Quella volta che lanciarono una bomba molotov contro Lucio Dalla

Il racconto dell'episodio, avvenuto nel 1978 durante il tour di "Come è profondo il mare": "La colpa è di chi gli ha messo in testa che i cantanti sono Che Guevara, che con le canzoni si fanno le rivoluzioni", fu lo sfogo del cantautore.
Quella volta che lanciarono una bomba molotov contro Lucio Dalla

Fino a quel momento la stagione delle contestazioni e delle violenze ai concerti aveva toccato Lucio Dalla solo marginalmente, a differenza di altri suoi colleghi.

Primo tra tutti, Francesco De Gregori, che nell'aprile del 1976 era stato costretto a interrompere il proprio concerto al Palalido di Milano in seguito all'intervento sul palco di alcuni ragazzi appartenenti a collettivi politici studenteschi, che lo avevano accusato di essersi venuto ad uno stile di vita lussuoso e di strumentalizzare i temi cari alla sinistra per arricchirsi. L'episodio sarebbe passato alla storia come il "processo" a De Gregori al Palalido di Milano: "Non canterò mai più in pubblico. Stasera mancava solo l'olio di ricino, poi la scena sarebbe stata completata", ebbe a dire il cantautore romano. Ma nell'estate del 1978 anche Lucio Dalla cadde vittima della contestazione. Quando una bomba molotov, lanciata da un ragazzino durante un concerto proprio a Milano, mancò il .cantautore bolognese di poco.



Dalla era in tour per promuovere "Come è profondo il mare", il suo settimo album, il primo da cantautore dopo le collaborazioni degli esordi con Paola Pallottino, Sergio Bardotti e Gianfranco Baldazzi e quella con lo scrittore e poeta bolognese Roberto Roversi per gli album "Il giorno aveva cinque teste" del 1973, "Anidride solforosa" del '75 e "Automobili" del '76. La sera del 24 luglio 1978 la tournée fa tappa al Castello Sforzesco di Milano. Ciò che avviene verso la fine del concerto viene raccontato dettagliatamente dal giornalista Antonio Padalino in un articolo uscito pochi giorni dopo sul settimanale "Panorama".


Verso mezzanotte, sul palco allestito nell'arena, da due ore Dalla canta, improvvisa vocalizzi, parla, scherza, provoca risate. Davanti a lui ci sono diecimila persone, quasi tutte giovani. Improvvisamente una fiammata. Un ragazzo lancia una bottiglia incendiaria: una bomba molotov che sfiora appena il cantautore sul palco. l responsabile dell'accaduto prova a fuggire, ma viene afferrato. Dice di non sapere perché l'ha fatto e giura che la molotov gli è stata messa in mano da altri giovani che non conosce. Dalla ne esce illeso. Il ragazzo finisce in carcere. Ha appena quindici anni.

È proprio a "Panorama" che, in una lunga intervista, Dalla affida nei giorni successivi all'episodio le sue riflessioni sull'accaduto.

E lo fa con toni decisamente polemici nei confronti di certi colleghi cantautori (non ne fa i nomi, ma si rivolge ai paladini del cantautorato cosiddetto impegnato) e della tendenza a considerare i cantautori come profeti, come "elevati": "Quel ragazzo si è rovinato per un gesto. E la colpa è di chi gli ha messo in testa che i cantanti sono Che Guevara, che con le canzoni si fanno le rivoluzioni. La colpa è di chi ha bombardato lui e tanti altri giovani, per troppo tempo, con slogan, con frasi falsamente rivoluzionarie, con le immagini dei mitra". Dalla, poi, aggiunge: "Perché ora meravigliarsi, inorridire, se molti giovani hanno recepito quello che è il messaggio certamente più efficace ma anche meno serio, meno utile per la società?".



Nella stessa intervista il cantautore non manca di rivendicare la sua estraneità al mondo dei partiti: "Negli ultimi anni ho sempre votato per il Pci. Ma oggi rivendico il privilegio di non avere alcuna tessera, privilegio di poter essere critico, senza condizionamenti, anche nei confronti del partito a cui sono più vicino. È il privilegio, tutto sommato, anche di non votarlo più, ma di sentirmi lo stesso comunista. Sono stanco delle etichette. La politica come slogan l'ho cacciata dalla mia vita e dalle mie canzoni".
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