Dave Grohl: ‘Ecco cosa ho provato dopo la morte di Kurt Cobain’

Il leader dei Foo Fighters ricorda la tragica fine dei Nirvana: ‘Pensai di dover rifare tutto per la prima volta: durò mesi e mesi. A salvarmi fu...’
Dave Grohl: ‘Ecco cosa ho provato dopo la morte di Kurt Cobain’

Intervistato da Dermot O'Leary per una puntata del programma della seconda emittente della BBC Reel Stories, il leader e frontman dei Foo Fighters Dave Grohl ha raccontato il difficilissimo periodo seguito alla morte di Kurt Cobain, l’eroe del grunge e mente dei Nirvana che si tolse la vita nell’aprile del ‘94 interrompendo bruscamente l’epopea della band con la quale il polistrumentista di Warren, Ohio, conobbe il successo mondiale.

“Non avevo un piano”, ha raccontato Grohl: “Quando il tuo mondo viene scosso così profondamente, ti svegli ogni giorno pensando: chi sono? Dove sono? Cosa sto facendo?”.

“Ricordo, il giorno dopo la morte di Kurt, quanto fosse strano svegliarsi sapendo che non c’era più, e che era passato un altro giorno”, ha proseguito l’artista: “Una cosa del tipo: bene, cosa farò oggi? E’ allora che mi sono reso conto di dover rifare tutto per la prima volta. Voleva dire che se mi facevo una tazza di caffé pensavo: questa è la prima tazza di caffé che bevo da quando Kurt è morto. Poi mi vestivo per uscire e pensavo: questa è la prima cosa che mi metto dopo la morte di Kurt. E via così. Sinceramente non so quanto è durato: sarà stato per mesi e mesi”.

Ad aiutare Grohl a mantenere la lucidità mentale indispensabile a proseguire con la propria vita e la propria carriera è stata l’etica trasmessagli dai genitori, in particolare da sua madre: “Sono stato cresciuto da un’insegnante di una scuola pubblica, e il loro stipendi sono bassissimi. E’ una cosa criminale”, ha ricordato Grohl: “Vedevo mia madre che bruciava gli stipendi direttamente in spese. Succedeva che tagliassero il riscaldamento, il telefono o l’elettricità. Ci sono state sere in cui ci si chiedeva ‘Cosa c’è per cena?’. ‘Mh, abbiamo due uova. Panini con uova strapazzate’. Questa è l’etica del lavoro che mi è stata trasmessa, e che mi ha fatto rendere conto che per sopravvivere dovevo lavorare”.

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