L'album della vita di Fiorella Mannoia

Nel 2006 la interprete romana si immerge nella musica brasiliana e duetta con alcuni miti.
L'album della vita di Fiorella Mannoia

All'inizio del nuovo millennio Fiorella Mannoia, nel 2001, pubblica l'album "Fragile". Nove brani, tre cover - Paolo Conte ("Come mi vuoi?"), Fabrizio De André ("Il pescatore") e Francesco De Gregori, che duetta insieme a lei in "L'uccisione di Babbo Natale") – e sei inediti, uno di questi scritto da Ivano Fossati ("Fotogramma"). Un'ottima prova che riscuote il favore di critica e pubblico. Dopo di che due dischi dal vivo: "In tour", cronaca dei concerti fatti insieme a Pino Daniele, Francesco De Gregori e Ron nel 2002, e "Concerti", uscito nel 2004.

Per il suo ritorno a un album in studio si dovrà attendere il novembre 2006. E' un album di cover di canzoni di autori brasiliani. E' un album di duetti con alcuni dei musicisti che hanno fatto la storia della Bossa Nova. E' un album che da una parte è un omaggio alla grande canzone d'autore di quella grande nazione sudamericana e dall'altra un omaggio che Fiorella Mannoia regala a se stessa, coronando un desiderio, forse un sogno. Oggi nel giorno del compleanno della interprete romana, vi invitiamo a riascoltare il disco e a leggere (o rileggere) la recensione scritta al tempo della pubblicazione da Alfredo Marziano.

Forse spiega già tutto “Canzoni e momenti”, il titolo che apre e chiude questa “dichiarazione d’amore al Brasile, al suo popolo, alla sua musica e ai suoi artisti”.

“C’è un momento”, canta l’interprete romana su testo tradotto di Milton Nascimento, in cui la voce “si unisce alla canzone/e di questo matrimonio/vive la mia professione”. Ecco, appunto. Tra lei e la musica carioca questa “affinità di coppia” esiste eccome, e non la si scopre oggi: “E’ la leggerezza dei brasiliani nei confronti della vita che mi affascina”, spiega, “un anticorpo che probabilmente hanno sviluppato per resistere alle avversità e alla sofferenza. E mi piace che la loro musica non si sia mai sottomessa a nessuna forma di colonizzazione”. Mai però era stata messa alla prova di una convivenza così stretta, ravvicinata e totalizzante, e da questa full immersion la Mannoia riemerge rigenerata e caricata a mille, più convinta e convincente che in alcune delle sue ultime prove discografiche: si percepisce il suo entusiasmo genuino e incontenibile per questa opportunità oltre i limiti dell’immaginazione (l’elenco degli ospiti che duettano in carne e voce con lei, il gotha della musica popolare brasiliana, mette quasi soggezione), la sua voglia di perdersi nel magnifico repertorio che per l’occasione lei e l’immancabile Piero Fabrizi hanno selezionato.

Un esempio? “A felicidade”, classicissimo di Jobim-De Moraes in cui Fiorella e l’altra interprete del pezzo, la cantautrice Adriana Calcanhotto poco nota al pubblico internazionale, si muovono agili come surfiste, seguendo dolcemente l’ipnotica onda (tropicale) della canzone invece di prenderla di petto: con un arrangiamento elettronico sottotraccia e tutt’altro che invadente, e una reinvenzione dell’originale che non suona affatto iconoclasta (“L’ascoltai per la prima volta nel film ‘Orfeo negro’ quand’ero una bambina”, ricorda Fiorella.

“La canzone era sui titoli di coda, e io capii solo la parola tristezza. Ma vedendo il film colsi subito un senso di malinconia, di fascino, di turbamento, anche di erotismo: e il Brasile, ho capito molti anni dopo, è tutto questo”). Oppure “Cravo e canela”, ancora di Nascimento, con quel ritmo mosso ed elegante che oscilla tra jazz, bossa e fiati r&b, accarezzato con dolcezza lieve dalle due voci, quella di Fiorella e quella dell’autore (uno straordinario strumento naturale).

E’ un album di autentico incontro, questo, registrato tra Roma e Rio, Arezzo e Salvador de Bahia con musicisti dell’uno e l’altro emisfero, cantato in doppia lingua, portoghese (che Fiorella pratica e studia da qualche anno ) e italiano (“Non è stato facile”, spiega Fiorella, “perché il traduttore è sempre un traditore.

Ecco, noi abbiamo cercato di tradire il meno possibile”). La Mannoia ha il merito, qui, di illuminare anche gli angoli meno frequentati della sua gamma timbrica, così da rendere giustizia alla complessità psicologica, alle sfumature mutevoli della musica e del carattere brasiliano, visitando paesaggi e umori differenti: il legame ancestrale con madre natura (“Dois Irmaos”, le due totemiche montagne gemelle che vegliano su Rio de Janeiro, celebrate in un testo sublime di Chico Buarque), il carnevale bahiano (“Kabula lè lè” movimentata dalle percussioni di Carlinhos Brown), le radici tribali di un popolo ( “Mama África” di Chico Cèsar, che la Mannoia già eseguiva in concerto nella sua ultima tournée), i suoi travagli e la sua consapevolezza sociopolitica (in “13 di maggio” Caetano Veloso celebra la ricorrenza della fine della schiavitù, “Un grande abbraccio” è il saluto malinconico e affettuoso di Gilberto Gil al suo paese prima dell’esilio forzato in Inghilterra, nel 1969, ai tempi della dittatura).

“Senza un frammento” (“Faltando un pedaço”), con le belle chitarre acustiche di Fabrizi in primo piano, farebbe commuovere anche un sasso, Mannoia nel suo stile più classico doppiata dal controcanto struggente di Djavan, e le due versioni di “Vivo!" (una con l’autore Lenine, uno dei nomi più interessanti del nuovo cantautorato “elettronico” brasiliano, l’altra in solitaria) trovano nel rarefatto arrangiamento ambient-pop-jazz uno sfondo sonoro adeguato ai sofisticati giochi verbali del testo.

C’è anche la famosissima “Mas, que nada” di Jorge Benjor portata al successo da Sergio Mendes quarant’anni fa, e recentemente da lui riproposta con i Black Eyed Peas (“Una pura, singolare coincidenza. Ho sentito la nuova versione un giorno alla radio, su un taxi, quando noi l’avevamo già incisa”): ma forse è l’unico brano che suona superfluo e prevedibile, sarà la sovraesposizione da troppi spot pubblicitari, troppe compilation lounge, troppe appropriazioni indebite. “Obrigada Brazil” ringrazia Fiorella nelle note di copertina, ammettendo onestamente il suo debito di riconoscenza. Lei però spera di portare qualcosa in cambio: “Vorrei arrivare alle persone che la musica brasiliana non la conoscono, se non per i suoi aspetti più stereotipati, il carnevale o certa bossa nova. In un certo mi sono voluta autonominare sua ambasciatrice”. Con la benedizione dei maestri e un disco come questo, è una aspirazione legittima.

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