Non solo Fedez: Elio, Litfiba, Lo Stato Sociale e gli altri ‘censurati’ al Concerto del Primo Maggio

La polemica scatenata dal rapper è l’ennesima riproposizione di un tema che il Concertone si è trovato ad affrontare con regolarità fin dalle sue primissime edizioni
Non solo Fedez: Elio, Litfiba, Lo Stato Sociale e gli altri ‘censurati’ al Concerto del Primo Maggio

Il battage scatenato da Fedez con il suo tweet pubblicato ieri in tarda serata relativo al suo intervento al concertone di ieri ha riaperto un filone di dibattito che ci segue il Concerto del Primo Maggio di Roma conosce molto bene: la libertà d’espressione “extramusicale” - o la presunta negazione della stessa - accordata agli artisti che salgono sul palco di Piazza San Giovanni - quest’anno, com’è noto, “trasferito” pro tempore presso la Cavea dell’Auditorium del Parco della Musica di Roma a causa delle restrizioni dovute all’emergenza sanitaria.

La primissima polemica in merito risale al 1991, in occasione della seconda edizione della manifestazione: gli Elio e le Storie Tese, durante l’esecuzione di “Sabbiature”, fecero cenno a una vicenda giudiziaria che aveva coinvolto l’ex presidente del consiglio e della Democrazia Cristiana Giulio Andreotti. La Rai, improvvisamente, “staccò” dal palco per passare a un intervento dietro le quinte dell’allora conduttore della manifestazione Vincenzo Mollica. A proposito della vicenda, nel 2013 Elio, intervista da Daria Bignardi in merito all’episodio, dichiarò:

“Parlavamo del fatto che la Commissione inquirente che si prendeva cura di Parlamentari coinvolti in fatti illeciti, su 111 casi, 109 casi li ha archiviati tutti, due solo li ha condannati. La cosa divertente e singolare è che nessuna delle affermazioni era cosa segreta o occulta. Era tutto stato ampiamente pubblicato sull’Espresso e il Manifesto. La nostra era una lettura di quell’elenco, ma non si poteva dire in televisione. Noi invitavamo a voler bene a tutti, ad amare Ciarrapico. Noi contentissimi, perché passavamo per martiri come Jim Morrison”

Lo stesso anno i Gang, eseguendo al di fuori della scaletta comunicata alla produzione il brano "Socialdemocrazia" e invitando il pubblico allo sciopero generale, ricevettero pressioni già durante il set da parte di funzionari del servizio pubblico.

Due anni dopo il frontman dei Litfiba, che sul palco di piazza San Giovanni erano già passati in occasione della prima edizione, nel 1990, nel bel mezzo del set della band fiorentina si lanciò in una tirata contro l’allora Papa Giovanni Paolo II (“Preservativi, aborto… Parla sempre di sesso… Si occupi di cose metafisiche”, disse il frontman fiorentino):

Quattro anni dopo, nel 1997, i Litfiba tornarono in piazza San Giovanni: il collegamento con la diretta video della RAI fu interrotto proprio in concomitanza con l’inizio del loro set. Benché “l’oscuramento”, apparentemente, fosse da imputare a un semplice sfalsamento tra gli orari della scaletta del live e quelli - estremamente più rigida - del palinsesto televisivo, Pelù e i suoi lasciarono intendere di essere rimasti vittime di una sorta di censura preventiva, applicata proprio in virtù della performance consegnata alle telecamere qualche anno prima.

