Davide Toffolo, una “testa indipendente”. L’intervista.

La provincia friulana che ricorda Twin Peaks, il potere dell’eterna adolescenza, Sanremo, l’indie, i fumetti, il rapporto con le major, un film per aiutare i club in difficoltà: il mondo dei Tre Allegri Ragazzi Morti raccontato dalla loro voce.
Davide Toffolo, una “testa indipendente”. L’intervista.

C’è un pezzo eterno di gioventù nascosto fra le canzoni dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Chi li ascolta, da tempo o anche recentemente, lo ha riposto lì. Al sicuro, lontano dallo scorrere del tempo. Per questo è magico continuare a seguire l’epopea della band di Pordenone, perché è possibile connettersi con qualche cosa che, nell’arco dei loro 25 anni di storia, permette sempre di specchiarci. Davide Toffolo, voce del gruppo, di ritorno dalla sua partecipazione al Festival di Sanremo con gli Extraliscio, dice che è “un superpotere”. I Tarm non sono solo una band, sono un laboratorio in cui succede sempre qualche cosa. Il 21 aprile esce “A casa tua” sul canale Bandcamp del gruppo. I proventi dalla vendita dei biglietti virtuali per accedere alla visione saranno devoluti per metà a copertura dei costi di produzione del concerto-documentario stesso e per metà a un locale scelto in fase d’acquisto tra i 25 aderenti all’iniziativa. Sarà un modo per supportare i club che fanno musica dal vivo.

“A casa tua”. Di che cosa si tratta?
“È un film. Un film-concerto che racconta i live che abbiamo tenuto nell’estate del 2020 con Enrico e Luca. Inoltre viene affrontato anche un aspetto più intimo. In questi mesi, infatti, siamo tornati in Friuli e nel film ne mostriamo l’esotismo, sia del posto che della band. Siamo un gruppo anomalo e questo si è capito, ma io stesso rivedendo questo film sento una purezza che è uno dei nostri tratti distintivi”.

Quando avete deciso che una parte della vendita dei biglietti sarebbe andata ai club italiani in difficoltà?
“Quest’anno sono stato su un palco dalla grande visibilità, quello di Sanremo, che era anche l’unico aperto. Per questo mi sono immaginato che la prima mossa che avrei fatto, tornato da Sanremo, sarebbe stata proprio quella di far capire che esiste un circuito di locali che sostiene la musica e fa vivere tante persone. E quello è lo spazio in cui noi abbiamo messo in moto la nostra arte. Mi sembrava giusto, dopo quella visibilità, mostrare la fragilità del mio ambito musicale”.

Qual è il rapporto con la vostra terra, il Friuli?
“La chiave per capire la nostra poetica è la provincia italiana, in particolare quella del nord-est. È ed è stato un rapporto conflittuale, abbiamo avuto una forza centripeta che ci ha tenuto lontani da questo posto per tanto tempo: io ho abitato in tantissime città italiane, in 25 anni siamo diventati degli zingari che sentono tutta l’Italia come casa. Il nostro Friuli non è il Veneto delle città ricche, assomiglia poco alle altre Regioni. Definisce, come dicevo, la nostra poetica fatta in fondo di niente. C’è un forte rapporto con la natura, è un luogo che ricorda quasi gli Stati Uniti, le ambientazioni di Twin Peaks, con le montagne e la gente particolare”.

I suoi tesori?
“Noi siamo nati nel segno della tradizione punk perché ne è stata una culla, una capitale. È un luogo incantato, noi non viviamo una provincia violenta, ma porta dentro una strana malinconia. Pasolini disse che aveva un verde particolare. Ed è vero. Il Friuli è una specie di prima volta. Non so dire se adesso che siamo tornati ci resteremo per sempre, ma di certo questa fase estrema ci ha permesso di ripensare al legame con i nostri luoghi. C’è anche una base Nato con cinquanta testate nucleari, è una terra di contraddizioni. Qui è nato il festival del cinema muto più prestigioso al mondo, c’è il secondo festival di letteratura più importante a livello nazionale, c’è una forte tradizione legata ai fumetti con illustri esponenti di cui io oggi sono quello più in vista, ma ce ne sono tanti altri. E poi c’è una super star, Mauro Corona”.

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“La testa indipendente” compie vent’anni. Lo ristamperete in vinile. Che ricordi hai di quel disco?
“Registrammo quel disco a Ferrara, al Natural Head Quarter, nello stesso studio che ha visto passare il Teatro degli Orrori, Vasco Brondi e gli Zen Circus. Lo scrivemmo ad Andreis, un piccolo paesino del Friuli, sulle montagne, dove è nata la poesia di Federico Tavan, un grande poeta contemporaneo che consiglio a tutti di leggere. Racconta un uomo nella sua nuda e disperata assolutezza. La seconda parte, quella che finisce con “Beat(o)”, l’ho scritta a Miami. Ricordo che andai a prendere il disco finito da Giorgio Canali, il nostro produttore, il giorno in cui morì Carlo Giuliani al G8 di Genova. C’era la sua fidanzata del tempo che piangeva. E la prima intervista sul progetto la rilasciai il giorno in cui caddero le Torri Gemelle”.

