Corea del Nord, la propaganda all’attacco del K-pop: ‘Bts e Blackpink schiavi delle multinazionali’

Il regime di Kim Jong-un accusa: ‘Cantanti sequestrati dalle aziende, fatti dormire solo due o tre ore al giorno e costretti a favori sessuali’
Corea del Nord, la propaganda all’attacco del K-pop: ‘Bts e Blackpink schiavi delle multinazionali’

L’esplosione a livello mondiale del fenomeno K-pop, che ha portato i BTS a chiudere - da performer - la recente edizione dei Grammy Awards, non poteva che diventare oggetto di propaganda nella pluridecennale rivalità tra Seul e Pyongyang. Nei giorni scorsi l’Agenzia Centrale di Stampa Coreana, organo ufficiale del regime guidato da Kim Jong-un, ha diffuso un dispaccio dove ha accusato le società discografiche sudcoreane che curano gli interessi di band popolarissime come - appunto - BTS e Blackpink di ridurre in schiavitù i cantanti messi sotto contratto.

Nel comunicato - riportato dal sito KCNA Watch, e che cita come fonte non meglio precisate fonti di stampa sudcoreane - si sostiene che “giovani cantanti della Corea del Sud sono costretti a vivere una vita miserabile in quanto subordinati alle grandi corporation”: citando esplicitamente BTS e Blackpink si afferma come la firma di “contratti esclusivi con grandi aziende del settore tra cui la SM Entertainment” sottoscritti “in tenera età”, quando i contraenti ancora frequentavano “le scuole elementari e medie”, portino gli artisti a essere “completamente isolati dal mondo esterno”, e costretti a un “massacrante addestramento” che prevede appena “2 o 3 ore di sonno al giorno”, il tutto “in nome del profitto”.

“Le loro vite”, prosegue l’informativa, “sono come prigioni senza sbarre”, che vedrebbe i malcapitati addirittura costretti - come parte degli accordi - a concedere “favori sessuali a politici e uomini d’affari” come parte degli accordi: tali condizioni avrebbero portato - sempre secondo l’Agenzia Centrale di Stampa Coreana - diversi artisti al suicidio, come successo nel caso di Sulli, la già star della formazione al femminile delle f(x) trovata morta nel suo appartamento di Seul nell’ottobre del 2019 all’età di 25 per quello che le autorità hanno classificato come un gesto estremo.

Né la SM Entertainment né HYBE, la nuova conglomerata nata dalla Big Hit Entertainment, si sono ovviamente preoccupate di rispondere, tanto esagerate e pretestuose sono parse, agli occhi degli osservatori internazionali, le accuse. Tuttavia il tema dei termini che regolano le relazioni tra artisti ed etichette K-pop non è nuovo, e non ha mancato di suscitare dibattito anche solo nella Corea del Sud, e - per giunta - in tempi non recenti: già nel 2008 la boy band dei TVXQ fece causa alla propria etichetta, la stessa SM Entertainment, sostenendo come il contratto che li legava alla label, sottoscritto ad appena tredici anni, fosse ingiusto e vessatorio. Alla luce delle rimostranze la Federal Trade Commission sudcoreana stabilì, nel 2009, come la durata temporale massima di un contratto discografico dovesse essere limitata a sette anni, implementando nel 2017 le normative in merito per tutelare ulteriormente gli artisti nei confronti delle etichette.

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