di podcast realizzato in collaborazione con GOODmood, a cui si accede scannerizzando un QR Code. La voce di Stipe racconta al lettore il processo creativo delle immagini, spesso citando la sua vita precedente da cantante dei R.E.M. e facendo collegamenti tra il passato, il presente e il futuro. Tutto questo diventerà una mostra, nel 2022, nella sede milanese dell’ICA: “Avrebbe dovuto inaugurare prima del Covid. Ci sto ancora lavorando, ma prenderà spunto dai tre libri pubblicati per Damiani”.
Parlare con Michael Stipe è un’esperienza “inspirational”, come si dice in inglese: ogni parola è scelta con cura, ragionata e soppesata, capace di aprire fiumi di suggestioni, per parafrasare una vecchia canzone dei R.E.M.. Si parte dal libro, ma si finisce per parlare del ruolo dell’artista oggi, e del modo unico dello stesso Stipe di ragionare per immagini e di fare liste, anche quando scrive canzoni. E sì, sta lavorando al suo primo album solista…

Ecco la conversazione con Michael Stipe, in video e scritta. (click here for the english version of the transcription)

Questo libro è una sorta di autobiografia in cui non compari in prima persona, ma in controluce attraverso la tua macchina fotografica e attraverso le persone che ti hanno influenzato.
Sì, è corretto. Però il libro non è intitolato "Michael Stipe". Non ha titolo: ho solo messo il mio nome sul dorso, in modo che la gente sappia che è un mio libro.
Ma sì, è un mio ritratto di me stesso, ma senza di me. È una raccolta di ritratti delle persone che ammiro, un elenco di chi mi ha dato coraggio, mi ha ispirato, mi ha permesso di essere vulnerabile e ha riconosciuto la mia vulnerabilità come una forza.

Hai trascorso gran parte della pandemia ad Athens: ci sono molte foto della tua famiglia, mentre molte altre persone della tua “famiglia culturale” sono rappresentate attraverso grafiche, elenchi, copertine di libri e vasi.
La maggior parte delle foto della mia famiglia presenti nel libro sono state scattate nel 2020: potevamo vederci solo da metri di distanza e con le mascherine.
È un periodo molto strano per scattare ritratti. Non volevo che fosse un libro sul Covid, ma non volevo neppure ignorare il momento; volevo che rimanesse sullo sfondo. In questi mesi l'interazione umana si è interrotta a tal punto che non mi era possibile passare del tempo con la mia famiglia, tanto meno con altre persone. Quindi ho usato questi dispositivi - i vasi, le copertine dei libri, la grafica e le immagini del mio archivio - per creare un'immagine di cosa significhi fare un libro di ritratti in un anno in cui non puoi vedere nessuno.

Il tuo amore per i font e per il design grafico è evidente sin dalle copertine degli album dei R.E.M., e lo ritroviamo in questo libro. Da dove nasce?
Sono molto attratto dal periodo del graphic design degli anni Settanta,  quando ero un adolescente. Mi fa sentire felice, rilassato e ispirato. Il mio uso del graphic design è quasi naīf: un professionista lo liquiderebbe in un attimo. Ma è un modo per mostrare il mio amore per questo aspetto.

Il libro è accompagnato da una narrazione audio, in cui racconti il tuo processo creativo. Come hai deciso di farla? Ho letto che sei stato ispirato da un podcast con Lou Reed e Hal Willner.
Era una conversazione registrata tra due amici, entrambi molto intelligenti e a loro agio l'uno con l'altro. Ho ascoltato molti podcast ultimamente, sì: ho passato molto tempo da solo e mi hanno fatto sentire più connesso e meno coinvolto dalla follia di questo periodo. Non sono una persona molto solitaria, almeno non lo ero fino alla pandemia. Ora, a 61 anni, sono molto a mio agio con me stesso e so godermi la mia compagnia.

Parlando della ristampa di "Automatic for the people" mi hai detto che ti era difficile risentire la tua voce nei demo, perché eri al massimo della tua vulnerabilità. È successo qualcosa di simile con la registrazione audio che accompagna il libro? Hai avuto dei dubbi nel farla?
Ovviamente, non mi piace la mia voce parlata.

Amo la mia voce da cantante, ne conosco pregi e difetti. Non mi piace invece l'intonazione della mia voce parlata, non mi piace il modo in cui suona: sembro un professore o uno che impartisce lezioni. Non sempre riesco a trovare il modo di formulare le mie idee e trasformarle in parole. Dentro dire sono molto smart, ma non sempre riesco a mettermi in contatto con il linguaggio.

L’audio del libro collega il tuo lavoro presente al tuo passato, per esempio quando parli dell’importanza di scrivere attraverso liste. È ancora così che lavori?
Sì, la creazione di elenchi non è qualcosa che ho scelto di fare, è solo il modo in cui il mio cervello organizza le cose.