Dentro c’è una canzone che è diventata un inno, “Ogni adolescenza”.
“Una delle invenzioni dei Tre Allegri Ragazzi Morti è proprio quella dell’adolescente assoluto. È nata prima nei fumetti, con gli Allegri Ragazzi Morti che, diventando zombie, rimangono adolescenti per sempre. L’ispirazione per il pezzo mi arrivò da un’intervista di Robert Crumb, che è un grande fumettista. Disse che l’adolescenza dei suoi genitori era coincisa con la Seconda Guerra Mondiale, mentre la sua con un’altra guerra, quella con l’LSD. Ogni adolescenza è una guerra, vive quella condizione. E la canzone mantiene una verità, anche con il passare del tempo, perché racconta qualche cosa di assoluto”.

Come hai vissuto il Festival di Sanremo con gli Extraliscio? Hai realizzato anche un podcast sull’esperienza.
“È stata una delle esperienze più incredibili e divertenti della mia vita. L’ho vissuta come una commedia, nella sua follia, questo perché Sanremo è una gara. La nostra esibizione è stata fortissima, non solo per me, in tanti ce lo hanno detto. È stato un Festival strano, nell’anno delle chiusure in casa. Si dice che Sanremo sia il racconto dell’Italia e credo che quest’anno lo sia stato davvero: si passava da Fedez fino a me. Quello che è mi è arrivato, in modo forte, è l’affetto di tutti i fan dei Ragazzi Morti, che in qualche modo si sono rivisti nella performance che abbiamo portato”.

È cambiato qualche cosa?
“Adesso anche quando vado nei posti con alta concentrazione di persone anziane sono popolarissimo”.

Siete considerati fra i padri dell’indie, amati anche da artisti insospettabili. Secondo te perché siete così trasversali?
“Da 25 anni giriamo l’Italia con la nostra musica. La nostra è sempre stata una condizione di condivisione. Grazie al collettivo la Tempesta abbiamo fatto uscire tanti dischi, siamo sempre stati aperti. La Tempesta è davvero il nostro modo di vedere le cose. Siamo stati fra i primi a lavorare sul mondo musicale come fosse un laboratorio, anche comunicativo. Faccio un esempio: non abbiamo un’immagine pubblica. Portiamo delle maschere e tutti ci conoscono attraverso quella rappresentazione. Questo è un altro super potere degli Allegri Ragazzi Morti, siamo quasi mitologici. Al Festival in tantissimi sono venuti a salutarmi e a manifestare attestati di stima. Mi ha emozionato”.

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Un esempio?
“Fedez mi ha raccontato che a 14 anni ha comprato “Punk crew”, fu il suo primo disco. Dentro c’eravamo anche noi. Ci vengono riconosciuti tanti aspetti perché abbiamo messo in gioco tante energie. Il nostro è un percorso unico e gioioso. Sull’essere considerati ‘padri dell’indie’ bisognerebbe capire che cosa è oggi l’indie…”

E che cosa è oggi l’indie?
“Oggi l’indie coincide con una musica molto vicina alla musica leggera italiana di sempre. Il nostro indie, la nostra musica invece è difforme. La nostra è una musica facile, ma allo stesso tempo difficile, è più vicina a Pixies che alla musica leggera di tradizione italiana. Noi siamo figli di un rock veloce melodico di stampo americano, se vogliamo anche di una certa canzone popolare, ma non assomigliamo a Pupo o Julio Iglesias. Non facciamo quel tipo di canzoni che oggi mi sembra l’indie voglia fare”.

Siete stati sotto major solo con “Mostri e normali” nel 1999. Poi vi staccaste e uscì infatti “La testa indipendente” nel 2001 con la Tempesta. Qual è il vostro rapporto con le major?
“Abbiamo avuto quell’incontro con una major per quel disco, ma la nostra vera natura l’abbiamo recuperata con “La testa indipendente” quando siamo tornati liberi. Se non lo avessimo fatto, molta della musica indipendente degli anni successivi forse non ci sarebbe stata. Ogni tanto penso a quale sarebbe stato il mio, il nostro percorso, se non ci fossero state alcune scelte di libertà. Probabilmente oggi non sarei felice. Molti non capiscono perché i Tre Allegri sono così longevi: lo siamo proprio perché ci autodeterminiamo. Siamo uniti, c’è un rapporto anche sentimentale fra di noi. E non viviamo pressioni commerciali o contrattuali come gli altri”.

Quale è la chiave dell’indipendenza?
"È una chiave poetica e tecnica. Per questo tanti artisti ci vogliono bene: siamo un luogo di libertà. Detto questo: noi con le major abbiamo contatti, anche per i gruppi che seguiamo, non contratti. La nostra natura è libertaria. Dopo quell’esperienza in major non abbiamo più ricercato quel tipo di contrattualistica".

State scrivendo nuova musica?
“Il centro di questo tempo non lo abbiamo ancora trovato. Stiamo preparando un progetto speciale che sveleremo più avanti: un incontro fra la provincia italiana e una grande città italiana. Il centro, però, per scrivere nuova musica non lo abbiamo ancora, come dicevo. Io personalmente ho lavorato sui fumetti, ho disegnato tantissimo. Mi sono dedicato anche al nuovo disco dell’Istituto Italiano di Cumbia e ho in cantiere diverse collaborazioni con altri artisti. Sui Ragazzi Morti posso dire che quest’estate saremo in giro sui palchi”.

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