Massimo Pericolo, solo la verità. L’intervista.

Il rapper di Brebbia torna con l’album “Solo tutto”, un progetto crudo, sincero e anche ricco di sentimento: “La finzione non spaventa come la realtà”.
Massimo Pericolo, solo la verità. L’intervista.
Credits: Giulia Bersani

L’anti-eroe del rap italiano, Massimo Pericolo, è tornato con “Solo tutto”, il suo secondo album, composto da quindici tracce, prodotte da Crookers, Nic Sarno e Goedi. Il progetto, in uscita venerdì 26 marzo, arriva a due anni di distanza da “Scialla Semper”, nome dell’operazione antidroga che lo ha portato a essere incarcerato per quattro mesi: non solo un disco, ma un vero terremoto nel mondo dell’hip hop. Testi potenti, viscerali e controversi su musiche conturbanti. “7 miliardi”, quando esce, arriva come un montante al volto. Alessandro Vanetti, questo il suo vero nome, con le sue storie di provincia, fra riscatto e ineluttabile condanna, finisce sotto i riflettori nazionali e inizia una scalata.

E si arriva a oggi, a questo secondo capitolo dove l’inquietudine vena l’esistenza di un ragazzo che è passato da zero a mille senza quasi rendersene conto. Pericolo prova a tenere tutto sotto controllo, ma è complicato: gli amici, le radici, la depressione, l’amore, la fama, i ricordi di Martina, lei che non c’è più e che gli ha fatto conoscere il rap, l’ambizione, i soldi, il futuro. Dentro il disco c’è “solo tutto”, c’è solo l’unica cosa che il rapper di Brebbia considera sacra: la verità.

"Quanto è difficile scrivere il secondo disco soprattutto se con il primo diventi ricco”. Inizia così il tuo nuovo album. Come hai lavorato a questo progetto?
“Non smettendo di lavorare. Non c’è stato in realtà il momento di stacco in cui ho finito il primo e poi mi sono messo con la testa sul secondo, questo anche per la velocità con cui il primo (‘Scialla Semper’, ndr) ha avuto successo. Non ci siamo fermati. C’è stato il repack, quando eravamo in tour pensavamo già a fare qualche cosa dopo, tutti progetti che ovviamente si sono arenati. Il team non si è mai bloccato, io scrivo, tiriamo fuori idee, riesumo pezzi vecchi. Ti dico la verità: il secondo pensavamo di farlo uscire subito dopo, “Scialla Semper” lo vedevamo come una specie di ep. Ma ha avuto il risultato di un disco. L’unico lato positivo della pandemia è stato quello di pensarci di più e di fare le cose con più calma. E così è stato un processo naturale arrivare all’album”.

In questo disco sei ancora arrabbiato, ma i tuoi bersagli non sono esterni, non è il sistema o il mondo. Sei tu.
“Vivo la vita interpretandola anche attraverso la cultura orientale. Penso ci sia sempre un pro e un contro in ogni cosa. Prima avevo il vantaggio di poter incolpare il mondo e gli altri per delle cose di cui ero vittima. Le mie paranoie oggi sono personali perché sono responsabile di quello che sto vivendo. Oggi sono vittima, ma di me stesso, dei miei limiti”.

Soffri ancora di depressione?
“C’è del disagio legato alla depressione, ho problemi interiori diversi. Prima dicevo ‘la situazione è una merda e quindi sono depresso’. Oggi invece ‘sono depresso, ma ho successo. Come è possibile?’. Quando poi arrivano anche i soldi diventa tutto più strano…”.

Nella canzone “Debiti” rappi “la vita perfetta, mentre i miei fra stanno di merda”.
“Ragiono sul passo avanti. Non che abbia lasciato indietro le persone che mi sono sempre state vicino, ma semplicemente quelle persone non hanno fatto quel passo. È proprio la frase che mi hai citato. Poi continuo: ‘Tutti mi hanno aiutato, ma io non riesco ad aiutare tutti’. Sono pensieri nuovi per me”.

Sembra che tu ti senta in colpa, a volte, per aver avuto successo. È così?
“Non dovrebbe essere così, ma è così. Se fai questo ragionamento davanti a un amico ti dice “ma sei coglione? Goditelo”. Credo che dietro ci sia anche il senso di colpa cattolico che ci hanno trasmesso e che fa parte della nostra cultura”.