Molti dei testi delle mie canzoni sono elenchi, e sono le mie cose migliori. Sono intuitivi ed automatici, è qualcosa che semplicemente mi viene, non devo lavorarci, mi devo fidare dell’istinto. Per esempio “E-bow the letter” o “It’s the end of the world as we know it” sono rimaste essenzialmente come mi sono venute, un elenco di cose, con poche modifiche. È così che organizzo le cose.
Ne ho parlato con Patti Smith, una volta: entrambi abbiamo avuto la scarlattina da bambini ed è una malattia che cambia il cervello, se ce l’hai a quell’età. Anche William Burroughs l’ha avuta e ha detto che fa sì che il cervello funzioni in un modo diverso. È un'idea molto romantica e poetica, lo so, e non so se sia vera, ma se l'ha detto lui... è piuttosto bravo, e mi fido.

Hai anche detto che, per te, fare fotografia è più facile che fare musica, giusto?
Sono una persona che ragiona per immagini. Anche la musica per me è estremamente visiva. Comporre musica non è facile, ma scrivere per comporre musica è ancora più difficile. Eppure, guardare un'immagine e ascoltare una canzone sono la stessa cosa, per me. Vedo un paesaggio e la musica mi fa venire in mente un'immagine. Come autore di canzoni e come cantante, il mio lavoro è popolare quel paesaggio con un racconto, un’idea, con un pensiero, con la storia di qualcun altro. Non è una cosa facile da fare, ma per me musica e immagini giocano nello stesso campo.

Questo è il tuo terzo libro con Damiani. Qual è la tua ‘Italian connection’?
Penso che sia stato Jonathan Berger, con il quale ho realizzato “Volume 1”, il primo libro, che li conosceva e conosceva i loro contatti a New York. Dopo averli incontrati, ho capito il loro entusiasmo per il mio lavoro e per le mie idee come fotografo.
Per me fare un libro è creare un'opera d'arte che va nel mondo. Amo gli oggetti. Per gran parte della mia vita ho creato cose che non erano oggetti, quindi è bello creare oggetti, ora.

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(Foto di David Belisle)

 

Hai pubblicato le tue canzoni da solo, i tuoi libri escono per un editore indipendente e anche i R.E.M. hanno spostato il loro catalogo da una major a una etichetta indipendente, la Craft. Cosa significa per te l’indipendenza?
Non è tanto l’indipendenza di per sé quanto il lavorare con persone che capiscono l'arte e la tua visione. È una cosa che vedo in Damiani: il vero amore anche per l'artigianato e l'attenzione ai dettagli. Con una casa editrice più grande non sono sicuro che avrei quel tipo di intimità con ciò che realizzo.

So che questa domanda è molto ampia, ma cosa significa per te essere un artista? Le canzoni sono una forma d'arte?
Assolutamente. Non necessariamente una canzone pop, ma qualsiasi tipo di musica. Penso ad Arca, che non scrive canzoni tradizionali, o ad Arvo Pärt, che ho citato nel libro. Sia il pop che una composizione musicale possono essere arte: la musica è una forma di espressione che aiuta a definire il momento in cui ci troviamo.
Per me, questa è la definizione più elementare del lavoro dell’artista: osservare dove siamo e commentare. L’artista dovrebbe aiutare a definire il momento in cui ci troviamo, ma anche aiutare a guardare avanti, avere una visione sul futuro, vedere cosa funziona e cosa no, e cosa potrebbe diventare migliore. Essere fonte di ispirazione e aiutare anche gli altri esseri umani a vedere se stessi in modo più chiaro. Questo, credo, è l’essenza del lavoro di un artista.

Nella tue canzoni soliste, ma talvolta anche in alcune cose dei R.E.M. c’è molta elettronica. Da dove arriva l’amore per questa musica?
Penso che provenga dalla disco. Quando ero un adolescente, è nata la musica disco, e mi piaceva molto. C'è qualcosa nei ritmi meccanici... Quando sento una batteria suonata dal vivo, mi ritrovo a pensare a quali scelte fa la persona che sta creando quel suono. Quando invece un ritmo è meccanico, posso pensare ad altre cose, e quindi la musica diventa più facile da ascoltare, per me. Per come percepisco la musica, per me non esiste la possibilità di commettere errori: vedo qualcosa di non umano aumentato da qualcosa di umano, e mi piace molto.

Il 2021 è un anno di ricorrenze: 10 anni da quando i R.E.M. si sono sciolti, 25 anni da “New adventures in Hi-Fi”. Qual è il tuo atteggiamento nei confronti del tuo passato?
Sono felice di parlarne e di partecipare e di ripubblicare di nuovo la musica. Le riedizioni consentono alle persone di ascoltare di nuovo la musica, di guardarla da una prospettiva diversa e, si spera, di raggiungere nuovi pubblici.

Un paio d’anni fa hai rivelato che stavi lavorando a nuove canzoni. Ne hai pubblicate alcune negli ultimi 18 mesi.  Arriverà un album?
Sto lavorando alla musica. Ma il mio passato nei R.E.M. è come una grossa montagna da scalare. Voglio creare qualcosa che non metta in imbarazzo e sia allo stesso livello dei R.E.M.. E io sono una persona unica, non sono Michael Peter Mike o Bill. Non è facile farci i conti. Ma ho inciso musica, sì; non l’ho ancora pubblicata.

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