Achille Lauro: “Dopo 'Lauro' voglio prendermi una pausa”

Il cantante racconta l’album che porta il suo nome, il sesto in 3 anni: tra citazionismo e brand marketing, Lauro De Marinis spiega le sue passioni e le sue ossessioni per i dettagli: "Sono la contraddizione totale di me stesso"
Achille Lauro: “Dopo 'Lauro' voglio prendermi una pausa”
Credits: LEANDRO MANUEL EMEDE

“Sono talmente ossessionato dai dettagli che prima di questa intervista mi sono messo a controllare i pixel del backdrop”, spiega Achille Lauro: nulla è lasciato al caso, ovviamente neanche il fatto che il nuovo album porti il suo nome. "Lauro" esce domani, 16 aprile, dopo diversi “side project” e performance sanremesi dedicati ai generi musicali, che però per lui non esistono: “Sono la contraddizione totale di me stesso”, spiega.
L'artista capitolino
 spiega in che senso "Lauro" è l'ultimo album, la sua voglia di prendersi una pausa e risponde alle critiche di chi gli dice che si appropria del lavoro di icone come Bowie o i Nirvana o di fare da testimonial a marchi di moda.

Partiamo dal titolo: usare il proprio nome per un disco è una scelta non inusuale, ma comunque forte. Come mai l’hai scelto?
Dopo anni con diversi progetti, qua ripartiamo da me stesso, dalla costruzione di un sound vicino a quello che sono. Credo di avere dimostrato di essere un amante di tutta la musica, con progetti fuori da qualunque logica di mercato, ma questo album parte da quello che mi piace davvero. Mi sembrava il momento giusto e il disco giusto per mettere il mio nome.

Lo hai presentato come “ultimo album”. In che senso intendi questo aggettivo?
Sicuramente un album è sempre la fine di qualcosa. Io sono uno che scrive tanto, non solo canzoni, ho già tre o quattro album abbastanza a fuoco che non sono ancora usciti. Ma dopo “Lauro” voglio prendermi del tempo per vivere. Visto che qua dentro c’è molto di me, voglio prendermi una pausa per trovare un nuovo me stesso.

Ci dobbiamo aspettare che ti fermerai per un po’ di tempo?
Sto dicendo che sono pieno di canzoni ma voglio conoscere ancora di più chi sono.

Negli ultimi 3 anni hai pubblicato 5 album - 6 se contiamo la versione ripensata di “1969”. Non c’è il rischio di confondere il pubblico con tutte queste uscite?
Penso di essere stato in grado di traghettare le persone verso quello che sono io. Non ho paura di perdere quello che ho fatto, o di trovarmi senza pubblico. Sono pronto a rischiare, cambiando tutte le volte. La mia carriera è caratterizzata dai cambi di rotta. Ho iniziato uscendo da un ambiente maschilista, quasi omofobo, e ho affrontato questi temi. Sono passato dall’urban con il samba alla musica elettronica, al pop rock punk e alle ballad… Io penso che se una persona non riesce a capire che c’è un percorso di crescita, ha fatto un ascolto superficiale. È il pubblico da radio, da musica da passatempo, e non è il mio pubblico.

Una delle chiavi della tua musica è il citazionismo: in "Lauro" fai riferimenti, tra gli altri, a Prince, Britney Spears, Spice Girls, Beatles, Olivia Newton-John, da cui hai preso in prestito "Physical".
Ognuno è il risutato di quello che ha preso dall’esterno e di come lo usa per creare una sua identità forte e unica. Niente nasce dal niente. Anche loro nascono dalle loro influenze, dalle loro esperienze.

Nel video di “Marilù” hai ricreato i Nirvana dell’Unplugged. Sei stato criticato, come quando ti sei vestito da Bowie,  perché ti appropri di qualcosa ritenuto intoccabile
Io andrei a vedere cosa dicevano a queste icone che si mettevano in gioco. La musica è mettersi in gioco e c’è sempre qualcuno che dice la propria. Anche i più grandi, quando hanno fatto le loro cose, non credo fossero mai ben visti.