In “Cazzo culo” con Salmo sento la stessa attitudine di “7 miliardi”, un vortice di ironia e rabbia.
“Le origini dei pezzi, in questo album, sono diverse. Questo è nato come un brano cantato con un filo di voce su un altro beat fatto da me, in studio con gli amici. Era un provino. E poi è stato stravolto. Era un pezzo triste. Nel momento in cui ho deciso di urlare quelle parole, la tristezza è diventata rabbia: per questo senti qualche cosa di simile a ‘7 miliardi’”.

Sempre in questo pezzo te la prendi con i debitori e dici che questa “razza” la estirperesti come i “nazi con gli ebrei”. Poi con ironia continui: “gridate allo scandalo”. Sono frasi crude che in un libro di Welsh o in un film pulp potrebbero essere accettate, ma quando si parla di hip hop, in Italia, possono scatenare polemiche. Che cosa ne pensi?
“Finché reciti una parte in un film o scrivi un romanzo non ci metti la faccia come autore come succede nella musica. L’artista, nella musica, è quello che fa la canzone, il video e rilascia l’intervista. Non è un personaggio. La finzione non spaventa come la realtà. Tutto questo fa parte della cultura specifica del rap, anche per questo in Italia è arrivato relativamente tardi perché c’è un’attitudine dietro che non è propriamente nostra. Il rap va capito, è ancora troppo giovane perché alcuni ci riescano. Vorrei chiarirla bene quella rima…”.

Sì, certo, spiegati.
“L'obiettivo è scandalizzare senza pronunciarsi con un’opinione. Sono convinto che uno stupido potrebbe interpretarla come ‘questo è nazista’. Io in realtà ho fatto un paragone con un dato di fatto storico. L’ho usato per fare un parallelismo con un’altra cosa, su un’altra questione. Non eliminerai mai gli ebrei, ma sicuramente i cattivi pagatori e gli infami sì (ride, ndr), è un discorso diverso”.

Quando il sindacato di Polizia si è scagliato contro il video di “Beretta” in cui sei vestito da poliziotto, te ne sei fregato?
“Se fossi una persona normale mi sarei messo a ridere, ma invece non ho dormito per delle notti. Perché ho visto la determinazione del sindacato nel volermi denunciare e ho risentito quella sensazione. Quella di essere in mano ad altre persone. Hanno un potere e lo usano a loro piacimento: se una cosa non piace, per loro non deve esistere”.

Hai risentito i fantasmi del carcere durante quella polemica?
“Sì, ho sentito il controllo da parte di qualcun altro: una limitazione sulla mia vita e sulla mia libertà, in questo caso la libertà d’espressione. È stata una polemica fuori dal mondo”.

C’è un lato del disco in cui innalzi lo storytelling. Penso a due pezzi: “Airforce”, una storia d’amore, e a “Fumo”, un racconto di una notte alla Romanzo Criminale per riscuotere dei debiti. Come hai lavorato su questo aspetto?
“Lo storytelling fa parte del rap. Mi sembrava stimolante farlo, dimostrare tecnicamente di saper scrivere in quel modo, portando del mio vissuto mischiato con altro. In “Airforce” ho preso un po’ di qua, un po’ di là, da esperienze diverse e ho fatto una sintesi”.

Il finale di “Fumo”, essendoci un morto, presumo sia romanzato.
“Certo, però la dinamica del recupero crediti, di cui racconto nel pezzo, invece è reale. Durante il processo per l’operazione “Scialla Semper” ricordo che alcuni si sono beccati come capo di imputazione l’estorsione. Che per me è una cosa assurda. Uno sparisce con i tuoi soldi, fa debiti, glieli vai a chiedere e per questo rischi di commettere un reato. Quello intanto passa come vittima. Nella vita di strada è un tipo di persona che io odio. Scappa con i tuoi soldi per poi passare come vittima in tribunale. È solo un infame”.

Il disco parla anche d’amore.
“Io parlo delle conseguenze dell’amore. Non parlo dell’innamoramento o della storia. Parto dalla fine in poi. In ‘Troia’ metto in fila un po’ di vicende con ragazze, con atteggiamenti stereotipati, con cui sono uscito. Nel brano mi rivolgo a una, ma in realtà sono dieci. In ‘Stupido’ c’è la fine di una storia”. 

