Francesco De Gregori compie 70 anni. Intervista al suo biografo

Enrico Deregibus racconta il cantautore romano nel giorno del compleanno
Francesco De Gregori compie 70 anni. Intervista al suo biografo

Enrico Deregibus, autore di numerosi libri su Francesco De Gregori, ci racconta dal suo punto di vista privilegiato l'itinerario artistico del cantautore.

Per accompagnare la lettura, vi proponiamo una selezione, preparata per Rockol da Deregibus, di canzoni che De Gregori ha modificato, e a volte stravolto, nel corso degli anni, tratte da dischi live o raccolte. 


Francesco De Gregori compie 70 anni. Tu hai scritto diversi libri su di lui. Se dovessi sintetizzare la sua personalità artistica, quello che ha rappresentato, cosa diresti?

Sicuramente penso che vada considerato come un caposcuola, uno che ha scompigliato le carte in tavola nella storia della nostra canzone sin dagli inizi della sua carriera.

Lo ha fatto scrivendo testi che non sottostavano alle regole dell’epoca, che avevano una grande forza immaginifica, che mescolavano l’alto e il basso. E lo ha fatto anche musicalmente, pescando dai cantautori americani, innanzitutto da Dylan, come si sa. Ma secondo me è importante anche un’altra cosa, e cioè che in Italia fra gli artisti noti è l’unico o quasi a riprendere molti moduli e suggestioni dalla nostra tradizione popolare, pur rielaborandola. Trovo che sia una grande nota di merito, anche perché è una musica misconosciuta. Forse solo Carmen Consoli e un po’ Ivano Fossati hanno fatto cose simili, e ultimamente gli Extraliscio. Spero che altri prima o poi seguano l’esempio, credo ce ne sarebbe bisogno. .

Parlavi di scrittura immaginifica. Da cosa deriva?

Certamente c’è l’influsso di altre arti, dal cinema alla pittura, e di tante sue letture giovanili, da Sigmund Freud a James Joyce. Così come del modo di scrivere testi di Bob Dylan e Leonard Cohen, ma anche di altri. Ma a parte le influenze, credo che la forza di alcune sue canzoni stia nel fatto che in parte nascono dal suo inconscio e arrivano all’inconscio dell’ascoltatore. E l’inconscio, come si sa, è potentissimo. 

 

De Gregori, pur essendo un artista di successo, ha sempre avuto un percorso un po’ laterale nella musica italiana.

Sì, c’è sempre stata molta libertà artistica da parte sua. È un altro elemento che lo caratterizza. Pensa anche solo ai titoli di alcune sue canzoni: “La leva calcistica della classe ‘68”, “Bambini venite parvulus”, “Disastro aereo sul canale di Sicilia”. Titoli fuori dai canoni. C’è poi il fatto che è uno dei pochi in Italia ad aver quasi sempre evitato di incrociare la sua musica con la musica pop. Si può essere d’accordo o no, ma credo vada apprezzata comunque la coerenza, anche se in un paio di occasioni ha sconfinato anche lì. Mi riferisco soprattutto al disco “Miramare 19.4.89”, a mio avviso il meno riuscito.

Hai scritto vari libri su di lui, che lo raccontano da molti punti di vista diversi, con molte informazioni, aneddoti, sue dichiarazioni, analisi. Alcuni sono molto corposi. 

Sì, il punto di partenza è un libro del 2003, “Quello che non so, lo so cantare”, che ha dato origine a tutto il resto, è cresciuto e si è moltiplicato, diciamo così.

Nel 2015 quel primo libro si è evoluto in “Mi puoi leggere fino a tardi”, che è una biografia di 350 pagine, il racconto il più possibile particolareggiato della sua vicenda artistica e in parte anche umana. Alla luce di quella, nel 2016 lui mi ha chiesto di scrivere un libretto più agile con dei ritratti dei suoi dischi da inserire in un box della Sony con tutti o quasi i suoi cd. Il titolo era “Backpack”. E poi c’è l’ultimo nato, “I testi. La storia delle canzoni”, fatto da schede che raccontano una ad una le canzoni da tanti punti di vista, parlano dei testi ma anche molto della musica, di come e perché sono state scritte, di quel che è successo dopo la loro uscita, del contesto. Prima di queste schede ci sono, per volontà di De Gregori, i testi delle canzoni, che sono stati controllati e certificati direttamente da lui. Questo ovviamente è stato per me un grande onore. Diciamo che è un libro mio ma anche suo. In tutto sono 720 pagine, con i brani in ordine cronologico, album per album, tranne una sezione al fondo che raggruppa canzoni varie che erano in raccolte o dischi dal vivo o uscite come singolo.

https://a6p8a2b3.stackpathcdn.com/Um22-xoDwu_v51JX3HB2sSeWBtY=/700x0/smart/rockol-img/img/foto/upload/de-gregori-libro-1.jpg

 

Complessivamente hai fatto un lavoro più da giornalista che da critico musicale.

