Profondo Soul: Bettye Lavette in Italia (e a settembre un disco di cover)

Profondo Soul: Bettye Lavette in Italia (e a settembre un disco di cover)
Ha funzionato alla perfezione con il vescovo del soul Solomon Burke (“Don’t give up on me”, 2002), perché non dovrebbe succedere altrettanto con una nobile e semi dimenticata sacerdotessa della black music, la Bettye Lavette strappacuori e felina di “Let me down easy” e di “Your turn to cry”? Andy Kaulkin, boss dell’etichetta “alternative rock” Anti (quella di Tom Waits e tanti altri) non ha avuto dubbi e per riportare in auge una figura “cult” dell’r&b anni ‘60 ha riprodotto la formula quasi senza variazioni: incaricando della produzione l’accorto Joe Henry (Ani DiFranco, Aimee Mann), maestro delle sonorità vintage e del minimalismo creativo, e mettendosi alla caccia del repertorio giusto. Tutte autrici, stavolta, dieci titoli che evitano accuratamente le scelte più scontate per ficcare il naso in territori rock & folk, pop e country: da Sinead O’Connor a Dolly Parton, da Joan Armatrading a Fiona Apple, dalla succitata Mann a Lucinda Williams con il contorno di qualche spezia più esotica e sconosciuta a guarnire il piatto. Il disco crudo, forte, genuino, a suo modo innovativo che ne è scaturito, “I’ve got my own hell to raise”, esce solo a fine settembre. Ma intanto, da oggi, Bettye è in Italia con un quartetto diretto dal tastierista Alan Hill, a rinverdire le glorie di una carriera troppo presto inghiottita nella memoria (sei date in Centro Italia tra il 1° e il 9 luglio, informazioni sul sito www.tvbproduzioni.com).
“E’ stato il mio agente ad invitare Andy Kaulkin a un mio show”, ci ha raccontato al telefono dagli Stati Uniti appena prima di prendere l’aereo. “Dopo di che lui, che pure prima non sapeva neanche chi fossi, mi ha proposto immediatamente un contratto. Ne vado orgogliosa, perché vuol dire che la sua decisione non è stata influenzata dal mio passato”. Eppure la prima risposta della volitiva Bettye all’idea del suo nuovo discografico era stata un secco no. Perché? “Non pensavo ci fosse materiale dai contenuti abbastanza forti, nelle composizioni che portano una firma femminile. Per noi donne la vita nel music business è molto difficile, e questo spesso si riflette anche nelle canzoni… Andy e Joe Henry mi hanno sottoposto una lista di un centinaio di pezzi ed io ho scelto personalmente i dieci che sono finiti sull’album. Uno, ‘Just say so’, me l’ha proposto mio marito Kevin Kiley. Un altro, “The high road”, è stato scritto apposta per me da un’amica di Joe, Sharon Robinson. Io conoscevo soltanto quelli di Joan Armatrading e di Dolly Parton, e neppure tanto bene. E a parte Rosanne Cash, delle altre autrici non sapevo proprio nulla. Immagino che sia stato frustrante per i miei collaboratori vedermi scartare così tanti dei loro suggerimenti. Ma io ho voluto scegliere solo i brani che mi piacevano veramente e che sentivo di poter cantare bene. Perché questo avvenga devo sentirmi pienamente convinta della canzone e poterla rendere nel modo in cui la sento io. Ecco perché in qualche caso ho cambiato anche le parole. Ho preso sul serio l’impegno: volevo esprimere solo cose che mi appartengono, e nel modo in cui le direi io. C’è anche una questione di stile vocale, di fraseggio, che mi obbliga talvolta a non essere del tutto corretta dal punto di vista fonetico. Le mie a volte sono versioni ‘ebonic’, come si dice per il linguaggio di strada delle persone di colore poco istruite… E’ il mio modo di adattare il testo a uno stile più colloquiale che mi è naturale. Per prendere nota dei testi e imparare le melodie ho naturalmente ascoltato le versioni originali. Ma non mi hanno influenzato perché avevo già in testa il modo in cui avrei voluto renderle io”. “Non ho una vocetta graziosa e melliflua” approfondisce Bettye, 59 anni, nata in una piccola cittadina del Michigan, Muskegon, e cresciuta a Detroit (la città della Ford e della Motown). “Mi sento una interprete, il fraseggio è l’aspetto più importante dell’interpretazione e io ci lavoro da 44 anni. E’ un misto di tecnica, di feeling e di istinto: si tratta di attingere alle proprie emozioni e di farsi sopraffare, quasi possedere dalla canzone. A quel punto la musica ti viene fuori nella maniera più autentica e personale. Il fraseggio arriva dal corpo, a volte mentre canto non ho neppure io idea di cosa succederà di lì a poco. Ho imparato tutto da Jim Lewis, un fantastico manager che ho avuto la fortuna di avere al fianco per circa 15 anni. E’ stato lui a spingermi costantemente in questa direzione, a fare di me un’interprete fin da giovane e non la solita ragazzina che canta canzoncine pop. Una volta imparata la lezione, ho capito che dovevo soltanto essere me stessa”.