Dicendo una cosa del genere, non c’è il rischio che tu ti metta al livello di Cobain, Bowie e degli altri grandi?
No, certo. Per la mia nicchia, la mia musica ha un valore che va oltre al “Sta citando i Nirvana quindi è presuntuoso”. Poi certo c’è la visione superficiale del “ma chi cazzo si crede di essere questo”, ed è giusto che lo si dica. Le carriere si costruiscono anche sulle critiche.

Nell’album c’è una canzone dedicata alla “Generazione X” che però non è la tua. Perché sei ricorso a questa definizione per raccontare quello che sta succedendo alla tua generazione?
Io vedo un parallelismo. Vedo ragazzi che non credono nella religione, nella loro generazione e neanche in quella che li ha preceduti. C’è disillusione, una visione distorta, non c’è speranza nel futuro. Vedo un tornare indietro, molte similitudini con quella che è stata la generazione X.

Dio però è molto presente nelle tue canzoni.
Io sono una persona profondamente credente, forse non nell’ordinario ma nell’ultraterreno, nel fato, nel destino. 

“Solo quello che si immagina non è teatralità”, canti in “Come me”. Cos’è per te la performance?
La musica non si ascolta e basta. La musica ha un colore: quando chiedo alle persone con cui lavoro il colore di una canzone, è sempre lo stesso. Così mi sono detto: la musica è anche qualcosa che si vede, anche.  Seguo in modo maniacale tutti i dettagli di quello che faccio, tutto quello che si vede all’esterno. La musica per me è immagine. Questa è la performance: proporre un’esperienza a 360 gradi, che nasconda più chiavi di lettura.

Per il modo in cui usi il palco e i social, “Achille Lauro” è diventato un brand che interagisce anche con brand non musicali. Ti ritrovi in questa definzione?
Un brand è un’identità unica e forte costruita attorno ad una cosa. Mi piace questa definizione, vuol dire che quello che faccio mantiene una sua coerenza di fondo, nonostante i cambi di rotta musicale. 

Però questa definizione, in campo musicale, ha spesso un’accezione negativa: operazioni legate al marketing più che alla musica, soprattutto quando si collabora e si fa da testimonial a brand non musicali, come hai fatto tu.
Certe volte leggo “È un progetto di marketing, è un modello Gucci, gli hanno messo i vestiti addosso”. Chi parla di brand come progetto di marketing dovrebbe farsi un giro in quello che faccio: troverebbe che c’è un mondo costruito sulle canzoni, non qualcosa di fatto a tavolino. Quello che viene prima è frutto di un flusso creativo, di ossessione per il dettaglio. A me piace vederlo come un film. Si vede il lato Gucci in quanto brand, ma io lavoro con delle grandi menti creative con una squadra che vive per questo lavoro e non per fini di lucro. A Sanremo ho portato dei progetti pensati con delle eccellenze italiane, con abiti creati apposta che non sono commerciali. Non certo ho usato vestiti da campionario… Non avrei mai accettato di adattarmi a qualcosa di diverso a quello che avevo in testa.

All’ultimo Sanremo hai portato un progetto fatto di performance che raccontavano i generi musicali classici, in una fase in cui però sono sempre più fluidi e meno codificati.
Io sono la contraddizione totale di me stesso. Per me i generi musicali non esistono.

Però li usi e li racconti.
È tutto e il contrario di tutto: credo sia questo il motivo per cui ho questo discreto successo. Possiamo essere chi vogliamo, possiamo incarnare qualunque cosa.

Dicevi che ti prenderai un pausa, dopo questo album. Quando si tornerà a fare concerti, cosa farai?
Per me sono il coronamento della carriera di un artista, il momento dell’incontro. Non vedo l’ora di tornare a suonare, e ora ho un repertorio più grande. Vorrei andare all’estero, e pensare ad un live che sia un’esperienza. Mi piacerebbe sparire, limitare la mia carriera alla produzione di musica e ai concerti: sono quello che ho fatto con i video e con Sanremo. Sono la proiezione di un mondo.

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