Sì, assolutamente.

Io poi non mi ritengo proprio un critico musicale. In questo ultimo libro dò dei miei giudizi sui vari brani, ma non con l’approccio del critico musicale. E comunque quella è la parte che giudico meno importante; la base di tutto non sono quei miei commenti, ma le informazioni che ho raccolto in un lavoro di ricerca che ho fatto negli anni. Un lavoro se vuoi un po’ da storico dilettante. De Gregori stesso ha apprezzato proprio questa impostazione nei miei libri. Lui fra l’altro avrebbe dovuto laurearsi proprio in storia, ha dato tutti gli esami, ma il successo improvviso nel 1975 con “Rimmel” lo ha distratto e gli ha fatto abbandonare l’università. Anche se anni fa ha avuto la tentazione di laurearsi, ha anche pagato le tasse arretrate ma poi ha lasciato perdere.

A proposito dei tuoi giudizi sulle canzoni in questo ultimo libro: di alcune parli non molto bene. 

Sì, ma credo sia inevitabile. Ci sono 219 canzoni, non possono essere tutte belle. 

Lui come l’ha presa?

Lui in realtà ha dato solo un’occhiata alle schede prima della pubblicazione. Non ha avuto da ridire. Ha borbottato un po’ dicendo che ci ero andato giù un po’ pesante su certe canzoni di “Per brevità chiamato artista”, un disco del 2008, che in effetti non mi ha convinto, a differenza ad esempio del successivo “Sulla strada”, del 2012, che per me è uno dei cinque-sei più belli che ha fatto.
Ma c’è da dire che negli anni lui stesso ha criticato parecchio varie sue canzoni, anche fra le più conosciute. Canzoni come “Rimmel”, “La leva calcistica”, “La storia”, “Pablo”, per non parlare di “La donna cannone”. Nel libro riporto diverse sue dichiarazioni al proposito.

Nei tuoi libri riporti stralci da centinaia di interviste di varie epoche. Questa selezione documenta indirettamente anche il suo rapporto con i giornalisti e con la promozione.

Sì, infatti credo che possano essere interessanti non solo per quel che dicono ma per come e quando lo dicono.

Ad esempio, tornando alla sua opinione sulle sue canzoni, mi viene in mente che su “La leva calcistica” riporto una sua dichiarazione in cui lui ne parla male, dice che gli pare di averla scritta a tavolino, che in qualche modo è una canzone facile, una parabola sul ragazzino che gioca a pallone. A distanza di anni un altro intervistatore gli chiede conto di quella stroncatura e lui risponde “e va be’, fatemela dire qualche cazzata ogni tanto”. Di esempi come questo ce ne sono diversi, credo dicano molto del personaggio. La selezione che ho fatto fra tutto il materiale che avevo a disposizione ha tenuto conto anche di questi aspetti. Non a caso ho voluto che per ogni virgolettato ci fosse una nota che riportava l’anno, oltre la testata e l’intervistatore.
Riguardo al suo rapporto con la promozione, per molti anni è stato quantomeno problematico, anche perché era rimasto scottato da alcuni episodi non molto felici. Ma ora da tempo le cose sono cambiate, è subentrata una certa serenità, che credo sia anche percepibile. Lo testimonia anche il fatto che ultimamente vada spesso in televisione. In passato avveniva di rado.

https://a6p8a2b3.stackpathcdn.com/CltmITVpqxMxuawJ5m29a_lyDNM=/700x0/smart/rockol-img/img/foto/upload/de-gregori-libro-2.jpg

 

Anche con l’industria musicale in generale i rapporti inizialmente sono stati difficili; racconti anche vari aneddoti in proposito.

Sì, soprattutto nei primi anni c’è stata molta diffidenza da parte sua, la firma dei contratti era sempre un momento difficile. Ci sono anche storie divertenti al proposito. Questi timori sono stati però poi superati per il fatto che con alcuni discografici con cui ha avuto a che fare si è creato un rapporto umano molto forte, come con Vincenzo Micocci della it e Ennio Melis della Rca. E così anche con un produttore come Lilli Greco, con cui ha battagliato spesso ma con cui allo stesso tempo c’era grande stima reciproca. 

Nei tuoi libri, specie nella biografia, si parla molto anche di altri artisti con cui ha collaborato.