Registrare “I’ve got my own hell to raise” è stato un ritorno al passato, ma anche una novità: “La novità è il suono che mi hanno costruito intorno, questi arrangiamenti così freschi e diversi che certamente non hanno niente a che vedere con l’r&b. Quello è solo nella mia voce, sempre. Non sono una cantante gospel perché non ho mai cantato in chiesa. Non sono una interprete blues, perché non canto come Koko Taylor. E non sono una performer pop perché non assomiglio a Madonna. Io sto dalla parte di Solomon Burke, di Ann Peebles e di Etta James, piuttosto”.
Una seconda sfida, oltre a quella del repertorio inusuale, risiedeva nelle modalità di registrazione prescelte: “Joe Henry voleva incidere alla maniera di 40 anni fa. Io inizialmente mi sono opposta perché so bene quanto sia faticoso: continui a registrare fino allo sfinimento, fino a quando non è tutto a posto. Niente voci guida, niente tracce base su cui lavorare, tutti insieme in studio, cantante e musicisti, a provare e riprovare in presa diretta con i registratori accesi. Io sono abituata a far dischi molto velocemente, stavolta invece ho dovuto cantare a ripetizione le stesse canzoni. E sono state necessarie parecchie pause, per far riposare la voce”.
Potrebbe essere l’occasione di un meritatissimo, per quanto tardivo, rilancio. Per troppi anni gli Stati Uniti l’hanno dimenticata, e come molti colleghi illustri del Sixties Soul la Lavette è rimasta in azione solo grazie al sostegno di un manipolo di appassionati inglesi, francesi, anche italiani (qualche anno fa è stata ospite al Porretta Soul Festival di Graziano Ulani). “Gli inglesi, soprattutto. Sono stati loro a tenere viva la fiamma quando in patria nessuno sapeva più chi fossimo. Il giornalista Dave Godin (curatore di eccellenti compilation per l’etichetta Kent e scomparso di recente) è stato il primo a scrivere di me, da lì è nata un’ondata di interesse legata alla riscoperta del Northern Soul. Ne sono rimasta estremamente sorpresa perché non credevo che qualcuno conoscesse i miei dischi al di fuori degli Stati Uniti”. Oggi però il soul sembra non avere eredi: è destinato a scomparire come la civiltà pellerossa? “Gli Stati Uniti hanno fatto di tutto per farlo morire: non so darmi una spiegazione, se non con il carattere degli americani che hanno la memoria corta e tendono a gettare nella spazzatura tutto ciò di cui non vedono un’utilità immediata. Mi sembra però che il pubblico dei giovani bianchi abbia ricominciato a farsi suggestionare da questa musica, me ne accorgo ai concerti. E in giro ci sono diversi artisti rap afroamericani che stanno cercando di incorporare quella tradizione nella loro musica. Entrambe le cose, spero, serviranno a tenere in vita la soul music”. Bettye comunque non si fa eccessive illusioni: “Sarebbe ora di avere qualche ricompensa economica, da una carriera a cui ho donato la giovinezza e un’attenzione costante. Di soldi finora non ne ho mai visti, purtroppo. Ma non mi sono data alle droghe, non mi sono unita alla chiesa, non ho fatto altro che lavorare per questo. Nei lunghi periodi in cui non ho inciso dischi ho continuato ad esibirmi dal vivo, a volte per 50 dollari a sera, a volte per 500 dollari e altre volte per 5000. Osservavo Smokey Robinson e Aretha Franklin, i miei tanti colleghi che hanno avuto successo. Hai presente quando ripensi ai vecchi compagni di scuola che hanno fatto strada mentre tu sei rimasto al punto di partenza? Poi mi sono resa conto che qualche privilegio l’ho avuto anch’io: ho potuto viaggiare e vedere tanti posti diversi, provare la gioia di raccogliere migliaia di persone in uno stesso luogo per vedermi cantare e spingerli a comunicare fra di loro… Quand’ero giovane avrei voluto essere più alta, sposare un uomo bellissimo e molto ricco; non avevo nessuna intenzione di fare la cantante di professione perché odiavo la mia voce. Tutte cose che mi portavano sulla strada sbagliata: per parafrasare il titolo che apre il mio nuovo disco, ‘I do not want what I have not got’ , oggi non mi interessa più andare alla ricerca di quello che non ho. So bene su cosa posso contare nella vita e quanto valore abbia per me”.
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