Sempre a proposito di preservativi: il dispositivo di protezione individuale più venduto in epoca-pre Covid nel 2013 fu portato sul palco dal frontman del Management del Dolore Post Operatorio Luca Romagnoli, che - nel corso del set della band abruzzese oggi ribattezzatasi semplicemente Management - mimò un passaggio della liturgia della messa “sostituendo” l’ostia con un profilattico. “Questo è il budello che uso io, che toglie le malattie dal mondo. Prendetene e usatene tutti. Fate questo, sentite a me”, disse il frontman davanti alle telecamere alzando il cielo con entrambe le mani il presidio medico. Lo stunt più clamoroso, tuttavia, il frontman lo risparmiò per la fine del set: accortosi dell’interruzione della diretta da parte della regia, il cantante - anticipando in modo decisamente più sguaiato Chadia Rodriguez - si abbassò pantaloni e mutande davanti al pubblico, guadagnandosi non solo un energico quanto immediato trasferimento nel dietro le quinte a cura dello staff presente sul palco ma anche la reprimenda dell’allora organizzatore della manifestazione Marco Godano. "Mi dissocio duramente per la violenza e la scorrettezza che perseguiremo anche per vie legali, confermando ancora una volta che laddove gli artisti non sanno autoregolamentarsi, per quanto ci riguarda, non sono degli artisti in linea con lo spirito del concertone”, spiegò il promoter: “Sottolineo inoltre come questi atteggiamenti stridano con i temi culturali, artistici e sociali che questo palco rappresenta”.

Due anni dopo sarebbe toccato agli Stato Sociale incappare nel "filtro" del servizio pubblico: alla band bolognese venne chiesto di eliminare dal proprio set il brano “Mi sono rotto il cazzo”, il cui turpiloquio nel titolo avrebbe violato le norme relative ai contenuti trasmessi in fascia protetta. “La censura è sempre una cosa medioevale, non dovrebbe mai accadere ma noi l'abbiamo subìta e con nostra sorpresa nel Concertone del Primo Maggio”, spiegò a Repubblica Alberto Cazzola: “Ci hanno spiegato che la nostra esibizione cade poco dopo le 22, dunque ancora in fascia protetta, e dunque niente parolacce: abbiamo dovuto rinunciare”. Per protesta, il gruppo si presentò sul palco “autocensurandosi” con delle tute nere, ma aprendo il proprio set con un durissimo discorso a sfondo politico-sociale chiuso con l’augurio rivolto al pubblico di “un primo maggio e altri 364 giorni all’oscuro di ogni cosa”:

Al di là delle ricorrenti accuse di censura rivolte alla RAI da parte degli artisti piazzati nel running order dell’evento in prossimità delle 19 e delle 24 - l’orario in cui la maratona musicale viene interrotta dalla messa in onda dei telegiornali, che negli anni ha puntualmente registrato proteste e polemiche da parte degli artisti “tagliati”, con alcune clamorose defezioni dell’ultimo secondo come quelle degli Afterhours al concertone del 2012 - la cui esibizione si sarebbe dovuta tenere dopo mezzanotte, fuori dalla diretta televisiva - o di Omar Pedrini nel 2019 (prima “tagliato” dal Tg, poi invitato a tenere un più che striminzito set “risarcitorio” da incastrare tra le esibizioni della serata) - c’è un effettivo controllo del servizio pubblico sui contenuti proposti nel corso della diretta?

Nel 2004 la RAI decise di mandare lo show in differita di 20 minuto, per poter eventualmente intervenire in fase di post-produzione su eventuali passaggi giudicati inappropriati: l’esperimento, tuttavia, non fu ripetuto.

La polemica riguardo una volontà censoria da parte dei vertici della TV di stato si scatenò nel 2011, quando il concertone cadde in un periodo pre-elettorale, e quindi - per quanto riguarda le trasmissioni televisive - in regime di par condicio: per evitare contestazioni riguardanti messaggi volti a condizionare il pubblico in vista delle elezioni amministrative imminenti gli organizzatori chiesero ai partecipanti all’evento di firmare una liberatoria nella quale di invitava gli artisti a evitare ogni riferimento politico. “Una censura bella e buona imposta per non parlare di referendum e non dare indicazioni di voto dal palco di San Giovanni”, la definì lo scomparso leader della Bandabardò Erriquez, ricordato proprio ieri sul palco da Daniele Silvestri, Max Gazzé e Piero Pelù: “Pensavamo si trattasse della normale liberatoria che si firma quando si va in televisione. Certo è anche un nostro errore, ma in questo modo si impedisce la libertà di parola”. “l contenuto della liberatoria che è stata firmata dagli artisti è quello previsto dalla legge”, ribatté l’allora patron del concertone Marco Godano: “E' quello che si fa in tutte le occasioni come questa, perché lo prevede la legge sulla par condicio. Gli artisti che protestano sono persone che usano questo palco per i loro interessi e per farsi pubblicità”.

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