Sì, è una cosa che non si dice spesso, ma credo che in Italia sia uno di quelli che ha incrociato più spesso il suo percorso con quello di altri. A partire da quando era ragazzo al Folkstudio di Roma ed aveva formato una sorta di collettivo, i “Giovani del Folk”, con Ernesto Bassignano, Giorgio Lo Cascio e Antonello Venditti. Sono, per chi non lo sapesse, “i quattro ragazzi con la chitarra e un pianoforte sulla spalla” di cui canta Venditti in “Notte prima degli esami”. 
Con Lo Cascio, che purtroppo è scomparso da parecchi anni, De Gregori aveva formato anche un duo, “Francesco e Giorgio”, sul modello di Simon & Garfunkel. Con Venditti fra alti e bassi il rapporto è andato avanti fino ad oggi, hanno in ballo da tempo un concerto all’Olimpico, che è stato rinviato più volte per la pandemia.
Ma ci sono tante altre collaborazioni di De Gregori, con artisti noti e meno noti. Pensiamo a Fabrizio De André, Lucio Dalla, Giovanna Marini, Mimmo Locasciulli, ma non solo. Negli anni Ottanta ha dato una mano a Ivano Fossati, quando non era ancora molto noto, lo ha portato in tour con sé come chitarrista e arrangiatore, dandogli anche uno spazio per fare le sue canzoni. Ma mi viene in mente anche Paolo Conte. 
Pensa che “Un gelato al limon” era in una prima versione del suo disco “Viva l’Italia”, che però poi non lo convinceva ed è stata abbandonata, anche perché nel frattempo era nata l’idea del tour con Dalla, “Banana Republic”. E a quel punto la canzone è stata inserita nella scaletta del tour, contribuendo così a dare un po' di notorietà a Conte, che non aveva ancora sfondato.
Poi, per venire ad anni più recenti, De Gregori ha collaborato anche con personaggi delle ultime generazioni, come Cristina Donà o Vasco Brondi, con cui ha fatto un serata a Torino qualche anno fa. O con L’Orage, un'ottima band valdostana con cui ha messo in piedi un intero concerto a St. Vincent rifacendo molti suoi pezzi con loro in una chiave folk-rock molto interessante.

 

Una delle cose che si dicono spesso di lui è proprio che cambia troppo i pezzi nei concerti. Tu nell’ultimo libro racconti di alcune versioni rivoluzionate. 

Sì, anche se negli ultimi anni succede un po’ meno. Ma è una esigenza credo abbastanza comprensibile: le canzoni hanno la fortuna, rispetto ad altre creazioni artistiche, di poter essere cambiate dopo la pubblicazione, cambiate nei testi o nella musica. A me personalmente piace quando questo avviene.

Ad esempio?

Per i testi l’esempio forse più evidente è “Vai in Africa, Celestino!”, che è una reinvenzione continua, col tempo ha anche perso una strofa.
Per la musica mi viene in mente “Generale”, che ha una decina di diverse versioni, da una arrangiata a bolero a un’altra tutta chitarra elettrica e voce, tutte versioni testimoniate dai dischi live. Anche “La donna cannone” per un certo periodo, negli anni Ottanta, era totalmente diversa dal vivo, era fatta chitarra e voce, molto sporca, scartando il più possibile la melodia, quasi a profanare una canzone che in certi periodi è stata persino ingombrante per lui per l’enorme successo che ha avuto. Oppure “Cercando un altro Egitto” che alla fine degli anni Ottanta ha preso vigore, è diventata più colorata, tanto che per me la versione vera è quella di un disco dal vivo del 1990 e non l’originale del 1974.
Forse la trasformazione più grande riguarda però un brano meno noto, “Nero”, un brano saltellante, quasi da operetta, che a metà anni Novanta è cambiato non solo nell’arrangiamento ma anche in alcune delle parti melodiche, è diventata una cosa rock. Pensa che una volta ho chiesto a De Gregori di quella versione e lui lì per lì non se la ricordava neanche. Poi l’ha messa su ed ha avuto una illuminazione: si è ricordato perfettamente il pomeriggio in cui gli è venuta l’idea di rivoluzionarla, mi ha raccontato che spiegava ai suoi musicisti come la voleva e quelli all’inizio lo guardavano molto perplessi.

 

Molti si chiedono che tipo sia De Gregori nel privato.

Ti posso rispondere solo parzialmente perché il rapporto personale con lui è nato davvero solo nel 2016, quando mi ha chiesto di lavorare al cofanetto “Backpack”. Ed è comunque un rapporto saltuario, ma davvero piacevole. Una sensazione che ho avuto sin da subito è che lui provi un po’ di fastidio ad essere trattato da “De Gregori”, preferisce relazioni alla pari, diciamo così. Una volta che mi è scappato di farlo, mi ha quasi rimbrottato, dicendo “piantala”. A dispetto della fama che un po’ lo accompagna, devo dire poi che è uno che scherza molto. Ecco, devo dire che il Principe è una persona divertente.

Con quel soprannome, “Principe”, che rapporto ha?

Glielo aveva dato Lucio Dalla ai tempi di “Banana Republic” e lui all’inizio credo non lo gradisse molto, gli sembrava forse un modo per sottolineare una specie di alterezza sua. Poi col tempo ci ha fatto pace, credo ora lo viva con ironia. Fra l’altro, lui ha davvero qualche goccia di sangue blu, residuo che arriva da qualche suo antenato piemontese. 

Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!
Scheda artista Tour&Concerti
La fotografia dell'articolo è pubblicata non integralmente. Link all'immagine originale

© 2021 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.