Hai scritto che l’album è dedicato a Martina. Chi è?
“Una mia amica che adesso non c’è più. Una mia amica sin dai tempi dell’infanzia. Io avevo 16 anni quando mi ha dato il primo disco di Marra, lei ne aveva 13-14. È morta a 25 anni. A luglio abbiamo fatto il funerale. È stata una persona importante. Un’affinità unica. Abbiamo avuto problemi simili, mentalità identica. Proprio questa mentalità ha spinto me a cercare di realizzarmi, mentre lei verso l’autodistruzione. Questa è la storia. Era un rapporto tra fratello e sorella. Negli anni ci siamo persi e ritrovati. Mi ha spinto a scrivere sin da piccolo. Mi ricordo che da ragazzino realizzavo un sacco di rime. Ne avevo mandato tantissime sul suo telefono. Lei le leggeva tutte, le metteva in ordine e mi diceva ‘questa è bellissima’. Ancora adesso sul pc ho i file vecchi con le rime salvate nell’ordine in cui lei me le aveva messe…”.

Ti sei trasferito a Milano come molti tuoi colleghi o vivi ancora a Brebbia?
“Sto ancora in provincia. Ho un ottimo rapporto con la provincia. Non vivo a Brebbia, ma vicino. A Milano vado per lavoro, non sento la necessità di dovermi trasferire lì. Al contrario sento il bisogno di stare fra i miei paesi, fra i miei affetti, fra i miei amici. A Brebbia ci sono i miei nonni. Ormai non posso rinunciare alle montagne, al lago, a farmi un giro nel bosco. Sono le mie radici”.

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In che cosa credi?
“Non ho fede in Dio. Non credo nel libero arbitrio. Ma credo nel destino. Vedendo piano piano il mio percorso volgere verso una direzione positiva, ho iniziato a essere più ottimista sul mio futuro. Credo in quello che sto facendo”.

In “7 miliardi” cantavi “sono il futuro, ma senza futuro”. Ora il futuro quindi lo vedi?
“Sì, adesso lo vedo, in qualche modo. E poi credo nell’impegno: non è detto che se ti impegni ce la fai, ma è certo che se non ti impegni non ce la farai mai”.

Il disco ha solo quattro feat: Madame, Salmo, J Lord e Venerus. Scelta quasi anomala nel mercato urban di oggi.
“La scelta e la quantità dei feat non è stata una strategia al contrario. Non ne ho fatto pochi per fare l’alternativo. Non ho mai vissuto il rap come una cosa sociale, di ritrovo, come per i ragazzi delle città. Io l’ho vissuto in modo personale, non mi confrontavo con altri che volevano rappare, ma con persone come Martina, appassionate. Per questo non ho potuto approfondire neppure il freestyle, mi sarebbe piaciuto. Ma non c’era nessuno con cui farlo. Per questo fare i pezzi con gli altri è qualche cosa che non mi appartiene del tutto. È figo farlo, ma sono abituato a scrivere brani da solo. Il feat è interessante quando aggiunge davvero qualche cosa alla canzone, se ho ancora tante cose da dire non penso sia necessario”.

Perché questi quattro nomi?
“Salmo, eravamo dell’idea di farlo da un sacco di tempo. Con lui ho un rapporto sin dall’inizio. Madame l’ho cercata perché la stimo, ha aggiunto un ritornello, una parte femminile strepitosa al brano ‘Airforce’. J Lord, sono diventato suo fan: volevo fare qualche cosa con lui. Venerus infine è di casa. Ci siamo visti tante volte in studio da Phra Crookers. Ha scritto una parte cantata molto bella”.

Che cosa pensi del rap italiano di oggi?
“Difficile parlarne. Ci sono tante sfaccettature, c’è tanto marketing. Se un artista arriva, però, vuol dire che se l’è meritato. Io, allo stesso tempo, credo di pensarla come Marracash: siamo cresciuti dando importanza alla scrittura nel rap, elemento distintivo che si è un po’ perso. Tutti prima volevano scrivere bene, ora non più, puntano su altro. Io sono ancora ancorato a dischi che ascoltavo dieci anni fa, sono in competizione con quelle rime lì, non con il resto”. 

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